"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 11 Gennaio 2017 00:00

Incomunicabilità in dissolvenza

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Louis torna a casa, vi è lontano da molti anni, anni in cui ha seguito il proprio talento di drammaturgo senza mai voltarsi indietro, senza mai rivedere la sua famiglia: sua madre, suo fratello – a cui nel frattempo s’è aggiunta una moglie – sua  sorella, lasciata che era bambina; a ciascuno di loro ha sempre mandato cartoline nelle ricorrenze comandate, ai compleanni, al matrimonio del fratello, alla nascita dei figli di quest’ultimo (uno dei quali si chiama anch’egli Louis, simulacro almeno nominale di un’assenza).

Ha sempre mandato soltanto cartoline, Louis, perché le cartoline, a differenza delle lettere, sono fatte per contenere messaggi stringati, per mantenere intatto quel diaframma di cose sottaciute lasciate dietro una porta che Louis s’è chiuso alle spalle. E prova a riaprirla. Perché è malato, Louis, di una malattia senza appello e dall’incedere imminente.
Torna, Louis, nell’illusione di poter riuscire a colmare una distanza fatta di incomunicabilità. Ed è quest’incomunicabilità che la macchina da presa di Xavier Dolan prova a raccontarci, facendocela vivere dall’interno di un nucleo famigliare in cui si fa fatica a dire le cose, e ce la racconta, questa incomunicabilità, quasi preannunciandocela, quando nel tragitto dall’aeroporto alla casa materna, dal taxi intravediamo, facendo nostro lo sguardo di Louis,  un cartellone che fa la pubblicità al telefono amico, prodromo di quel bisogno di parlare che attraverserà tutto il film senza mai riuscire veramente a risolversi nell’esternazione di ciò che si vorrebbe dire.
Film che nasce da una pièce teatrale, È  solo la fine del mondo vive tutto o quasi in un interno e nelle sue adiacenze, eccezion fatta per una uscita in macchina dei due fratelli che prolunga all’esterno le discrepanze affettive e comunicative di un nucleo in cui il groviglio sentimentale resta in bilico fra affetto e livore, tra una gioia non completamente espressa per il ritrovarsi e un risentimento confuso in cui galleggia un malcelato senso d’abbandono, un fastidio non sanato per un ingiustificato ripudio. C’è una madre (Nathalie Baye) che s’acchitta di tutto punto per accogliere il ritorno del figliol prodigo, c’è una sorella minore (Léa Seydoux) che vorrebbe colmare il senso d’estraneità sussistente con un fratello con cui non è potuta crescere e c’è un fratello maggiore (Vincent Cassel) che non riesce a trattenere l’acribia di chi è rimasto verso chi se n’è andato, di chi sente la propria normalità come dazio, pagato e non dovuto, allo sfavillio altrui. E c’è poi una Marion Cotillard  – forse un tantino sacrificata nel ruolo della cognata – i cui balbettii, le cui frasi incerte e smozzicate rivolte ad un cognato tanto estraneo da parlarci dandogli del lei danno il senso e la misura di un’incapacità complessiva di mettersi serenamente in relazione.
Il racconto filmico procede dilatando i tempi, conducendo in maniera anche un po’ furbesca lo spettatore nel meccanismo indotto di un’attesa rivelatoria di una verità che resta sempre sul punto di esser esternata, confessata, per poi dissimularsi in dialoghi che virano altrove e che spostano l’asticella della tensione sempre un po’ più avanti, progressivamente facendo insorgere il sospetto – poi confermato – che si tratti di mero espediente narrativo. Dolan costruisce comunque personaggi e psicologie ottimamente rifinite, a cominciare da una Catherine Baye più tenera che dolente, passando per una Marion Cotillard che nell’essenzialità di un ruolo di contorno incamera e trasmette tutta l’evidenza di un disagio, per finire con un Vincent Cassel rabbioso e dilaniato, che la macchina da presa “sorprende” spesso di schiena, girato di spalle a chi parla (o tenta di parlare), soprattutto quando questi è Louis (un Gaspard Ulliel cui il ruolo impone misura e uno spaesamento che si potrebbe scambiare per distacco).
È solo la fine del mondo sconta però certo gusto estetizzante che appare come l’ingombro di una visione registica che travalica l’essenza stessa dell’opera – come a voler dimostrare un virtuosismo non richiesto – e finisce per consumarsi sulla soglia non oltrepassata del melodramma, snodandosi fra dissolvenze in controcampo che inquadrano i dialoghi fra i protagonisti e uno studiato indugiare sul dettaglio di un orecchio, di un occhio, di una mano, degli organi sensoriali che richiamano un contatto che si è perso, un dialogo che si è interrotto, una disposizione alla comunicazione che non si raggiunge mentre si finge di volerla perseguire. Il che se vogliamo possiede anche una sua apprezzabile estetica, ma che specchiandosi nel proprio compiacimento fa sì che permanga, accrescendo nel suo svolgersi, un senso di artificiosità indotta che smorza gli intenti di introspezione socio-psicologica dell’unita famigliare, come quando la fotografia vira all’improvviso verso il chiarore caldo e corrusco dell’imbrunire che riverbera sulle pareti e che sembrerebbe voler suggerire un cambio di prospettiva all’interno della famiglia, una chiarificazione quasi pacificatoria pur se non esplicitata, che sbatte però contro il muro di una nevrosi non risolta, come l’uccello che stramazza al suolo nell’ultima scena, ultimo espediente forzato anziché no.
Psicodramma famigliare, pur ricreando il clima teso e rarefatto di una inconciliabilità fra anime diverse e distanti, È solo la fine del mondo resta prigioniero di una nevrosi che ne imbriglia il plot fino a isterilirlo, sacrificando le ottime interpretazioni degli attori (e le buone intenzioni di partenza) ad un preteso virtuosismo registico cui non riesce di mettere lo sguardo al servizio di ciò che s’intende raccontare. Come se, filmando una forma di incomunicabilità, Dolan sia stato contagiato da quello stesso “male”, così alienando la visione di un’idea dalla compiuta realizzazione della sua trasmissione.

 

 

N.B.: su È solo la fine del mondo si veda anche:
Valentina Mariani, La scaltra fine del mondo di Xavier Dolan, (Il Pickwick – 14 gennaio 2017)

 

 

È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde)
regia Xavier Dolan
soggetto Jean-Luc Lagarce
sceneggiatura Xavier Dolan
con Nathalie Baye, Vincent Cassel, Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Marion Cotillard, Antoine Desrochers
fotografia André Turpin
musiche Gabriel Yared
produzione Sons of Manual, MK2 Productions, Téléfilm Canada
distribuzione Lucky Red
paese Canada, Francia
lingua originale francese
colore a colori
anno 2016
durata 97 min.

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