“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Venerdì, 31 Marzo 2017 00:00

La magnifica ribellione del contro-eroe Toni Erdmann

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È uno dei film di più ampio respiro, intelligenza (artistica, emotiva) degli ultimi anni, Vi presento Toni Erdmann, della giovane regista di Karlsruhe Maren Ade (titolo originale in tedesco, semplicemente, Toni Erdmann), presentato allo scorso Festival del Cinema di Cannes, vincitore di ben cinque European Film Awards e candidato agli Oscar 2017 come migliore film straniero. Non ho (ancora) visto Il cliente, il vincitore iraniano, ma so che mi dispiace e dispiacerà che questo film non abbia vinto la statuetta.

Le straordinarie capacità attoriali dei due attori principali, Peter Simonischek, nelle doppie vesti del padre, Winfried Conradi, e di Toni Erdmann, e di Sandra Hüller, che interpreta la figlia, Ines Conradi, si sposano alla perfezione con la spumeggiante ed intensa sapienza registica della Ade. Quest’opera parla di molti dei temi oggi portanti dell’esistenza e lo fa da una prospettiva intima che è anche però sociale, prendendo le mosse da una storia economico-lavorativa che è specchio di un fallimento politico e culturale generazionale, generale ed internazionale, e al contempo, scendendo con delicatezza nei sentimenti e nei rapporti intimi, sintomo ed effetto di difficoltà di comunicazione e di dimostrazione dell’affetto intra-familiari.
È un territorio composito, articolatissimo, minato, quello su cui si muove la regista, che tenta di ricomprendere, nel suo lungo lavoro, le incomunicabilità e le sfumature dell’animo e una critica geopolitica alla globalizzazione selvaggia, che impoverisce e rende le persone più lontane, socialmente, e a livello umano. Potrebbe uscirne un’accozzaglia, invece ne esce fuori un capolavoro. Il film dura ben centoquarantadue minuti, ma è come non sentirli, perché il girato, la direzione e il montaggio sono curatissimi, ben collegati e danno un effetto di godibilità ritmica e naturalità contenutistica.
Winfried Conradi è un insegnante di musica in pensione che si divide tra l’anziana madre e il suo adorato cane, vecchio, cieco e malato. Dotato di un sense of humour collocabile tra il grottesco e il naïf, si diletta a fare scherzi a raffica, ad amici e parenti, ma anche ad estranei. È il suo modo di esistere, scanzonato, coinvolgente, e di vivere una disumanizzazione progressiva dei rapporti interpersonali. Egli utilizza una dentiera che altera in maniera caricaturale l’espressione e cerca di tessere un rapporto con la figlia, le poche volte che la vede, con scarsi risultati.
Ines è una giovane donna di successo: lavora – a ritmi forsennati – all’estero, in Romania, occupandosi di outsourcing per una compagnia petrolifera. Di fatto, l’obiettivo del suo lavoro è il guadagno che la sua azienda ottiene dalla vendita di compagnie locali a multinazionali che esternalizzano, e poi licenziano, i lavoratori locali. La contraddizione aspra tra il cinismo di top manager provenienti da diverse nazioni europee ricche (Germania, Francia) o giovani rumeni vuoti e rampanti e la visibile, tangibile, stridente povertà di Bucarest vengono descritti in maniera indiretta attraverso l’attività (dai ritmi estenuanti, peraltro) tutta fatta di riunioni, meeting, strategie psico-comunicative di cui si compongono le lunghissime giornate lavorative di Ines, dei suoi colleghi e dei suoi competitor. L’apparente perfezione dell’approccio al lavoro della donna (uno squalo, come la definisce un collega) corrisponde, nel suo rovescio della medaglia, a un autocontrollo talmente esasperato da non lasciare spazio alla fuoriuscita delle sue emozioni, dei desideri, del suo lato umano.
Allorquando l’amato cane muore, Winfried decide di andare a trovare la figlia per un weekend. È goffo, Herr Conradi, veste in maniera sciatta e informale, ma ha un cuore grande e un’intelligenza emotiva compiuta. I due giorni e mezzo trascorsi nella capitale rumena gli fanno toccare con mano la miseria imperante (centri commerciali dove in molti vanno, ma nessuno compra perché non ne ha le possibilità), le iniquità del mondo, lo strano e cinico lavoro della figlia e, soprattutto, la sua enorme solitudine. Non trovando canali comunicativi efficaci, inventa un personaggio ai limiti della realtà, Toni Erdmann, appunto, e resta a Bucarest per trovare, attraverso le stramberie della sua nuova identità, una chiave di volta nella relazione con Ines, e trasmetterle entusiasmo, allegria, voglia di vivere.
Ines alla fine si lascia contagiare dalla sana follia del padre-Toni e trasforma il suo party di compleanno così noiosamente politically correct e organizzato su suggerimento del suo “capo” per cementare l’appartenenza e il senso di gruppo dei dipendenti della società per cui lavora, in una festa per nudisti, scioccando gli invitati. Osa, stupisce, trasgredisce, Ines, e così ritrova se stessa e finalmente scioglie in un lunghissimo abbraccio con il padre, infine travestitosi da mostruoso animale gigante e pelosissimo, le sue emozioni così lungamente represse, dimenticate.
La dentiera che Toni Erdmann porta è la stessa che Conradi usava per i suo scherzi in Germania, e si erge a simbolo della non linearità, del coraggio di osare, del buffo che prevale sul normale e sulle malinconie esistenziali di una generazione persa all’inseguimento pervicace di lavoro, trovato il quale sacrifica ciò che di più importante c’è nella vita: la genuinità delle relazioni umane. E allora ci vuole un personaggio surreale che dissacri i nuovi (pseudo)valori fondati sulla competitività, sull’individualismo e sul guadagno e riaffermi l’etica del dialogo e dell’ascolto, l’etica dell’uguaglianza, l’etica del gioco e quella del dono, valori positivi occidentali che hanno costruito, nei secoli, l’Europa.
Non avrei saputo immaginare una storia più divertente e delicata al contempo per descrivere lo European mood attuale e quello, così bello, che si sta perdendo, e i danni privati e pubblici di questo capitalismo finanziario privo di etica. Toni Erdmann è un personaggio poetico, un contro-eroe dell’allegria e delle piccole cose, che si erge contro l’abbrutimento contemporaneo del nostro continente e del mondo post-capitalistico e cerca di tornare ai costumi e all’umanità che hanno costruito l’Europa dei diritti e della solidarietà. La regista sembra volerci indicare una via possibile di rinascita nella ripresa ed utilizzo dei valori propri della Filosofia europea e dei cardini etici dell’attenzione verso l’altro. Canoni femminili, peraltro, che tanto mancano in questa società aggressiva in cui vige la legge del più furbo e del più potente. Forse anche per questa distanza estetica e socio-antropologica Vi presento Toni Erdmann non ha conquistato i lontani USA, più preoccupati oltretutto, per fair play internazionale e per veicolare un’immagine globalista e anti-tirannica, di dare premi cosiddetti “politici”. Ma se la politica è l’interesse per la polis, ovvero il luogo in cui viviamo, fatto di legami e relazioni civiche, economiche e (perciò) emotive – ricordo che οἶκος, da cui origina il termine economia, in greco significa “casa” – Maren Ade, attraverso Toni Erdmann, invita a ripartire da qui, dal nucleo costitutivo del vivere comune. Anche per questo motivo, trattasi di un’opera molto importante.
Per concludere in bellezza, questo film-capolavoro regala, nei titoli di coda, provocando ulteriore stupore, la canzone-meraviglia dei Cure, Plainsong:

“Sometimes you make me feel
Like I'm living at the edge of the world
It's just the way I smile, you said”

(“A volte mi fai sentire
Come se stessi vivendo ai confini del mondo
È solo il modo in cui sorrido, hai detto”)

Toni Erdmann, in fondo, voleva soltanto far tornare il sorriso sulle labbra della figlia. Un intento d’amore divenuto magnifica realtà cinematografica grazie alla sensibilità e bravura di Maren Ade e dei due attori protagonisti. Ce ne fossero, in Italia, di registe/i così...






Vi presento Toni Erdmann
regia e sceneggiatura
Maren Ade
con Peter Simonischek, Sandra Hüller, Michael Wittenborn, Thomas Loibl, Trystan Pütter, Hadewych Minis, Lucy Russell, Vlad Ivanov, Ingrid Bisu, Victoria Cocias, Jürg Löw, Ingrid Burkhard, Sava Lolov
fotografia Patrick Orth
montaggio Heike Parplies
produziene: Komplizen Film, Coop99 Filmproduktion, HiFilm
paese Germania, Austria
lingua originale tedesco
colore
a colori
anno
2016
durata
162 min.

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