“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Venerdì, 29 Maggio 2015 16:11

I racconti di zio Matteo

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La suggestiva e riuscita scena della carrozza con cui si apriva Reality (prima che la macchina da presa svelasse la “realtà” della situazione narrata, quel matrimonio in un noto complesso alberghiero che sicuramente ha destato in Campania il riso del pubblico medio-alto, destinatario naturale del film) potrebbe aver indirizzato il regista romano a concentrare gli sforzi nell’illustrazione di un’epopea fiabesca a tutti gli effetti.

Il team di sceneggiatori (e soggettisti) è quasi lo stesso del suddetto film – con Edoardo Albinati al posto di Maurizio Braucci – e la prima soggettiva del nuovo cimento del regista romano potrebbe essere quella di un passeggero della carrozza di cui sopra, che giunto al cancello monumentale non si troverebbe più al centro di una festa in un luogo che evoca scenograficamente un mondo di fiaba, costruito secondo le aspettative popolari di una certa clientela (così come l’asettico e contemporaneo décor della casa del Grande Fratello materializza le risposte alle istanze di successo di una gioventù narcisa interclassista – o quantomeno narrataci come tale), ma si avvierebbe in una vera corte al cospetto di veri reali, per allietarne le serate con la propria arte circense. Stabilita l’ambientazione fantastica, lo stesso Garrone ha ammesso di aver proceduto dall’irreale al reale, in direzione contraria a quella di alcuni suoi precedenti film, dove erano ben presenti situazioni e ambientazioni suggestive ed evocative.
Qui le capacità tecniche si esprimono a dovere nei sinuosi (ma nono troppo) movimenti di macchina, nell’utilizzo delle location naturali e storiche attentamente riprese per elidere qualsiasi riferimento alla modernità, nei costumi sfarzosi non eccessivamente realistici (anzi, negli addobbi regali si risente l’imprinting delle illustrazioni dei libri di fiabe fatte da Lima, Ferri o Pinardi), negli effetti speciali artigianali. Più che ai moderni prodotti fantasy – impensabili senza un’evoluta e imprescindibile CGI – Il racconto dei racconti potrebbe essere accostato a pellicole anni '80 come La storia infinita o Legend. La scena dell’uccisione del drago marino, in cui John C. Reilly è corazzato con tanto di scafandro dorato, oltre che essere visivamente ricercata, si svolge secondo un ritmo sospeso e antitetico a quello imposto dal montaggio ipercinetico della sci-fi contemporanea (quanto avrebbe fatto durare l’episodio Zack Snyder?) e con l’inedito punto di vista del protagonista offuscato dal vetro del casco (e dalla scarsa visibilità del fondale), il tutto ripreso senza virtuosismi action. Anche il ritmo generale del film, con quelle due ore e passa, si adagia al passo naturale della narrazione orale.
A questo punto bisogna, però, denunciare che le premesse non vengono mantenute nel resto dell’opera. A fronte di colori adeguatamente illustrativi, la realtà non riesce a restare in platea ed entra nel libro con situazioni di violenza quasi horror e di sesso un po’ gratuito. Si dirà che le fiabe sono narrazioni dove gli elementi tragici e paurosi sono costitutivi. Ma la loro presenza è sempre coerente al contesto narrativo e al tono distanziato del racconto. La rappresentazione visiva obbligatoriamente può incorrere nel rischio di travalicare i confini del regno delle fiabe e tracimare nei territori del reale. Cosa che puntualmente accade, tra defenestrazioni, decapitazioni e scarnificazioni. Quale altra strada avrebbero potuto scegliere il regista e gli sceneggiatori? La risposta potrebbe essere quella di abbandonare il fantasy leggibile ad un primo livello e narrare il tutto con la distanza del secondo livello, quello della metafora e del ragionamento della materia narrata, quello di una rappresentazione letteralmente dis-incantata, senza per questo ricorrere a straniamenti brechtiani o a metariflessioni fuori campo. Che è poi quello che, sulla pagina, opera lo stesso Giambattista Basile. La lingua popolare ed aristocratica insieme fanno de li cunti un grande affresco sapido e realistico (qui sì) della società napoletana del tempo, con personaggi, caratteri, sentori e afrori presi dalla strada e dall’interno dei palazzi (senza distinzione tra piani nobili e stanze della servitù). L’humus di una società e di una cultura che fa parlare re e regine al posto di viceré e marchesi, di governatori e alti prelati. Che ne rappresenta impietosamente le bramosie e le piccinerie umane, che si indirizzava ai figli dei nobili (o di chi sapeva leggere) per mascherare i vizi dei padri. Espungere il milieu originario e connotato linguisticamente e socialmente ha aperto alla produzione la disponibilità dei capitali stranieri – a detta del regista, molti possibili investitori italiani si sono tirati indietro – e quindi degli attori internazionali, garantendo, in tal modo, la spendibilità del prodotto sul mercato estero. Certo Garrone non ha una cifra immediatamente riconoscibile come ce l’hanno Tim Burton o Terry Gilliam (né il gusto provocatorio e l’estro iconico di un Greenaway), e ciò potrebbe rivelarsi un ostacolo per il pubblico giovanile e generalista fruitore del fantasy, così come per le nicchie del pubblico più arty ed esigente, finendo per posizionarsi sul mercato globale come un oggetto strano. Anche le musiche di Alexandre Desplat, che accompagnano le scene con la misurata dose di enfasi, sono funzionali all’internazionale confezione standard – l’uso di brani del barocco sarebbe stata una scelta troppo raffinata e rischiosa.
In definitiva, la morale che risulta dalle belle illustrazioni si sostanzia in una generale critica al potere dei potenti (adulti o vecchi, padri o madri) che finisce per rivoltarsi contro loro stessi, e in un inno alla determinazione e all’ansia di giustizia dei giovani, qualità ripagate alla fine di un processo di caduta, risalita e cambiamento, archetipo e struttura ricorrente del racconto fantastico di formazione.

 

 

 

Il racconto dei racconti – Tale of Tales
regia Matteo Garrone
con Salma Hayek, John C. Reilly, Toby Jones, Vincent Cassel, Christian Lees, Jonah Lees, Bebe Cave, Stacy Martin, Franco Pistoni, Alba Rohrwacher, Guillaume Delaunay, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Laura Pizzirani, Jessie Cave, Massimo Ceccherini, Giselda Volodi
sceneggiatura Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Ugo Chiti, Edoardo Albinati
fotografia Peter Suschitzky
musiche Alexandre Desplat
montaggio Marco Spoletini
scenografia Dimitri Capuani
costumi Massimo Cantini Parrini
produzione Archimede, Le Pacte
in collaborazione con Rai Cinema, Recorded Picture Company
distribuzione 01 Distribution
paese Italia, Francia, Gran Bretagna
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2015
durata 125 min.

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