"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 30 Luglio 2015 00:00

Coppia difforme

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Lo scrittore inglese James Miller presenta ad Arezzo la traduzione in italiano di un suo libro dedicato al valore delle copie nel mondo dell’arte, Copia conforme, nato dalle sue precedenti frequentazioni fiorentine (ed italiane, in generale). Una gallerista francese – con figlio adolescente a carico – che vive in Toscana è affascinata dalle sue teorie e lo invita a visitare il paese di Lucignano, dove risiede un dipinto creduto un originale d’epoca romana per ben due secoli (fino alla definitiva attribuzione ad un falsario napoletano del XVIII secolo fatta nel secondo dopoguerra).

Nel tragitto in macchina i due approfondiscono la reciproca conoscenza e si confrontano sulle rispettive idee di semplicità, singolarità, originalità e quant’altro occorre alla possibile definizione di arte (e di ciò che non lo è). Giunti alla meta, visitano il museo in cui c’è la copia della Musa Polimnia (in realtà a Cortona) e poi prendono un caffè in un bar, dove l’anziana proprietaria li scambia per una coppia, rassicurando la donna sul fatto che il (presunto) marito l’ami ancora (nonostante James sia impegnato in una lunga telefonata all’esterno). I due fanno poi visita al Museo Comunale del paese, trovandovi coppie di giovani sposi in fila per farsi fotografare accanto all’Albero d’oro.
Cosa aggiungere di più senza svelare la conclusione del racconto? Nel caso specifico si è lontani da un banale colpo di scena, perché la repentina trasformazione dello status del duo lascia volontariamente nell’incertezza la prevedibile identificazione con i personaggi operata dagli spettatori. In tal modo la scelta assume un valore metanarrativo che sottende all’illusione cinematografica tout court. Kiarostami aveva già operato uno “svelamento” della messa in scena quando fa entrare gli operatori e i tecnici nel quadro sul finale de Il sapore della ciliegia. Qui non ricorre ad espedienti extradiegetici, ma rimanendo nel perimetro della finzione si confessa l’incapacità del cinema di copiare la vita, l’inanità di ogni tentativo di riprodurla fedelmente. Cosa che peraltro assicura al cinema stesso la dignità e l’indipendenza del suo statuto. E il cambiamento risponde, forse, anche all’esigenza morale di mettere da parte i discorsi, le perifrasi che soffocano le urgenze dei sentimenti, dietro le quali si trincera la nostra identità reale: quando gli elementi esterni (la barista, gli sposi, la coppia conosciuta da Elle nella piazzetta con la fontana) interagiscono con i Nostri, la nuova situazione sembra essere quella vera, di cui quella precedente non ne rappresentava che la copia artificiale (e funzionale all’inganno profilmico). In quei momenti affiora un senso comune delle cose, la capacità di abbandonarsi a consigli anche banali, l’intento di reagire a chi ci sprona. Un buonsenso di cui fa tesoro la sola Elle. Non a caso James è impegnato a telefono prima, poi rifiuta con fermezza l’invito a farsi fotografare (un comportamento davvero irritante: alle richieste verbali dello sposo rimane ostinatamente al suo posto, per cedere solo quando è trascinato, fisicamente, dalla sposa), infine mette timidamente in atto il consiglio dell’anziano turista. Il suo discorso sull’arte non è poi distante dalla codifica di criteri oggettivi (“Originalità, bellezza, età, funzionalità. La definizione di un’opera d’arte è questa in fondo”) che è presente nella letteratura specialistica. A ciò lei risponde con un punto di vista da lui esposto nel libro – ma che non rispetta fino in fondo – (“Io credevo che non ti interessasse l’opera in sé ma lo sguardo, lo sguardo... Io pensavo che il tuo approccio fosse soggettivo, personale, creativo, inventivo... Ma che cos’è che conta? È la bravura tecnica, la reputazione dell’artista? Lo sguardo non conta più?”). E mentre lei cerca conferme al senso di sicurezza trasmessole dalla scultura al centro della fontana (una donna con bambino si aggrappa ad un uomo), interrogando i passanti, lui non ne vede che il riflesso in uno specchio, rivolgendo le sue attenzioni ad una moto parcheggiata lì vicino. Come a dire: Elle legge nell’arte una dimensione sentimentale, James ammira nella tecnica una strumentalità individuale.
Da molti paragonato al Viaggio in Italia di Rossellini, Copia conforme non può esserne la riproposta dopo sessant’anni. Troppo diverse le premesse e l’ambientazione sociale e antropologica. Lì c’era vitalità di una natura che si rispecchiava in riti arcaici e incomprensibili. Qui l’Italia è la Toscana amata dai ricchi stranieri, invidiata in tutto il mondo. La fotografia dell’onnipresente Luca Bigazzi evita l’effetto fiction da prime time preferendo alla nitida solarità una tonalità più contrastata, omettendo campi lunghi e amenità cartolinesche da pomposo film d’esportazione. Anche l’assenza di musiche scongiura la pacchianeria (si sentono solo un brano alla fisarmonica e due motivi napoletani, Comme facette mammeta e 'O surdato 'nnammurato). Resta però un senso disincantato di contemporaneità, dove le stradine medioevali sono ancora più strette per le auto che le percorrono, dove i selciati sono sempre troppo puliti, le piazzette con le stesse fioriere, i ristoranti allestiti con lo stesso decor misto di minimal e arte povera.
Al di là di un più probabile paragone antonioniano (il road movie, esistenziale e fisico, era ben presente nelle opere del regista ferrarese) e di un meno probabile accostamento bergmaniano (auspicato dai più come garanzia di una più realistica lacerazione esistenziale!) regge, a nostro avviso, l’ascendenza tutta francese degli  itinéraires dialettici di Rohmer, la leggerezza con cui i personaggi sono ripresi nella loro naturalità, al centro o fuori l’inquadratura. E poi, cosa che lo conferma come autore dal taglio e dalla poetica personali (anche se tale pratica c’era già nel regista francese) ci sono gli sguardi dei protagonisti fuori campo, sguardi che ritrasmettono, nei leggerissimi movimenti del volto, ciò che è ridondante mostrare, dato che fondamentali sono le razioni dei Nostri a ciò che vedono, e che dicono molto di loro a noi stessi.
Presentato in concorso al 63esimo Festival di Cannes, il film si è aggiudicato meritatamente la Palma d’oro per la migliore interpretazione femminile.

 

 

 

 

Retrovisioni
Copia conforme
regia Abbas Kiarostami
sceneggiatura Abbas Kiarostami
con la collaborazione di Caroline Eliacheff
adattamento Massoumeh Lahidji
con Juliette Binoche, William Shimell, Gianna Giachetti, Adrian Moore, Jean-Claude Carrière, Agathe Natanson, Angelo Barbagallo, Filippo Trojano, Manuela Balsinelli
fotografia Luca Bigazzi
montaggio Bahman Kiarostami
produzione MK2, Bibi Film, France 3 Cinéma, Artemis Productions
distribuzione Bim
paese Francia, Italia, Belgio
lingua originale francese, inglese, italiano
colore a colori
anno 2010
durata 106 min.

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