"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Sabato, 26 Settembre 2015 00:00

Bobbio prima e dopo

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Leggenda vuole che il famoso regista Marco Bellocchio scoprì, alcuni anni fa, le abbandonate prigioni del convento di san Colombano, e che venisse a conoscenza della vera storia di una monaca del luogo, che per amore di un affascinante sacerdote rispose, sventurata, ai richiami della carne. La poverina non ebbe fortuna però: il pretino, arso dal rimorso, spense le fiamme della passione gettandosi nel Trebbia, e la curia accusò la monachella di aver fatto patti col demonio, condannandola ad esser murata viva! Sì, proprio costretta a vivere in uno spazio ristrettissimo, con solo un palmo di vuoto in basso e una feritoia all’altezza degli occhi.

Almeno fin qui la leggenda, in gran parte vera, sulla genesi dell’ultimo lavoro del regista piacentino, Sangue del mio sangue, presentato in concorso all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (anche stavolta mancando il bersaglio del Leone, o di qualche altro premio importante). Si ha l’impressione che il film, scritto dallo stesso Bellocchio, non sia stato pensato come un lavoro meditato, soppesato, rifinito, frutto di un grande investimento di scrittura e di produzione. Forse perché tutto si svolge nel perimetro del suo paese natale, con attori amici e fidati, e con parenti stretti in qualità di protagonisti e comprimari. Una dimensione familiare e privata che era alla base del primo lungometraggio di Bellocchio, esordio folgorante e biglietto da visita di una poetica – che nel tempo avrebbe mantenuto le sue promesse – e di un’estetica già matura per rendere autorialmente distinguibile la successiva pratica filmica. Un privato che è tornato nel corso della sua carriera prima con Vacanze in Val Trebbia e poi con Sorelle Mai – nato dai laboratori estivi della sua scuola di cinema come il presente lavoro – prodotti più vicini alla docufiction che ad un classica narrazione di finzione. Nel caso specifico, il protagonista dell’episodio seicentesco si chiama Federico Mai, casato della madre del regista, ed è interpretato da Pier Giorgio Bellocchio. La figlia Elena dà voce e corpo alla cameriera omonima, sorella del faccendiere Federico nell’episodio contemporaneo. Il fratello Alberto è il cavaliere Federico da adulto, divenuto cardinale. Non tutti gli attori della prima parte si ritrovano nella seconda (in ruoli diversi, ovviamente) e solo Pier Giorgio Bellocchio mantiene la centralità del protagonista nel salto tra i due secoli.
Due secoli e due film, verrebbe da dire. Per quanto l’unità tematica possa, in linea di massima, essere individuata nell’analisi dei meccanismi del Potere che condiziona le coscienze e i corpi degli uomini, che li costringe letteralmente entro mura invalicabili, il registro è volutamente alterato nel passaggio tra le due epoche: serio, angosciante, oppressivo quello relativo alla vicenda storica, diviene grottesco, stemperato, leggero in quella moderna. Dalla tragedia si passa alla farsa, potrebbe dirsi, ed in effetti la compostezza formale ed espressiva della prima parte si sfalda in piani di ripresa e in toni scomposti nella seconda, quasi a segnare la differenza tra un passato uniforme poiché ristretto nel mito e un presente fluido ed eterogeneo perché sperimentato, vissuto, agito in prima persona.
Questo dualismo senza corrispondenze segna inevitabilmente la tenuta dell’opera.
La storia della prigionia di suor Benedetta assume i caratteri di un grande affresco storico dalla ricostruzione dettagliata ed affascinante. Gli ambienti naturali, gli arredi, i costumi incorniciano una storia dal respiro classico, benché non manchino i momenti suggestivamente inquietanti, a cui contribuisce una fotografia nitida ma livida, con gli inevitabili richiami alla luminosità barocca (e caravaggesca) abbastanza contenuti. Encomiabile il lavoro di Daniele Ciprì, specialmente nelle scene all’aperto in riva al fiume, che sfrutta espressivamente la luce indiretta del crepuscolo (o dell’alba). Ma è il tono generale a convincere, la recitazione adeguata alla propensione drammatica degli eventi. Una cappa opprimente di ipocrisia e violenza di un potere pervasivo e totalizzante costringe l’inquisita in un destino di angoscia e di morte, a cui però lei risponde opponendo una sdegnosa fierezza, fino a capitolare sotto l’insostenibile tortura del fuoco.
Al contrario la vicenda del falso ispettore della Regione che propone la vendita del convento-carcere al riccone russo di turno è il pretesto per un’impietosa illustrazione di una realtà fatta di matti ballerini rubricati come sordi, falsi ciechi ed altri falsi invalidi che lucrano sulla pensione elargita dallo stato corruttibile e compiacente, mogli abbandonate che non sanno se sono anche vedove, notabili che stanno perdendo il controllo della comunità perché incapaci di reggere l’emancipazione portata dalla rivoluzione digitale. Un po’ troppo per lo spettatore abituato agli ultimi capolavori (quali più quali meno) dal solido impianto espressivo di un cineasta giunto alla piena maturità, dopo una fase antinarrativa, antipsichiatrica, anticomunicativa che lo ha interessato dagli anni Ottanta a metà dei Novanta.
Resta un lavoro di indubbia e suggestiva bellezza per la quasi totalità, curato e compreso negli standard cui Bellocchio ci ha abituati, come la musica in sintonia con le immagini, affidate ancora una volta a Carlo Crivelli, cui si aggiungono cori alpini e una strana rielaborazione per coro e orchestra di Nothing Else Matters dei Metallica, a firma del collettivo Scala & Kolacny Brothers (Stijn e Steven Kolacny sono un duo belga di musicisti classici che dirigono un coro femminile nella riedizione di brani pop rock).

 

 

 

 

Sangue del mio sangue
regia Marco Bellocchio
soggetto e sceneggiatura Marco Bellocchio
con Pier Giorgio Bellocchio, Robeto Helitzka, Lidiya Liberman, Fausto Russo Alesi, Toni Bertorelli, Alba Rohrwacher, Federica Fracassi, Elena Bellocchio, Ivan Franek, Filippo Timi, Bruno Cariello, Alberto Cracco, Alberto Bellocchio
fotografia Daniele Ciprì
musica Carlo Crivelli
montaggio Francesca Calvelli, Claudio Misantoni
produzione IBC Movie, Kavac
in collaborazione con Rai Cinema, Barbary Films, RSI Televisione Svizzera, Amka Films Productions, Sofitvcine
distribuzione 01 Distribution
paese Italia, Francia, Svizzera
lingua italiano
colore a colori
anno 2015
durata 107 min.

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