"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 22 Maggio 2015 00:00

"Mommy": una madre, un figlio e la periferia dei sentimenti

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Mommy è un miracolo cinematografico. Il regista canadese Xavier Dolan, così giovane e così acuto riesce a gestire magnificamente l'intreccio narrativo e visivo. È intuitivo e versatile, fa convergere la storia con l'immagine. In una dialettica perfetta tra tecnica e racconto, le vicende coinvolgono anche se in effetti accade ben poco. La grande metafora dei rapporti difficili e irrequieti si dipana da sé in questo film che è tante cose tranne un film semplice.

Steve è un ragazzo di sedici anni affetto da disturbi e deficit che lo portano, fin da bambino, ad essere iperattivo, sconveniente ed esuberante nelle situazioni più impensate. Non è facile stargli dietro, il suo nervosismo compulsivo è invalidante, privo di qualsiasi controllo. La madre Diane è una donna bella, un po' coatta, una di quelle donne a cui la vita non ha risparmiato niente. Il suo spirito popolano e pratico però la porta a non vedere il figlio come un disagiato, non c'è cura nel suo atteggiamento, interagisce con Steve nel modo più comune possibile. Proprio la sua assenza di prudenza innesca un rapporto da capogiro, scene convulse e al limite della sopportabilità. In una periferia di mondo, Diane e Steve si ritrovano, dopo un breve ricovero del ragazzo in un istituto che lo ha bocciato come caso irrecuperabile, inizia la loro breve avventura e convivenza.
Il formato dell’inquadratura è stretto, massimo 4:3, lo spazio di una ripresa fatta col telefonino. Non è un caso se questa dimensione viene adottata dal regista. Steve è un ribollire di vita e morte, un istinto di distruzione si agita in lui, nessuno può rientrare per troppo tempo nel suo campo visivo e nel suo spazio vitale, l'esasperazione di una follia lucida tramortisce tutti e Steve spesso urla solo, come in preda a un raptus che lo fa lontano dai sistemi categoriali nei quali siamo abituati a sistemare le nostre psicosi. Lo vediamo in una scena convulsa al centro di un parcheggio semideserto, con in mano un carrello della spesa che fa roteare al ritmo del suo caos emotivo, sfoga come un mare agitato il suo insopportabile silenzio, inscena lo spettacolo più assurdo in un parcheggio desolato che a contatto con il suo ballo dà un senso di panico.
Lo spettatore si agita, viene investito da una profonda smania, un bisogno di quiete che è impossibile da spiegare. Diane però gli grida sopra, come non sentisse il tono stonato di quella voce incapace di zittirsi. Antepone alla devastazione un controllo altrettanto violento, primitivo. Tra madre e figlio si sprigiona l'intera gamma del sentimento amoroso. Spesso, in alcuni passaggi, l'amore filiale sfiora l'erotismo, quello più viscerale: Steve le tocca il seno, inscena un ballo sensuale con lei, la bacia in bocca dopo averle detto che l'amerà sempre, il retaggio più antico del mondo esplode come un vulcano dopo anni di quiete. Contenere queste pulsioni disperate è un’impresa impossibile, eppure non c'è licenziosità in ciò che emerge, i gradi del sesso, del dolore e dell'amore sono spazzati via e la censura dei ruoli scompare per lasciare spazio al vortice che affiora. Il mondo che si è fatto in miliardi di anni ora torna indietro, attraversa a ritroso le ere della civiltà ed esplode in seno al rumore inudito, nel primissimo stato incandescente della materia senza forma, priva di un destino civile. Steve zittisce i singhiozzi della madre posandole una mano sulla bocca e baciando quella sua mano nel momento stesso, è l'imago perfetto, la poesia raffinata che si canta per non sentire il nodo calcificato del cuore in tumulto. Il riordino delle facoltà appare impossibile, solo la musica è una supplica capace di farsi ascoltare.
Un'altra donna entra nella loro vita, non sappiamo nulla di lei, solo che è la sola incapace di parlare, affetta da una momentanea balbuzie derivata da chissà quale trauma taciuto. Madre e figlio per la prima volta abbassano la voce, aspettano che lei riesca ad esprimere una frase, una sola. Kyla, il suo nome, è la zona grigia in cui Steve e Diane si ritrovano, imparano il silenzio, conoscono un'altra forma di dolore, quello che si impadronisce della voce fagocitando il suono. Quel dolore privato talmente forte che rimane senza parole al cospetto della sua ombra. Ma anche Kyla sembra sopraffatta dalla vitalità e dalle urla maldestre dei suoi amici, ricomincia da capo, come se imparasse di nuovo a conoscere il suono delle vocali. Tutti ricominciano dal principio, dal grumo indistinto, dal primo momento di grazia in cui l'uomo è diventato uomo e il mondo è rimasto mondo.
Il formato si amplia, passa a 16:9, per poco, il tempo di una scena in cui Steve Diane e Kyla senza freni pedalano sulla strada invasa dalle macchine, il momento in cui non c'è più un motivo valido per fare silenzio, in cui la vita è un respiro condiviso che vale la pena inspirare, come a gridarle in faccia, come a ricordarle che sulla sua spina dorsale ci sei anche tu. Poco importa se poi tutto ripiomba in un grigio cupo, in un istituto psichiatrico dove mettono la camicia di forza alle tue ali, poco importa se la balbuzie ritorna e la speranza scolora, come dice Diane il mondo è un posto senza speranza, pieno di gente che spera. Se la vita ha ascoltato bene, se ti sei sgolato fino in fondo, se in quel piccolo spazio infinito hai detto tutto quello che dovevi dire, allora si è capito bene il tuo nome.
Ci sarà un posto per te, un posto dove il seno di una madre è solo un seno, dove balbettare sarà come parlare una lingua nuova, dove urlare e dimenarsi sarà come la rincorsa perfetta per volare.

 

 

 

Mommy
regia
Xavier Dolan
sceneggiatura Xavier Dolan
con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément
casa di produzione Metafilms
distribuzione Good films
paese Canada
lingua originale francese
colore a colori
anno 2014
durata 134 min.

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