“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Giovedì, 26 Gennaio 2017 00:00

“Io, Daniel Blake”: la terrena poesia di Ken Loach

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Io, Daniel Blake, di Ken Loach, è il film vincitore dell’ultima edizione, la 69sima, del Festival del Cinema di Cannes. Seconda Palma d’oro per il regista inglese, dopo quella vinta dieci anni prima con Il vento che accarezza l’erba. Questo premio arriva nell’anno dell’ottantesimo compleanno di Loach, uomo proveniente dalla classe operaia che ha sempre usato il cinema per descrivere le difficoltà, le lotte, le ambizioni di giustizia ed eguaglianza dei “proletari”. Il suo cinema è sociale e politico, il suo impegno non ha mai visto esitazioni né corruzioni.

Ricordo quando, nel 2012, rifiutò di ritirare il premio al Torino Film Festival per protestare contro l’esternalizzazione di alcuni lavoratori da parte dei Musei, che previde tagli ai salari, il peggioramento delle condizioni di lavoro, licenziamenti. Ken Loach disse: “Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili... Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio”.
Ken Loach resta uguale a se stesso anche in quest’ultimo film. Lui parla degli ultimi, degli ultimi eroi del popolo, che si battono per una vita dignitosa, per il rispetto dell’etica e della solidarietà prima ancora che della legge – che sempre più spesso asseconda il capitale economico o finanziario e sempre meno risponde a criteri di giustizia e umanità. Non si stanca, Ken Loach, di parlare di chi ha dignità e, pur nella difficoltà personale, mantiene intatta l’integrità e mostra solidarietà ad altri ancora meno fortunati, ad altre vittime del brutale, iniquo mondo odierno; non si stanca, Ken Loach, di affermare invece i principi socialisti ed egualitaristi e di mettere in pratica un’etica dell’ascolto, della partecipazione alle questioni altrui. Così come fece nel 2005 ad Avellino, in occasione della premiazione al Festival Internazionale Laceno d’Oro, quando trascorse molto del suo tempo con i “nipotini” dello Zia Lidia Social Club – associazione cinematografica di cui anche io faccio parte che ha portato e porta film, dibattiti, incontri con gli autori, libertà e sogno ad Avellino e provincia – ascoltando i racconti sulla crisi, il terremoto, il disagio di una provincia poco industrializzata e periferica, il progetto di un cinema tra e con le persone – e quando poi ringraziò per il premio Camillo Marino con il pugno chiuso. Un esempio di entusiasmo e partecipazione, di umiltà e coerenza.
Daniel Blake potrebbe essere un personaggio dei suoi primi film, da Piovono pietre a Ladybird Ladybird: non sembra che siano passati oltre trent’anni dalla glaciale era thatcheriana dei diritti amputati e negati. La situazione di crisi appare simile a quella iniziata alla fine degli anni ’70, se non fosse che oggi vi è ancora maggiore solitudine, ben riportata dal sapiente sguardo del regista britannico. Oggi, infatti, come la storia di Daniel Blake racconta, l’imposizione della tecnologia rende deboli e disadattati i soggetti meno avvezzi all’utilizzo di strumenti informatici, e li mette automaticamente fuori gioco, facendoli apparire ancora più inutili, oltre che più soli. Se una volta, infatti, le lotte erano organizzate a partire dall’incontro, dal confronto, dallo scambio, l’informatica e la tecnologia sembrano avere annichilito tale resistenza proletaria del ‘900, produttiva di progetti e di cambiamenti, che si fondava sull’unione e sul dialogo. Oggi si è tutti separati, soli col proprio computer o col proprio telefonino. E solo tramite essi si chiede e pretende che si faccia tutto, anche un ricorso per vedersi riconosciuta un’invalidità al lavoro e quindi un sussidio, come accade a Daniel Blake, inabile al lavoro a causa di un attacco di cuore, e quindi privo di stipendio, che si vede però declinare la richiesta sussidiaria d’invalidità. Il ricorso perché il suo caso e le sue condizioni di salute siano riesaminati viene ostacolato scientemente proprio attraverso tali strumenti, con centralini che squillano a vuoto o invitano continuamente a richiamare, l’impossibilità di prendere un appuntamento con i responsabili dell’agenzia, le pratiche da farsi solo al pc che per un analfabeta informatico diventano trappole feroci. Tutto questo, insieme all’inumanità dei preposti del Centro per l’Impiego, lo sfianca e lo induce a rinunciare al ricorso stesso, come pure alla ricerca di un nuovo lavoro, che sarebbe stato comunque pericoloso per la sua salute, ma che sembrava l’unica possibilità rimasta, dopo i continui rinvii e rifiuti per ottenere il sussidio di invalidità. Daniel Blake sceglie di contestare queste modalità respingenti e di assecondare la sua dignità, arrangiandosi come può, scivolando di fatto verso l’indigenza. In questa impossibile lotta senza volti e senza corpi, ognuno è solo con se stesso, separato dall’incontro che è scambio e collaborazione. La digitalizzazione dei servizi ha reso superflua l’interazione umana, l‘intervento soggettivo, la differenziazione delle casistiche e degli interventi, la solidarietà, uniformando tutti a una sorta di replicanti. Resta però in primo piano, a commuovere gli spettatori, il cuore del protagonista, il suo darsi da fare per sé e per una donna con due bambini sprovvista di lavoro e di reti sociali che va contro la sua etica e la decenza pur di dare da mangiare ai bambini. Il finale doloroso del film, con la morte di Blake, è un monito di Ken Loach alla politica imperante, che vive della divisione e della riduzione dei diritti, ma è anche un messaggio a noi tutti, perché cerchiamo ognuno di fare qualcosa contro tale situazione.
Contro questa solitudine privata di realtà tangibile e (quindi) di forza intrinseca si continua dunque a levare la voce di Ken Loach. La Palma d’oro premia probabilmente, oltre alla sapienza registica, il percorso di una vita, la coerenza, la limpidezza, la tenacia, la ricerca della giustizia e la voglia indefessa di un uomo intelligente, semplice e giusto il quale ancora crede che denunciare le iniquità di un sistema sempre più globalizzato e sempre meno etico, e lottare per i diritti dei lavoratori serva a rendere la società più bella, e più poetica. Perché quando si vede l’anima, come nei suoi personaggi sempre accade, c’è una terrena, delicata, sostanziale poesia.

 

 

 

Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake)
regia Ken Loach
sceneggiatura Paul Laverty
con Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner, Sharon Percy, Kema Sikazwe, Natalie Ann Jamieson, Micky McGregor, Colin Coombs, Bryn Jones, Mick Laffey, John Sumner
scenografia Fergus Clenn, Linda Wilson
musiche George Fenton
fotografia Robbie Ryan
produzione BBC, BFI, Sixteen Films
distribuzione Cinema di Valerio De Paolis
paese Gran Bretagna, Francia
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2016
durata 100 min.

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