“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Giovedì, 12 Novembre 2015 00:00

"Suburra": una Roma perduta

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A Roma piove. E piove sugli intrighi e i complessi intrecci di potere che di Roma sono parte. È di questa Roma che parla Suburra, narrando in ordine cronologico gli avvenimenti della settimana che si concluderà con quella che viene definita  "l'Apocalisse": il 12 novembre 2011. Giorno in cui i capi dei maggiori poteri romani spariranno dalla scena capitolina in un crudo effetto domino innescato dal comportamento del parlamentare Filippo Malgradi, interpretato da Pierfrancesco Favino, che risparmierà solamente Papa e Presidente della Repubblica.

È il 5 Novembre e Malgradi trascorre una notte di sesso e droga in compagnia della escort Sabrina e di una baby prostituta che di lì a poco perderà la vita per overdose e il cui corpo verrà gettato nelle acque del Tevere, grazie all’aiuto di Alberto Anacleti, detto Spadino, fratello del boss zingaro Manfredi Anacleti. Sarà però l’uccisione di Spadino, per mano di Numero 8, lidense figlio di un membro della banda della Magliana, assoldato da un collega di partito di Manfredi per spaventare il giovane che aveva ricattato il politico in cambio del suo silenzio, a incrinare definitivamente gli pseudo-equilibri che tenevano in piedi il microcosmo – se “micro” può essere il termine giusto – criminoso  romano. È un’Apocalisse, si, anche piuttosto scontata in realtà. È chiaro fini dalle prime scene, infatti, a che tipo di conclusione si andrà incontro. Tutt’altro che ovvio è invece il ritmo in cui avverrà il tutto. Il regista non lascia allo spettatore un secondo di tregua, il tutto avviene in maniera molto concitata. Centotrenta minuti di apnea che metterebbero a dura prova il sub più esperto.
È anche, però, un Armageddon. È la battaglia ultima tra i re della città. Una battaglia in cui manca un Dio, in cui non esiste scontro tra bene e male. Ma sarà quest’ultimo ad autodistruggersi collassando su se stesso. Ed è anche, forse, un diluvio universale da cui non si potrà fuggire, però, a bordo di un arca. Quella di Sollima è una Roma in cui non c’è redenzione,  su cui non può splendere il sole. È solo una triste e inerme spettatrice del decadente spettacolo che sul suo palcoscenico ha luogo. Simbolicamente rappresentato già nei primi minuti dal parlamentare che durante la notte di sesso all’hotel, sotto la pioggia battente, orina dal balcone. Orina su Roma.
Fotografia magnifica quella di Suburra. Una Roma smorzata dalla pioggia che riesce tuttavia a rendere magico il tutto. Quello che più lascia perplessi è la scelta del cast. Primo tra tutti Claudio Amendola, chiamato ad interpretare "Samurai", un sopravvissuto della Banda della Magliana, boss rispettato e temuto da ambiente malavitoso e non, se così può essere definito quello politico. Un Amendola molto poco credibile nei panni del criminale. Un pàthos forzato e costante il suo, per intenderci quello che avrebbe utilizzato nei panni di Giulio Cesaroni, nell’omonima serie televisiva, se avesse trovato una confezione di tortellini scaduti nel frigo. L'affettazione in persona. Una recitazione mononòta e artificiosa che chiunque avrebbe potuto eguagliare e superare. E non se la cava di certo meglio Pierfrancesco Favino. Breve ed intensa, meno male, direi, l'interpretazione di Antonello Fassari. Un plauso, invece, ad Adamo Dionisi, ex esponente degli "Irriducibili", una fazione violenta del tifo laziale. Nel film, Manfredi Anacleti, un perfetto Casamonica, inquietante al punto giusto, senza strafare, nonostante anni addietro non si trovasse precisamente in una scuola di teatro. Un derby, questo, che non può che vedere la Roma tristemente sconfitta. Bella l'interpretazione di Alessandro Borghi, alias Numero 8, erede della criminalità ostiense. Un giovane presuntuoso, facile alla violenza, dalle manie di grandezza e – ovviamente – drogato. Ma a me, lo ammetto, sarebbe piaciuto anche se non avesse proferito parola alcuna o se avesse contribuito solamente come comparsa. Tra interpretazioni buone e mediocri, l’Oscar, questa volta, non può che andare a Roma.
Un’Apocalisse spettacolare quella messa in scena con Suburra, che però, probabilmente, non è neanche alla fine del primo tempo.

 

 

 

 

Suburra
regia
Stefano Sollima
sceneggiatura Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo
con Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Alessandro Borghi, Elio Germano, Greta Scarano, Adamo Dionisi, Giulia Elettra Gorietti, Antonello Fassari, Giacomo Ferrara
fotografia Paolo Carnera
produzione Cattleya, Rai Cinema, La Chauve Souris, Cofinova 11, Cinemage 9
paese Italia, Francia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2015
durata 130 min.

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