“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Mercoledì, 10 Maggio 2017 00:00

Del demone che regalò il paradiso

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10 maggio 1987 – 10 maggio 2017: trent’anni esatti dal Primo Scudetto. Chi non l’ha vissuto non può capire fino in fondo; chi non è napoletano, chi non conosce l’intima essenza di questa città ben difficilmente può penetrarne l’immaginario e comprendere cosa quel momento abbia rappresentato per una città e per un popolo atavicamente portato a mescolare vita e fantasia, sogno e realtà, sacralità fideistica e laicità profana.

In occasione del trentennale – ché da queste parti la memoria possiede tradizionalmente un'affascinante e malinconica aura di romanticismo – un documentario è uscito nelle sale per starci una decina di giorni, giusto fino al 10 di maggio: Maradonapoli, di Alessio Maria Federici viene, con studiata tempistica, ad accompagnarsi alla memoria condivisa di Napoli, andando a cercare e a raccontare quali impronte di quell’evento e di chi lo rese possibile siano rimaste impresse, a sei lustri di distanza, nella città e nei suoi abitanti.
Dal delirio del 5 luglio del 1984, quando Diego Armando Maradona fece per la prima volta il suo ingresso in uno Stadio San Paolo acclamante, fino ad un’oscura notte del 1991, che lo vide silenzioso fuggiasco a capo chino, furono sette anni di amore intenso e viscerale, vissuto per mai più spegnersi: è questo il primo e più evidente elemento che traspare da Maradonapoli, ossia che la passione della città verso Maradona ha resistito alla patina del tempo e all’ingiuria dei fati. Ancora oggi la più laica delle divinità persiste nel più sacrale degli immaginari, quello napoletano; “il demone che ci ha portato in paradiso”, dirà durante il film uno degli intervistati, uno di quelli troppo giovani per averlo potuto veder giocare dal vivo. Ma la memoria maradoniana a Napoli è un qualcosa che si mantiene vivo grazie ad un passaparola generazionale, per cui l’immaginario delle nuove generazioni acquisisce quasi come eredità endemica il patrimonio emozionale (oltre che “genetico”) di quello che è un vero e proprio culto, alla stregua di una paganissima religione rivelata. Maradonapoli racconta il legame profondo, viscerale che lega una città al proprio idolo, rimasto impresso in maniera indissolubile nella memoria diffusa tra generazioni di ieri e di oggi, che conservano (a volte persino nel nome) l’impronta di un’epoca che ha di fatto cambiato la vita della città, la sua percezione dal di fuori e dal di dentro.
Ed è proprio la città a parlare nel film di Federici, è la città a mostrare, in uno stuolo di persone trasversali per età ed estrazione socio-culturale, la persistenza mitografica di Maradona: pelle d’oca, lucciconi di commozione, voci trasognate raccontano di quanto forti e profonde siano rimaste l’affezione e la venerazione verso un personaggio sentito come qualcosa di più di un semplice “calciatore che ci ha fatto vincere”: quella tra Napoli e Maradona è stata una storia che è riuscita ad andare oltre il fatto sportivo e ben lo racconta Maradonapoli quando, attraverso le voci degli intervistati, descrive quanto forte sia stato l’impatto non solo emotivo, ma anche pratico e concreto dell’avvento di Maradona a Napoli, generando ad esempio un indotto produttivo nel “merchandising” – tra virgolette perché si è trattato di un fenomeno non propriamente irreggimentato entro i limiti del lecito – che è andato a rimpinguare la tradizionale arte partenopea dell’arrangiarsi, con quel mix di abusivismo e genialità, fantasia truffaldina e inventiva birbonesca.
In Maradonapoli non c’è una scena di calcio che sia una, non c’è nemmeno un filmato di repertorio di una giocata di Maradona e il bello è che non se ne avverte minimamente la mancanza. Perché è d’altro che si parla; la città racconta il mito, come recita il sottotitolo del film e, nel sentire le voci e le storie si percepisce netta la sensazione della sacralità viscerale che lega Napoli e Maradona, appositamente fusi nella crasi che dà il titolo al documentario: Maradonapoli.
Dice Federico Buffa in uno dei suoi speciali che raccontano il calcio argentino e in particolare rosarino che “quando il mito incontra la storia non c’è partita: vince il mito 3 a 0”; nel caso dell’incontro fra Napoli e Maradona è diverso: il mito e la storia si sono incontrati e per sette anni hanno camminato a braccetto, prima della naturale assunzione nel gotha dell’immaginario mistico.
Questo perché Maradona ha rappresentato un’eccezione, un’anomalia calcistica: il più forte giocatore di calcio che, anziché andare a giocare in una grande squadra tradizionale, di quelle che abitualmente inanellano campionati e coppe, sceglie il Napoli, squadra mai vincente di una città che si porta da sempre appiccicata addosso un’etichetta di disfattismo; una piccola rivoluzione, che veicola un sentimento profondo di rivalsa: ora possiamo vincere anche noi.
Eppure non è solo quello; anzi, forse non è nemmeno quello l’elemento principale che porta all’identificazione. Molto spesso nella ‘vulgata’ si è teso a spiegare la passione per il calcio a Napoli come una sorta di trasfigurazione della possibilità di riscatto sociale, “una città con tanti problemi” – si è spesso sentito dire da più parti, tra il paternalismo e l’oleografia – “che si riscatta attraverso la propria squadra di calcio”; non credo sia così, se non in maniera molto ma molto marginale: il calcio resta uno sport, che non riscatta né risolve emergenze sociali. Credo invece – e mi pare si evinca bene dal documentario di Alessio Maria Federici – che la passione totale, irrazionale, quasi delirante di un popolo verso il suo mito risieda piuttosto nell’essenza endemica dell’animus napoletano, che ha rivisto e riconosciuto se stessa in un ragazzo venuto da lontano e che pure sembrava esserne figlio naturale; una città che si è rivista e riconosciuta nella sua genialità, nella fantasia che, oltre ad esercitarsi nei mille rivoli del quotidiano, trova espressione fattiva nel calcio proprio in quanto gioco, in quanto componente ludica in cui trasfondersi: il fatto che il genio assoluto del calcio venisse a fare i suoi prodigi proprio a Napoli ha creato un immediato senso di appartenenza e di affezione, una specie di affinità elettiva, tant’è vero che l’amore di Napoli per Maradona è precedente alle stesse vittorie sportive: è subitaneo e incondizionato.
Il montaggio di Maradonapoli, serrato e sequenziale, senza cesure, conferisce alle interviste che si susseguono un ritmo sciolto e veloce; la fotografia, nitida e vivace, affresca volti e scorci vari, contribuendo ad incastonare in un vivido affresco, dalle cromie dense, il rapporto tra Napoli e Maradona, mettendone a fuoco la persistenza e riuscendo probabilmente a offrire una percezione comprensibile del fenomeno anche a chi, da non napoletano, tende a rimanerne stupito e incredulo.
L'opera di Federici è un docufilm onesto, che non si sforza di andare a cercare il ricamo inedito e sensazionale, ma che con molta semplicità sceglie di mettersi da un lato e lasciar parlare la storia attraverso le parole e le sensazioni di chi l’ha vissuta, sia pur da spettatore, ma sentendosi intimamente protagonista. In Maradonapoli Maradona è presente pur senza quasi mai apparire – se non in un paio di spezzoni di vecchie interviste rilasciate a Gianni Minà – perché, come si conviene a ciò che dalla storia passa alla leggenda, finisce per valicare un confine empireo: non si vede né si tocca, ma si evoca in una sua mistica specifica.
Divinità immanente, il Maradona di Maradonapoli, emerge nella mistica dei suoi “devoti”: ciascuno, con un proprio ricordo, una propria storia, un aneddoto, un’emozione, contribuisce a scrivere una pagina di questo vangelo laico e profano che ha eletto per acclamazione la propria divinità, sintetizzata in due lettere e due cifre: D10S.

 

 

 

Maradonapoli
regia Alessio Maria Federici
soggetto e sceneggiatura Antonio Di Bonito, Cecilia Gragnani, Jvan Sica, Roberto Volpe
con la collaborazione di Alessio Maria Federici, Christian Lombardi
musiche originali composte, arrangiate e prodotte da Roberto Procaccini - Lobbe
fotografia Martino Pellion di Persano
montaggio Christian Lombardi
suono Fabio Felici
produzione Cinemaundici
in associazione con Rancilio Cube
distribuzione Warner Bros. Italia
paese Italia
lingua italiano, napoletano
colore a colori
anno 2017
durata 75 min.

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