“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Mercoledì, 25 Novembre 2015 00:00

L'odissea d'un giovane bufalo

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È stretto il passaggio, tra due muretti bassi (ti arrivano all'altezza degli occhi) rivestiti di piastrelle; anche a terra, le stesse piastrelle bianche: ti muovi – anzi, in verità, ti pare di venir trascinato, tirato, condotto a forza – entro quel budello illuminato da luce implacabile; eppure è come se fosse lontana la tua coscienza e tutto ciò avvenisse in sogno: perfino ciò che vedi – a malapena riesci a interpretarlo – t’appare come al di qua d’un velario traslucido, e pure i rumori ti giungono ovattati, da un altrove ignoto né vicino né amico. Getti uno sguardo a sinistra, al di là del muretto, e un vitello nero di bufalo ti guarda e il suo occhio vuoto ti accompagna mentre, infine, volti la testa in avanti e il mondo all'improvviso diventa come quell'occhio che ti seguiva, vuoto e nero e buio.

È la sequenza iniziale di Bella e perduta, ultimo film di Pietro Marcello – presentato qui a Napoli, come in altre città, dal 19 novembre dopo il concorso al Festival di Locarno e la preapertura del Torino Film Festival – ed è valsa la pena soffermarsi un po' di più a descriverla, sia perché in qualche modo possiede già, in nuce, tutte le caratteristiche e le tematiche del film, come vedremo, dalla trasfigurazione della realtà in sogno e, viceversa, al materiale onirico che in qualche modo è costretto a (ri)emergere alla realtà, all'indicibile bellezza dei luoghi, della natura, delle persone, che viene lesionata, offesa, degradata dalla cattiveria, dall'incuria, da un innominato destino; sia perché dal punto di vista tecnico e stilistico questa sequenza, come tutto il film, possiede appieno gli stilemi e le stigmate del "cinema di poesia", secondo i canoni ormai classici che Pasolini fissò nell'ormai lontano 1972 in quel folgorante capitolo di Empirismo ermetico e che donò substrato teorico e filosofico a ciò che alcuni registi dell'epoca – lui compreso – andavano facendo in quegli anni, alla ricerca d'un linguaggio e una modalità espressiva che avesse anche una sintassi, possedesse, in altre parole, anche “forma di poesia”, oltre che presupposta sostanza, l'equivalente, per dirla in soldoni, di ciò ch'era, ed è, il verso, il ritmo, la metrica, la rima, le assonanze nella – ben più conosciuta e assodata – espressione metaforica letteraria.
E comprendiamo subito, alla fine di quella prima sequenza, di averla vissuta attraverso gli occhi di un giovane bufalo, scarto degli scarti di una terra scartata, rifiutato dunque perfino qui, a Carditello, all'ombra dell'incomparabile bellezza opera della natura e dell'uomo insieme, che – per un incomprensibile e fatale giocar degli dèi – si corrompe e imputridisce, e getta via, perché del tutto inutile (come superfluo è, evidentemente, lo splendore e la grazia) il bufalo maschio, portato a sperdere nei campi come Pollicino – come Isacco da Abramo – e lì abbandonato. Ma, come in una fiaba (la realtà, come ognun sa, è la madre delle fiabe, ed è sempre incinta, per chi ha occhi e li usa), il vitello legato (vano sacrificio a silenti numi), viene ritrovato da – direbbero le scritture o gli anonimi poeti che inventarono i miti – un "uomo buono e saggio". È un uomo reale, Tommaso Cestrone, un uomo che appartiene alle cronache oggi e domani alla storia, e questo film, come antico poema scritto a celebrare le glorie d'un eroe forte in battaglia, ne restituisce intatta, se pur trasfigurata e sublimata, la fede e la tempra di combattente: è un pastore che, per un di quei fenomeni che non ti spieghi se non con il ricorso ad altro che non la ragione e la logica, arriva a trascurare il suo gregge per ripulire l'antico sito reale di Carditello, spogliato e depredato dall'incuria e dalla rapina degli uomini; ne diventa "custode volontario", l'angelo di Carditello, e si prende cura anche dei vitelli maschi, guardiano dunque di tutti gli scarti, di ciò che nessuno vuole più. Morirà, Tommaso, come un personaggio da leggenda, la mattina di Natale, lasciando in ideale eredità Carditello al ministro Bray, che lo acquisirà per lo Stato tre settimane dopo, e Sarchiapone, il giovane bufalo, dal nome che evoca personaggi da Cantata dei Pastori e favolosi animali(?) d'un vecchio sketch televisivo, ai Pulcinella, esseri che abitano lo spazio di mezzo, né in terra né in cielo, né vivi né morti, né uomini né animali, e che, privati di propria coscienza e volontà, non son altro che ignari e ignoranti esecutori della volontà divina: agli dèi, infatti, Tommaso rivolge una supplica, sotto forma di burocratica domanda in bollo, come usava da vivo, chiedendo per Sarchiapone una nuova patria e il dono della parola.
Il film non altro è dunque, e non sembri poco, che il lento ed incerto muoversi del giovane bufalo – di cui Elio Germano incarna la voce, dono degli dèi ed eredità di Tommaso – dalla Terra dei Fuochi alla Terra d'Etruria – dove lo attende il tombarolo Gesuino – dalle arcaiche fattezze d'un Mangiafuoco che pretenderà mangiar Sarchiapone come quello Pinocchio (come Polifemo Ulisse) – che cava dalla terra altre e diverse smemori bellezze. Viene accompagnato (veniamo accompagnati, ci verrebbe di scrivere), in questo viaggio che ha quasi sapore d’iniziazione, dal Pulcinella interpretato da Sergio Vitolo, attraverso luoghi e siti della civiltà contadina ormai violentati da una cattiva, matrigna e malintesa modernità che ne corrompe i segni e le vicende, tagliando o quantomeno oscurando invisibili e fragili legami col mondo immateriale, misterioso e impalpabile, certo, ma non per questo meno reale del concreto e visibile; come per gli animali, di cui s'arriva a supporre un'anima, e dunque una coscienza, come in certo modo giunge a rivendicar Sarchiapone, anche se noi umani, nella nostra implacabile e ossessiva presunzione, decisamente ne neghiamo perfino il sospetto. Così, anche dal punto di vista stilistico, tutto il film diventa una lunga “soggettiva libera indiretta”, come la definirebbe PPP, in cui l'ossessiva immobilità delle inquadrature, che non opera sulla realtà, ma aderisce invece a quella, secondo un canone in qualche misura realistico, se da un lato testimonia l'amore dell'autore per quel brandello di concreto territorio, dall'altro lo contraddice invece (esaltandolo in puro lirismo) nell'espressionismo dell'abbondanza della macchina a mano, dei montaggi dall'apparente e vistoso errore, del barbaglio dei controluce, dell'uso studiato del 16 mm che restituisce un mondo volutamente infondato e inattendibile, dove senti prepotente il rumore (e l’ottica) della macchina da presa, arrivando in fondo a intravedere finalmente il cinema come inesausta metafora (e dunque figura e allusione) della realtà: vero cinema di poesia, dalla limpida e quasi sacrale purezza e innocenza. E dire che il film doveva esser tutto diverso: ispirato al Viaggio in Italia di Guido Piovene, avrebbe dovuto comprendere un episodio per ogni regione italiana; girati i primi metri di pellicola sulla storia di Carditello e del suo angelo tutelare, da un lato l'autore si innamora di questa storia, dall'altro la morte di Cestrone decide per un film con altra espressività e che vive diversa esistenza. Ma questa, come direbbe qualcuno, è tutta un'altra storia.

 

 

 

 

Bella e perduta
regia Pietro Marcello
sceneggiatura Maurizio Braucci, Pietro Marcello
con Tommaso Cestrone, Sergio Vitolo, Gesuino Pittalis e la voce di Elio Germano
fotografia Pietro Marcello, Salvatore Landi
montaggio Sara Fgaier
produzione Sara Fgaier, Pietro Marcello, Avventurosa con Rai Cinema
in collaborazione con Mario Gallotti, Istituto Luce Cinecittà, Fondazione Cineteca di Bologna
paese Italia
lingua italiano
colore a colori
anno 2015
durata 87 min.

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