“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Venerdì, 26 Maggio 2017 00:00

"Wald der Echos": realtà o incipit di un sogno?

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Christina ha perso il suo gruppo di amici durante una gita nel bosco. Sola e alla ricerca dei suoi compagni, s’imbatte sulle sponde di un lago nei corpi di tre bambine annegate. Un giorno d’estate, giocando nel bosco, Jasmin, Calista e Katharina scoprono sulle sponde di un lago il corpo di una ragazzina annegata. Le tre cuginette sono pronte a nascondere il cadavere ma gli occhi di quest’ultimo si aprono improvvisamente.
Realtà o incipit di un sogno?

I trenta minuti concessi allo spettatore che stia guardando il cortometraggio Wald der Echos (dal tedesco, La foresta degli echi) non permettono di trovare risposta univoca a questa domanda. Nulla, a scapito della trama, fa pensare ad un dramma.
Quella del cortometraggio, così come presentata dalla regista stessa, “è una storia a cui non si può prestare fiducia”, raccontata da un narratore altrettanto poco degno di credibilità perché rintracciabile in egual modo nella figura del regista ed in quella dello spettatore, che deve rimettere insieme i pezzi di una trama che si regge sulle sensazioni.
A legare le figure di questo intricatissimo puzzle dalle tinte all’apparenza macabre è la mano della giovanissima Maria Luz Olivares Capelle, laureatasi in regia nel 2008 nella sua città natale, Buenos Aires, e poi studentessa della Filmakademie di Vienna: Wald der Echos rappresenta il suo lavoro di diploma di studi magistrali, girato nel corso del semestre estivo del 2015 con la supervisione del suo docente Michael Haneke, già regista di film come Funny Games (1997), Amor (2013) e vincitore di numerosi premi.
A farla da padrone nella pellicola, contributo austriaco alla piattaforma Future Frames, è la distruzione di ogni senso di temporalità, creata attraverso un susseguirsi veloce di scene ambientate in un bosco che non sembra cambiare mai e che, allo stesso tempo, diventa irriconoscibile con lo scorrere dei fotogrammi. Quello che la giovanissima filmmaker fa in modo di disegnare è un ambiente fiabesco quanto misterioso, all’interno del quale si muovono quattro giovani, tre quelle quali (le giovanissime Jasmin Wallner, Calista Berger e Katharina Plaim) colte in un periodo delle loro vite in cui la bellezza e la sensualità sono ancora concetti acerbi da attribuire al corpo ma protagoniste di ipnotici tableaux vivants da osservare in contemplazione. Agli occhi delle bambine sono affidati anche il tema della morte ed il concetto di vita, nonostante la regista tenti di non dare l’aspetto di un dramma alla sua narrazione.
Il sesso e l’età delle giovani non sono casuali: seguendo gli studi della filosofa contemporanea Elisabeth von Samsonow, professoressa di Filosofia ed Antropologia storica all’Accademia di Belle Arti di Vienna, Maria Luz cerca di scostarsi ulteriormente da qualsiasi binarismo, scegliendo come protagoniste delle figure che non siano uomini, ma neanche donne. Le quattro fanciulle, ancora al di fuori dalla geografia del mondo degli adulti, sono il simbolo di un lento processo in divenire, portatrici di miriadi di possibilità perché personalità non ancora totalmente formate. A loro è affidato anche l’onere di mettere in pausa il film, con stacchi in cui quest’ultime sembrano voler imitare figure statuarie: figure che diventano immagini fisse, come  ricordi nella mente di coloro che reagiscono alla perdita di una persona un tempo in vita, che diventa un’idea.
“One of the consequences of death is to become an image in the minds of other people” [“Una delle conseguenze della morte è quella di diventare un'immagine nelle menti delle altre persone”] dice la regista stessa, spiegando i retroscena delle sue scelte stilistiche.
Maria Luz Olivares Capelle rimaneggia con la delicatezza di uno scalpello il concetto di stabilità che attribuiamo al reale, facendo in modo che lo spettatore, attraverso il susseguirsi delle sue personalissime percezioni e sensazioni, crei il filo narrativo a sue spese. Obiettivo ultimo della giovanissima regista − premiata per il suo lavoro all’Independent Shorts Kurzfilm Festival 2016 di Vienna − era presentare al pubblico qualcosa di magico, trovato in una suggestione estiva raccolta dalla regista durante una nuotata ad occhi chiusi nelle acque del Danubio. A coronare una pellicola che non si prefigge di essere bella ma riesce ad esserlo, le musiche di Rudolf Pototschnig.
Wald der Echos riesce a stuzzicare la memoria culturale dello spettatore, nel lento susseguirsi di immagini che appaiono e scompaiono. E ci riesce.

 





Wald der Echos
regia
Maria Luz Olivares Capelle
con Calista Berger, Christina Kasper, Katharina Plaim, Florian Lang, Kahtrin Resetarits, Jasmin Wallner
produzione Filmacademy Vienna
paese
Austria
lingua tedesco
colore a colori
anno
2016
durata
30 min.

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