“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 26 Luglio 2016 00:00

Le due storie di Spotlight

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Recentemente mi è capitato di vedere un film dal titolo poco attraente, uno di quelli pubblicizzati nelle multisale cinematografiche prima di quello per cui hai pagato. Una produzione che, durante i brevi minuti del trailer, sentivo il dovere morale di vedere: non solo per la storia raccontata, ma anche perché i protagonisti erano dei giornalisti.

È curioso come nei film americani si abbia sempre la sensazione che la stampa sia dotata di un enorme potere. È come se fosse lo spauracchio dei cattivi e, in generale, l’entità suprema che decreta la consacrazione o la rovina di qualcosa. O di qualcuno. Probabilmente io stessa sono soggetta a dei cliché culturali, tanto che ho sempre avuto l’impressione che, in un’ipotetica piramide del potere, l’opinione pubblica americana collochi al primo posto proprio la stampa, seguita dal potere giudiziario e, solo sul gradino più basso del podio, quello delle forze dell’ordine.
Insomma, in altre parole la reverenza degli americani va al polo dell’informazione specializzata; non so se sia vero o se sia un altro degli stereotipi con cui ogni popolo tenta di identificarsi, ma l’impressione è questa.
Cosa succede nel momento in cui un potere forte si scontra con un altro dello stesso tipo? 
Non sapevo nulla del caso Spotlight  prima di imbattermi nel film di Tom McCarthy. Lo scottante argomento in questione è l’accusa, rivolta all’arcivescovo Bernard Francis Law, di aver coperto un gran numero di casi di abusi su minori perpetrati nelle parrocchie di Boston. Il Premio Pulitzer, assegnato nel 2003 al quotidiano Boston Globe per il pubblico servizio reso alla comunità, testimonia l’importanza dell’indagine condotta dal team Spotlight. La motivazione annessa a dato premio tocca infatti i temi del coraggio, della segretezza violata e, soprattutto, dell’azione modificante dell’indagine stessa sulla Chiesa Cattolica Romana.*
C’è da dire come il Globe fosse piuttosto avvezzo al prestigioso premio firmato Joseph Pulitzer. Fino a quel momento, infatti, aveva collezionato ben diciassette menzioni; eppure un argomento del genere non capita tutti i giorni. Sebbene infatti storie di singoli prelati che approfittano della loro posizione per molestare bambini innocenti si sentano più spesso di quanto vorremmo, ciò che ha fatto la differenza nel caso Spotlight è che, lungi dall’essere un reportage su un singolo prete, si è trattato di un’indagine tesa a smascherare il sistema stesso. Un sistema che, pur sapendo, inizialmente non ha fatto altro che spostare le “mele marce” di parrocchia in parrocchia sperando che cambiassero il loro comportamento. Poi sono arrivati i centri di recupero, ma ormai comportamenti del genere erano troppo radicati per essere estirpati. In ogni caso, il danno era ormai fatto: migliaia di bambini e bambine sono stati molestati per colpa di questa condotta salva-faccia attuata dai piani alti del sistema ecclesiastico.
Ed è qui che si innesta la seconda storia del caso Spotlight, ovvero la produzione cinematografica. La storia che racconta è, ovviamente quella sopracitata, ma anche quella del team di giornalisti che ha portato avanti le indagini. È come se lo zoom venisse diminuito, tanto da comprendere anche chi, sulla prima storia, ha indagato: vedere tutto dall’alto, come in una matrioska narrativa.
Ciò permette di mostrare le difficoltà incontrate dai giornalisti durante il percorso; i tentativi di boicottaggio, quelli di corruzione; ma anche le reazioni delle vittime di fronte a chi si trova a dar voce alla loro storia, spesso dopo anni da quegli episodi che li hanno segnati prima come bambini, poi come adulti. Questa operazione consente anche di scoprire i meccanismi editoriali: la capacità di scrivere una storia quanto più obiettiva possibile, che possa però lasciare spazio all’azione. La paura di vedere mesi e mesi di indagini bruciate dai concorrenti, le difficoltà incontrare nel reperire documenti giudiziari prontamente e sistematicamente occultati.
Non è così sorprendente, in fin dei conti, che al film sia stato conferito il Premio Oscar come Miglior Film e come Miglior Sceneggiatura Originale: Il caso Spotlight è un film che racconta una storia forte, ma che andava divulgata; è un film che mostra come un guardiano dei valori etici e morali debba continuare ad esistere, sia esso nei panni del sistema giudiziario o di quello dell’informazione.
E, ovviamente, non perdetevi il libro dove sono raccolti tutti i documenti: Tradimento – Il caso Spotlight curato dal Boston Globe e edito da Piemme.


*For its courageous, comprehensive coverage of sexual abuse by priests, an effort that pierced secrecy, stirred local, national and international reaction and produced changes in the Roman Catholic Church.

[Per la sua coraggiosa, esaustiva resa dell’abuso sessuale perpetrato dai preti, uno sforzo che ha infranto la segretezza, provocato una reazione locale, nazionale e internazionale che, a sua volta, ha prodotto dei cambiamenti nella Chiesa Cattolica Romana].

 

 

 

 

Il caso Spotlight
regia Tom McCarthy
sceneggiatura Tom McCarthy, Josh Singer
con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci, Billy Crudup, Gene Amoroso, Maureen Keiller, Paul Guilfoyle, Len Cariou
fotografia Masanobu Takayanagi
musiche Howard Shore
produzione Anonymous Content, Participant Media, Rocklin/Faust
paese Stati Uniti
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2015
durata 128 min.

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