“Pecché, vedite, 'e puttane, soprattutto chelle napulitane, so' fatte proprio accussì: a loro, in fondo, non ce ne fotte niente d' 'e denare, d' 'e solde, no... Lloro so' 'nnammurate sulo d' 'e pparole, 'e chilli sciusce d'aria senza cunsistenza ca so' 'e pparole, meglio ancora si so' forestiere”.

Enzo Moscato

Lunedì, 22 Maggio 2017 00:00

L’iperbole di Hannah Baker

Scritto da 

“A che cosa pensano questi umani fragili?”
  (Baustelle – La canzone del parco)


Tredici è una serie tv disponibile su Netflix, il titolo originale è 13 Reasons Why, ed è diventata in pochissimo tempo un vero e proprio caso mediatico. La trama se non originale è comunque molto accattivante, complice anche il finale che ci viene svelato fin dall’inizio. Chi guarda ne sa quanto i personaggi, man mano insieme a loro, lo spettatore arricchisce di dettagli il quadro finale, il quale non è dei migliori, anzi, è una vera tragedia. Ci sentiamo tutti un po’ detective, sulla pelle di Hannah Baker, un’adolescente americana che un bel giorno decide di tagliarsi le vene e farla finita, non prima di aver registrato tredici nastri nei quali spiega i motivi del suo gesto. Ogni nastro una persona, perché saranno queste persone a uccidere Hannah, senza farlo mai per davvero.

Tredici è una serie che provoca non pochi fastidi, tanto che molta gente ammette di averlo abbandonato dopo la seconda puntata. Si presenta come un teen drama, con immagini e dinamiche abbastanza adolescenziali, situazioni che richiamano quell’universo americano fatto di licei e armadietti, balli dell’ultimo anno e cheerleader. Non è solo questo però che infastidisce: i nastri di Hannah torturano le vite di coloro ai quali sono indirizzati, da esterni ci si sente indignati, egoisticamente non capiamo perché questo bisogno di perseguitare chi è rimasto, anche nel caso in cui ci siano delle colpe. Perché il suicidio non è mai apparentemente omicidio, quindi il colpevole in fin dei conti resta la vittima, ma probabilmente questo concetto andrebbe rivisto, come quello della responsabilità.
Detto ciò la serie apre le porte a moltissimi spunti, individuabili solo se tutto quello che accade, le ragioni per cui Hannah accusa vengono posti sotto una lente di ingrandimento iperbolica. I ragazzi che compiono determinate azioni sono semplicemente degli adolescenti distratti, figli legittimi di adulti a loro volta distratti, incapaci di soppesare ogni singola azione e parola. L’effetto farfalla è inevitabile, ma il dramma a cui assistiamo non è quello di una ragazza suicida, ma piuttosto quello di una comunità umana che con superficialità si muove strisciando sulla superficie terrestre e in maniera innocente devasta tutto quello che si trova davanti, per incuranza o superficialità.
Uno scrittore americano in uno dei suoi più bei libri afferma: “Oh, piccolo uomo. Hai portato alla rovina la tua casa non per passione, ma per trascuratezza. Tu che hai osato crederti una persona pericolosa. Sei colpevole non di epiche trasgressioni, bensì di piccoli crimini. Hai fallito nel modo più vile e umano: non hai immaginato le vite degli altri”. Questo scrittore è Michael Cunningham, e quello che in fin dei conti dice è talmente reale da sembrare una condanna. Non sono i grandi crimini e le grandi gesta a renderci mostri o eroi, ma le piccolezze, le disattenzioni, le cose che potevamo dire e non abbiamo detto, quella volta in cui abbiamo sottovalutato noi stessi e il potere che esercitiamo sulle vite degli altri.
Quella di Hannah non è un’accusa ai gesti distratti, ma alla distrazione. Per questo motivo Tredici può sembrare un film ingenuo, ma non lo è. Andrebbe visto guardando quel che accade dall’alto, quasi come se stesse avvenendo un esperimento. La protagonista porta avanti un test, affida la sua vita − come corpo sacrificale – alle mani dei suoi compagni, i quali non sono assassini, ma semplici umani vili, incapaci di immaginare la vita di chi gli si accosta. Forse è questo ciò che infastidisce, il fatto che la protagonista abbia l’arroganza di responsabilizzare a una cosa così grande dei semplici ragazzi scusabili delle loro piccole distrazioni per il fatto di essere solo questo: ragazzi. Il suicidio sembra certamente spropositato visto da questo punto di vista, ma non è la prospettiva fattiva che ci interessa, ma quella più ampia e visionaria. Se analizziamo le singole azioni tutto è scusabile col termine ‘bravata’, ma ogni piccolo gesto quotidiano è sintomo quasi sempre di un’educazione, di un’indole, la malattia sta nello slancio, nella direzionalità che diamo anche alle cose più banali. L’accusa è a quel retrobottega, a quella fucina motore dalla quale in serie fuoriescono i comportamenti. Tredici ci presenta una storia semplice con implicazioni infinite, tutto converge in un segnale fortissimo di crisi globale, dove l’assenza dei più basici valori umani produce una tragedia inaspettata, alla fine etichettabile come spropositata.
La meravigliosa poesia che Hannah scrive viene sottoposta al pubblico ludibrio, nonostante sia una poesia intima, a scanso di qualsiasi erotismo, nella cieca e vorace società diventa pornografia. I significati privati, vengono schiacciati sotto gli sdoganati significati collettivi. La lingerie di pizzo di cui Hannah parla, immaginando di indossarla per il puro gusto di farlo, automaticamente assume connotazioni sessuali, quando è evidente essere l’immagine di qualcosa di bello e raffinato, desiderato per compiacere se stessa. Qui entra in gioco anche il fattore ‘donna’. Ad una donna non appartiene la propria sfera privata, una donna fin dalla nascita viene privata del controllo sul suo corpo, qualcosa di naturalizzato è già stato scelto per lei, la sua vita sessualizzata e moralizzata, i suoi atteggiamenti o desideri valutabili esclusivamente attraverso il metro distorto del sesso. Insultare una donna non sarà mai come insultare un uomo, perché l’insulto sessista le si scaglia contro come un anatema, un marchio, dal quale non può liberarsi e ne esce svilita.
Tutto ciò è riscontrabile nella puntata finale in cui abbiamo due momenti importanti concentrati in uno solo: il dialogo di Hannah con l’adulto di turno. L’incapacità dell’adulto di rapportarsi al ragazzo e l’incapacità del maschio di affrontare il tema dello stupro.
Tredici, insomma, attraverso una storia essenzialmente banale, tocca con mano intelligente tematiche importanti, quello che ci rimane alla fine del telefilm non è tristezza per la tragica morte di una ragazza, ma amarezza e disgusto per il mondo che circonda Hannah, che in fin dei conti è il nostro inferno silenzioso e indifferente.
“Dobbiamo migliorare” afferma uno dei protagonisti della storia.
Sì, dobbiamo assolutamente migliorare.

 

 


Tredici (13 Reasons Why)

soggetto da 13
di Jay Asher
ideatore Brian Yorkey
interpreti Dylan Minnette, Katherine Langford, Christian Navarro, Alisha Boe, Brandon Flynn, Justine Prentice, Miles Heizer, Ross Butler, Devin Druid, Amy Hargreaves, Derek Luke, Kate Walsh
produzione July Moon Productions, Kicked to the Curb Productions, Anonymous Content, Paramount Television
distribuzione originale dal 31 marzo 2017
distributore Netflix
paese Stati Uniti d'America
anno 2017
colore colore
genere teen drama
stagione 1
episodi 13
durata 43 / 61 min. (episodio)

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