“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 08 Aprile 2015 00:00

Manoel de Oliveira e il “doppio oscuro” dell’Occidente

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Manoel de Oliveira ci aveva visto giusto: Un film parlato (Um filme falado, 2003) bene racconta e rappresenta il drammatico “doppio oscuro” che si cela sotto l’apparente ordine e stabilità della società occidentale contemporanea. Tutto il film si srotola sotto forma di un viaggio: quello compiuto nel Mediterraneo e oltre, fino a Oriente, da una nave da crociera sulla quale sono imbarcate Rosa Maria, una giovane professoressa di storia dell’Università di Lisbona e la sua bambina. Diverse tappe scandiscono l’incedere della navigazione: da Marsiglia a Napoli, da Atene a Istanbul e Il Cairo fino a Aden, nello Yemen. La parola è dominatrice indiscussa delle immagini che vediamo avvicendarsi: una parola segnata dal logos e dalla razionalità, una parola – quella della madre – potentemente didattica e socratica, una parola che offre spiegazioni razionali e che racconta la Storia per mezzo di termini semplici e immediati.

Viene in mente il discorso iniziale del Centauro rivolto a Giasone bambino, in Medea (1970) di Pier Paolo Pasolini: anche qui si tratta di una parola dominata dal logos e da una volontà didattica atta a spiegare ad un bambino storie antiche e complessi miti. La parola è quindi la protagonista del film: una parola che fluisce serenamente, che cadenza lentamente le tappe del viaggio in fondo al quale, noi spettatori, non ci aspetteremmo mai di incontrare l’orrore. La parola, nel film, domina anche perché essa compare sotto forma di diverse lingue che, in una mescolanza razionalizzante, dialogano fra di loro. Il capitano americano della nave (John Malcovich), infatti, al suo tavolo discute con le sue ospiti, un’imprenditrice francese (Catherine Deneuve), una ex modella italiana (Stefania Sandrelli) e un cantante e attrice greca (Irene Papas) in quattro lingue diverse: inglese, francese, italiano e greco, e ognuno comprende l’altro. La parola, il linguaggio per l’illuminata e colta classe alto-borghese occidentale, è quindi portatore di logos, di comprensione, di apertura al diverso da sé. Ma, si diceva, in fondo a questo viaggio tranquillo, saturo di immagini patinate e pulite, cariche di estetismo raffinato e di dolce bellezza mediterranea, si trova un tunnel dell’orrore. Sulla nave, infatti, ad un certo momento scoppia un allarme a causa di alcune bombe a bordo e tutti i passeggeri fuggono e vengono imbarcati sulle scialuppe di salvataggio. Le uniche che rimangono sulla nave, attardatesi poiché la bambina era tornata nella cabina a prendere la bambola regalatale dal capitano, sono Rosa Maria e sua figlia. L’orrore giunge con l’esplosione delle bombe, che noi vediamo solamente riflessa sul volto attonito e angosciato del comandante, che assiste impotente alla distruzione della nave sulla quale, un attimo prima, avevamo visto la donna e la bambina. In quello sguardo di orrore, in quell’angoscia, possiamo intravedere lo sguardo di tutta la civiltà occidentale, ammutolito di fronte all’orrore del terrorismo, di una nuova barbarie che sta crescendo nel suo seno. Non a caso, il comandante della nave è americano; ed è proprio l’America la società simbolo dell’Occidente colpita dal nuovo orrore degli attentati terroristici, e con essa tutta l’Europa occidentale, dalla Francia all’Italia, comprendente anche nazioni più ‘innocenti’ e meno opulente, come la Grecia o il Portogallo. La razionalità e il logos di una società nasconde, anche a causa di suoi terribili errori mai risolti del passato, un orrore altrettanto terribile, inaspettato e brutale.
Michel Maffesoli ha osservato che il razionalismo della società occidentale, nella modernità e soprattutto nella postmodernità, nasconde “un doppio oscuro: l’irrazionalismo, che, sotto nomi diversi (oscurantismo, reazione, tradizione, pensiero organico), permetterà al primo di affermarsi in quanto discorso di riferimento intorno al quale si organizzerà la vita nella società” (Maffesoli 2007, p. 24). “Le guerre, le carneficine, i genocidi, i razzismi” e “i vari processi di esclusione che costellano la vita di tutti i giorni” (ivi, p. 25) fanno parte dell’umana natura, sono il suo stesso humus: ne sono il doppio, l’altra inquietante faccia della medaglia. Come nota un altro lucido osservatore della società contemporanea, Robert Kurz, sotto l’Illuminismo e i suoi valori occidentali, si cela la mannaia autoimposta di una “ragione sanguinaria”: “Il capitalismo sta trionfando fino alla morte, sia sul piano materiale che su quello ideale. Quanto più brutalmente questa forma di riproduzione, trasfigurata a società globale devasta il mondo, tanto più micidiali sono le ferite che si autoinfligge e tanto più seriamente essa mette a repentaglio la sua stessa esistenza” (Kurz 2014, p. 19).
E come simbolo di questo capitalismo avanzato, postmoderno, il regista, non a caso, sceglie proprio una nave da crociera che, secondo le efficaci parole di David Foster Wallace, “rappresenta il trionfo calvinista del capitale e dell’industria sulla primitiva forza corrosiva del mare” (Foster Wallace 2012, p. 16). Quel microcosmo della postmodernità, simbolo della ricca civiltà occidentale, dominato dalla razionalità delle parole di una classe alto-borghese illuminata e democratica, viene devastato dall’orrore della distruzione e della morte che altro non sono se non il suo inquietante doppio. Le immagini stupende, offerte con sguardo poetico ma anche didascalico allo spettatore, sono destinate soltanto a sfaldarsi, a decomporsi, insieme alle sue parole, nelle deflagrazioni di un orrore che sta devastando la società occidentale. Lo stesso orrore che recenti fatti di cronaca, dall’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi o al Museo del Bardo a Tunisi, non fanno altro che ribadire. Il grande maestro portoghese recentemente scomparso, col suo sguardo cinematografico sapiente e raffinato, ce lo aveva già spiegato e raccontato in questo suo bellissimo film sul potere fluttuante di una razionale parola; e, forse, oltre che parlare, sembra volerci suggerire il suo sguardo, dovremmo anche saper ascoltare.

 

 

 

 

Retrovisioni
Un film parlato (Um filme falado)

regia Manoel de Oliveira
sceneggiatura Manoel de Oliveira
con John Malkovich, Catherine Deneuve, Irene Papas, Stefania Sandrelli, Leonor Silveira, Luis Miguel Cintra, Filipa de Almeida
produttore Paulo Branco
paese Portogallo, Francia, Italia
lingua originale portoghese, italiano, francese, inglese, greco
colore a colori
anno 2003
durata 96 min.

 

 

Riferimenti bibliografici:
Robert Kurz, La ragione sanguinaria, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2014

Michel Maffesoli, Reliance. Itinerari tra modernità e postmodernità, a cura di Sabina Curti e Luigi Francesco Clemente, Mimesis, Milano-Udine, 2007

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, trad. it. di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo, Minimum Fax, Roma, 2012 (edizione originale 1997, prima edizione italiana 1998)

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