“Scegliere modi di non agire è sempre stata l'attenzione e lo scrupolo della mia vita”.

Fernando Pessoa

Giovedì, 18 Maggio 2017 00:00

Colore, migrazione e identità nel cinema di Özpetek

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È stato da poco dato alle stampe da Mimesis edizioni Divergenze in celluloide (2017), un interessante studio di Ryan Calabretta-Sajder che indaga il cinema di Ferzan Özpetek. Lo studioso, che nel volume intende dimostrare l'abilità del regista nell'affrontare e leggere la società contemporanea, ritiene che la creatività e originalità di Özpetek risiedano nel suo appartenere tanto alla “comunità queer” che a quella migrante.

Il termine americano queer, ricorda Calabretta-Sajder, “è stato utilizzato per la prima volta in un’accezione positiva durante l’epidemia dell’AIDS alla fine degli anni ’80, quando omosessuali, lesbiche, bisessuali, transgender e transessuali, hanno intrapreso la loro lotta contro l’HIV e il riconoscimento dei loro diritti. Prima di allora veniva utilizzato in senso dispregiativo e volgare contro gli omosessuali in particolare, e verso la società in generale” (nota 8, p. 9).
Il volume riprende la particolare lettura proposta da Hamid Naficy, nel suo An Accented Cinema: Exilic and Diasporic Filmmaking (2001), delle opere realizzate da quegli autori “territorialmente 'dislocati', in esilio, diasporici, di seconda generazione, transnazionali, che vivono e operano in Occidente” (p. 8). A tal proposito Naficy parla di “accented cinema”, “cinema con l’accento”, capace di “indicare la condizione di “dislocazione” (displacement) dei registi migranti e dei modi di produzione 'interstiziali'” (p. 8).
Applicando tale teoria ai film di Özpetek, Ryan Calabretta-Sajder intende dimostrare il carattere innovativo della produzione del regista turco-italiano “che si esplica anche nell’uso dei colori e nello sguardo con cui lo spettatore viene spinto a reagire ai suoi film, in particolare ai cinque che definisco 'la sua serie gay', in cui l’identità sessuale costituisce uno dei leitmotiv di questa produzione” (p. 9).
In tale serie di film – Bagno turco (1997), Le fate ignoranti (2001), La finestra di fronte (2003), Saturno contro (2007) e Mine vaganti (2010) – “la sessualità, o, se si vuole, la realizzazione sessuale dei protagonisti, rimane il centro della storia, sebbene ognuna si riveli un po’ diversamente e sottolinei un aspetto culturale differente, che noi, come società e spettatori, dobbiamo riconsiderare” (p. 9). L’analisi del volume si concentra, dunque, sulla teoria queer e sulle sue possibili applicazioni.
Nella “serie gay”, secondo lo studioso, “Özpetek, tratta spesso, direttamente e indirettamente, non solo la questione dell’orientamento sessuale e la confusione su cui spesso si regge l’identità sessuale, ma tocca una varietà di temi cruciali altrettanto 'conflittuali' per la società italiana contemporanea, come l’emigrazione, la 'nuova famiglia', il multiculturalismo. All’interno di questo campo sociale, il soggetto migrante e quello omosessuale, se pur apparentemente diversi, vengono posti in correlazione, in quanto accomunati da una simile esperienza identitaria” (p. 10).
Già uno studio di Gabriele Marcello – Ferzan Özpetek. La leggerezza e la profondità (2009) – mette in evidenza l'importanza delle figure femminili presenti nei film del regista turco-italiano ed il volume di Calabretta-Sajder riprende ed approfondisce tale importanza riservata alle donne nei film del regista.
Un'altra questione importante presente nelle opere di Özpetek riguarda la complessità della “nuova famiglia italiana”, che include tanto individui con un’identità sessuale diversa quanto migranti; a tal proposito Divergenze in celluloide riprende le riflessioni di Miguel Andrès Malagreca – Queer Italy: Contexts, Antecedents and Representation (2007) – in cui vengono analizzati diversi aspetti della “condizione gay” italiana e le peculiarità dell'identità migrante del regista. “Una delle prospettive che offre questa ricerca, infatti, è lo studio dell’atteggiamento tra questo/a 'migrante' e l’identità sessuale che egli esplora attraverso l’uso del colore in ogni film” (p. 13).
Altro importante studio a cui viene fatto riferimento nel volume di Calabretta-Sajder, è quello di Rada Bieberstein – Mine vaganti: Film Theoretical Considerations on Transculturality and the Cinema of Ferzan Özpetek (2013) – che a sua volta riprende le teorie di Hamid Naficy sul “cinema accentato”, di Thomas Elsaesser – Real Location, Fantasy Space, Performative Place: Double Occupancy and Mutual Interference (2008) – sul cinema di “double occupancy” e di Mette Hjort – On the Plurality of Cinematic Transnationalism (2001) – sul “cinema transnazionale”.
A risultare particolarmente interessante ai fini dell'analisi di Calabretta-Sajder sono gli studi di Rada Bieberstein, Mette Hjort e di Otto Friedrich Bollnow – Mensch und Raum (1963) – circa l'importanza ed i significati della casa e, in particolare, della cucina nelle opere cinematografiche.
“Bieberstein menziona, poi, la tematica del gender e, per evidenziare questo aspetto, cita Laura Mulvey e la 'teoria dello sguardo', ma non argomenta in modo esaustivo questo particolare aspetto critico, che [secondo Calabretta-Sajder], invece, è necessario studiare e analizzare con scrupolosa attenzione” (p. 13). Lo studio proposto da Divergenze in celluloide sarebbe, pertanto, “il primo a mettere in luce lo 'sguardo gay', l’uso del colore e i concetti di cibo e di famiglia nei film gay di Özpetek” (p. 14).
Nonostante siano numerose le tematiche affrontate dal cinema del turco-italiano, il volume di Calabretta-Sajder si focalizza sulla “rappresentazione giustapposta adottata dal regista del migrante e dell’omosessuale” (p. 15). Vengono, inoltre, analizzate le modalità con cui Özpetek utilizzi i colori al fine di narrare l’evoluzione del processo d’identità sessuale.
Nel primo capitolo del libro viene presentata una breve introduzione al cinema “Queer” ricostruendo la storia dei significati attribuiti ai temini “gay” e “queer” facendo riferimento tanto alla produzione hollywoodiana che a quella europea, con particolare attenzione alla cinematografia italiana. Dunque vengono analizzati anche gli ambiti specifici del cinema lesbico e trans, terminando con l'introdurre la filmografia di Özpetek.
Nel secondo capitolo viene passata in rassegna la “teoria dello sguardo” a partire dagli studi di Vito Russo, autore del celebre The Celluloid Closet (1981), proseguendo poi con l'analisi del cosiddetto “sguardo gay” individuabile nei film Bagno turco, Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Saturno contro e Mine vaganti di Özpetek.
Nel terzo capitolo viene indagata la funzione dei colori nei cinque film di Özpetek considerati dal volume. “L’interpretazione dell’uso dei colori nei suoi lavori conduce a considerazioni degne di nota, come nel caso della messa in evidenza dell’evoluzione sessuale dei protagonisti attraverso l’alternanza cromatica dei toni. Utilizzando i colori come chiave di lettura, i film di Özpetek diventano molto vivaci e si aprono a un’interpretazione molto originale” (p. 133).
Lo studioso, dopo aver fatto riferimento ai testi The Primary Colors (1994) di Alexander Theroux ed al grande classico Teoria dei colori (Zur Farbenlehre, 1810) di Johann Wolfgang Goethe, nell'indagare l'uso del colore nel cinema di  Özpetek, rivela un uso prevalente dei colori primari, soprattutto del rosso e del blu, dunque si focalizza sui diversi significati assunti dai colori sia da un punto di vista artistico che psicologico.
Il quarto capitolo si concentra sul ruolo della cucina nei film del regista. “Nei lavori di Ferzan Özpetek la cucina è un ambiente privilegiato, un microcosmo da cui si diramano e si estendono interi mondi che ruotano intorno a 'una tavola'. Perché, per Özpetek, la tavola è più di un simbolo o di un leitmotiv, essa è fondamentale per la sua vita e, in tanti modi, per il suo cinema” (175). Secondo Calabretta-Sajder nel cinema di Özpetek spetta proprio alla cucina e al divertimento che scaturisce da questo ambiente il compito di delineare il ritratto di un nuovo tipo di famiglia esistente anche nell'attuale società italiana. “Grazie al cibo, alla famiglia, al divertimento e ai suoi protagonisti che cambiano, evolvono e prendono coscienza di se stessi, egli crea un mondo capace di trasmettere l’esigenza di una società migliore per tutti, specialmente per la comunità queer italiana” (p. 177).
Il cibo e la cucina sono, ad esempio, elementi fondamentali del film Le fate ignoranti: “La cucina è un ambiente che accetta tutti, ignorando razza, genere e religione. Tutti vi si sentono a proprio agio, non c’è grande tensione e, in questo modo, Özpetek non soltanto introduce, ma anche sottolinea la bellezza e la possibilità di una nuova famiglia italiana contemporanea non tradizionale” (p. 195).

 

 

 

 

 

Ryan Calabretta-Sajder
Divergenze in celluloide
Colore, migrazione e identità nei film gay di Ferzan Özpetek

Mimesis, Milano – Udine, 2017
pp. 250

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