“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Domenica, 15 Marzo 2015 00:00

La donna con la macchina da presa

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Continuano le proposte dello Zia Lidia Social Club ad Avellino, presso la Sala Prove dell’Orchestra del Teatro Carlo Gesualdo: in occasione dell’otto marzo si omaggia una grande donna di cinema.
Les Plages d’Agnès è l’ultimo lungometraggio di Agnes Varda, uscito nel 2008 a celebrare gli ottant’anni della regista. Celebrazione insolita: è la stessa Varda a prendere la parola e a narrare in prima persona i ricordi lungo la linea diretta del tempo, donna con la macchina da presa e al contempo argomento d’indagine, attrice di una parte che conosce bene ma esente da qualsiasi tentazione di autocelebrazione.

Non videodiario né confessione in camera fissa, il documentario rimarca la creatività e l’attitudine da bricoleur delle immagini della regista, quel suo esulare da una narrazione canonica, codificata, seriosa che ha segnato il suo lavoro sia per i film di finzione che per i documentari. Distinzione che appare sempre poco definita, poco rimarcata, nel complesso della sua opera. E così, con la curiosità e la voglia di narrare ancora intatte, la “matura” Agnès sceglie di parlare di sé prendendo spunto dalle spiagge della sua vita. Nata vicino a Bruxelles da madre francese e padre greco, trascorre le estati sul Mare del Nord, periodo rievocato a inizio film con troupe e comparse intente ad “evocare” quegli anni da bambina, con specchi d’epoca a riflettere le onde. La guerra sorprende la sua famiglia in Belgio, e per sfuggire ai pericoli dell’occupazione i Varda si trasferiscono a Sète, sulla costa della Linguadoca. Lì abitano in una barca attraccata al molo, lì Agnès vive la sua giovinezza a contatto con la “precaria” situazione abitativa, i campi e i boschi dell’entroterra e le tradizioni del paese, come la “giostra” tra le barche. Per l’occasione vi ritorna per ritrovare gli amici di un tempo e rivedere/rifilmare le tradizioni, le strade, la spiaggia. L’anelito della libertà dell’adolescenza si materializza come acrobati volteggianti in riva al mare, la curiosità per l’amore e il sesso come due amanti che si amano – celati alla vista dalle reti dei pescatori. A diciotto anni Arlette (questo il nome datole dai genitori) si fa registrare all’anagrafe come Agnès, e adotta il taglio del caschetto che non abbandonerà più. A Parigi studia arte e inizia a lavorare come fotografa per il Théâtre National Populaire e diviene amica del suo direttore, l’attore Jean Vilar (lo stesso che ha dato vita al Festival di Avignone). Torna a Sète per girarvi il suo primo lungometraggio, Le Pointe court, cronaca di un amore tra melodramma e realismo ambientata nell’omonimo quartiere della cittadina e montata da Alain Resnais (con Sivia Monfort ripresa come dipinta da Piero Della Francesca e Philippe Noiret acconciato come Filippo il Bello). E dalle spiagge del Mediterraneo, Agnès approda via Senna a Parigi, di cui ha sempre apprezzato il lungofiume. Lo stesso dove riprese l’incontro tra una studentessa d’arte chiamata come lei (France Dougnac) e un giovane che le ruba i libri (Gérard Depardieu), in un frammento di un film andato per la maggior parte perduto – Nausicaa – .
Sono anni in cui diviene amica dei grandi nomi della Nouvelle Vague, come Godard, Chris Marker, Jacques Demy, che sposerà e con cui formerà un sodalizio sentimentale e artistico. Il ricordo di Demy, prematuramente scomparso nel 1990, aleggia per buona parte dell’opera. Così ad una recente edizione del Festival di Avignone, le fotografie dei suoi amici attori le ispirano sentite e momentanee tristezze. Sì, perché Agnès ha ancora tanta energia di raccontare e raccontarsi, e lo fa come meglio sa fare. Con scene girate per l’occasione ad illustrare i ricordi ma in cui lei è presente e commenta, con un montaggio accuratissimo di materiale d’archivio e di spezzoni di film (o documentari) suoi o del marito, con foto d’epoca, immagini di quadri o di visite a mostre a lei dedicate. Un espediente che nel cinema italiano ritroveremo con la personale rilettura che Scola fa della sua vita in Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini. Non manca un accenno alla sua partecipazione alle rivendicazioni dei diritti delle donne, anche se l’anno fatidico del ’68 lei lo trascorre in California, sede di un’altra spiaggia, quella di Venice Beach. Parentesi americana di breve durata, appena due anni per poi far ritorno in Francia.
Regista che mostra sempre una buona complicità con i suoi personaggi femminili, uno sguardo mai troppo distaccato, nonostante l’adozione di un linguaggio anomalo, brioso, dal piglio quasi documentaristico e che non si rivela mai per ciò che abitualmente s’intende: la macchina pedina con distacco (apparente) e con lo sguardo articolato e nervoso le vicissitudini di Cleo, quelle due ore che sono solo le sue (e che viviamo come nostre), o inventa siparietti cinéphile per un ritratto dell’amica Jane Birkin che si diverte a mimare con Laura Betti i mitici Stanlio e Ollio. Leggerezza e attitudine al gioco, quelle che spingono Agnès ad approntare un’installazione sulla patata, promuovendone le virtù vestita da tubero gigante e parlante. Come parlante è l’acuto gatto Guillame, alter ego di Chris Marker, che la segue per strada o si sovrimpressiona alle riprese a mo’ di un novello Stregatto. L’immagine elettronica non sostituisce la cara vecchia pellicola, che letteralmente si rende materiale per pareti, in una sua mostra sulle capanne dei pescatori (L’Ile et Elle del 2006 alla Fondation Cartier): illustrazione fuor di metafora della possibilità di abitare il cinema, di vivere in esso e per esso.

 

 

 

ZiaLidiaSocialClub 2014/2015
Les Plages d’Agnès
regia Agnès Varda
con Agnès Varda, Mathieu Demy, Rosalie Varda, Yolande Moreau
sceneggiatura Agnès Varda
fotografia Julia Fabry, Hélène Louvart, Arlene Nelson, Alain Sakot, Agnès Varda
musica Joanna Bruzdowicz , Stéphane Vilar e brani di Bach, Schöenberg, Schubert
distribuzione Ciné-Tamaris
paese Francia
lingua originale francese (con sottotitoli in italiano)
colore bianco e nero e a colori
anno 2008
durata 90 min.
Avellino, Sala Prove Orchestra Teatro Carlo Gesualdo, 8 marzo 2015

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