“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Lunedì, 03 Agosto 2015 00:00

Il lupo e la strega

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Che l’horror sia un genere poco adatto e conseguentemente poco frequentato dal cinema italiano degli ultimi decenni è un dato di fatto che trova più di una spiegazione. Innanzitutto la mancanza di grossi budget per mettere insieme prodotti apprezzabili dal pubblico di affezionati, abituati agli standard produttivi internazionali. Elemento che si è riscontrato per tutto il nostrano cinema di genere, con rare eccezioni (che però si riducono al solito Argento, sempre più lontano dalla maestria di un tempo, e a qualche suo discepolo).

Poi l’annosa pregiudiziale idiosincrasia del nostro sistema cinema verso narrazioni che travalichino il limite della dimensione del “reale”, e che tende ad allontanare lo spauracchio dell’etichettatura per ibridare le opere più canonicamente costruite con elementi “naturalistici” (che ne assicurino la plausibilità presso il pubblico “adulto” e non avvezzo alle “baracconate”). Non che la ricerca della verosimiglianza sia un difetto a prescindere, ma spesso indebolisce il potenziale affabulatorio con recitazioni sottotono e patisce timori reverenziali (che si traducono in piattume della messinscena) nei confronti del cinema “alto”.
Fa per questo piacere l’uscita di un film horror a tutti gli effetti come Janara, esordio nel lungometraggio di Roberto Bontà Polito. Il soggetto sembra interessante sulla carta, soprattutto perché coniuga un filone che altrove nel mondo gode di una fortunata situazione (se non creativa, almeno produttiva, con lavori major e molti altri dall’impiego di budget minori) con la tradizione folkloristica italiana, campana in particolare. Partendo da un evento reale dei primi dell’Ottocento, soggettisti (il regista con Fabrizio Nardi) e sceneggiatori (il produttore Alessandro Riccardi insieme a Brando Currarini) sviluppano una storia ambientata ai nostri giorni, in un reale paese del beneventano, San Lupo (scelto per via del richiamo alla licantropia? – con scene girate anche a Guardia Sanframondi), con set e interni naturali. La vicenda riassume i pretesti narrativi di gran parte dell’orrore e del fantastico classici. La morte improvvisa del nonno, unico familiare (insieme ad un’anziana zia un po’ esaltata) riconduce Marta al paesello d’origine per motivi di eredità. La donna, incinta di pochi mesi, si fa accompagnare dal marito presso la sorella, che freddamente rifiuta di ospitarli. Un vecchio amico, divenuto nel frattempo il sacerdote del paese, trova loro una sistemazione presso una coppia con figlio, unico bambino ormai rimasto, dato che denatalità, morti premature e scomparse di alcuni bambini (attribuibili all’azione di pedofili) ha decimato la presenza dei minori. Dopo il ferimento (così pare) del ragazzino, Marta e il marito sono ospitati in canonica da don Andrea. Tutto il paese è in preda all’agitazione, e in molti pensano che le sparizioni e le sventure siano opera di una strega, detta appunto janara (da janua, in quanto porta, tramite tra la dimensione umana e quella ultraterrena) giustiziata dall’Inquisizione due secoli prima, e tornata per dar corso alla maledizione lanciata sui figli dei suoi aguzzini.
A ben vedere non mancano i rimandi ai classici racconti del terrore, inclusa la furia della collettività alla ricerca del capro espiatorio, corollario onnipresente nelle storie di dannazione legate ad una specifica comunità. La scrittura è densa di rimandi ad antichi misteri, svelati a poco a poco, e accumula elementi funzionali allo svolgimento della trama, con continua serie di rivelazioni.
La regia si rivela tecnica e professionale quanto basta, riuscendo a sfruttare gli angusti spazi del paese e la natura circostante in modo intelligente, con ritmo sostenuto, assicurando un decente livello altrove amatoriale in operazioni di piccolo cabotaggio. Gli attori garantiscono qualità recitative da buona fiction (con particolare menzione per la rodata Rosaria De Cicco). Purtroppo i contributi di fotografia e musica, indispensabili in un cinema basato sulle atmosfere e le suggestioni, condizionano negativamente il risultato. Sebbene registrata appositamente con l’Orchestra di Sofia, lo score di Sandro Di Stefano ricorre a troppi rimandi argentiani (le nenie infantili dei Goblin) e a sottolineature scontate. La fotografia di Roberto Lucarelli appiattisce tutto su toni lividi e spenti, quando invece avrebbe dovuto, per rinforzare il senso di angoscia, essere almeno all’inizio luminosa e rassicurante (del resto l’orrore alla luce del sole fu inventato da registi del livello di Dreyer, trovando sponda in Italia solo nei gialli padani del promettente Pupi Avati). Inoltre alcune sequenze e azioni non si capisce bene come si svolgano, cosa vogliano significare (il bimbo è ferito o è stato ucciso? La zia dove va a finire?) e la premessa narrativa della sparizione dei bambini è poco sviluppata.
Janara avrebbe dovuto più concretamente fare di necessità virtù, lavorando sulle allusioni, le sospensioni, risparmiando qualche rappresentazione diretta e semplicistica del perturbante (sebbene gli effetti speciali siano affidati ad uno specialista come Sergio Stivaletti), operando meglio sulle premesse alle azioni. In definitiva, un esordio meticolosamente preparato e studiato (con entusiastica partecipazione della popolazione e contributi scientifici alla materia, cui si aggiunge il beneplacito di Eugenio Bennato, esecutore con Pietra Montecorvino e autore del testo del brano sui titoli di coda) che avrebbe meritato uno svolgimento più accurato.

 

 

 

 


Janara
regia Roberto Bontà Polito
soggetto Roberto Bontà Polito, Fabrizio Nardi
sceneggiatura Alessandro Riccardi, Brando Currarini
con Laura Sinceri, Alessandro Ambrosi, Noemi Giangrande, Gianni Capaldi, Rosaria De Cicco, Lorenza Sorino, Fabrizio Vona
fotografia Roberto Lucarelli
musica Sandro Di Stefano
montaggio Andrea Santoro
produzione Vargo srl
distribuzione One 7 Movies
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2015
durata 87 min.

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