“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 16 Febbraio 2015 00:00

La teoria della speranza

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I film biografici sui grandi personaggi della storia rischiano sempre di non raccontare in tutti gli aspetti la figura presa in esame e l’operazione diventa ancora più difficile quando si sceglie di raccontare la storia di un uomo eccezionale ancora in vita e in attività. James Marsh, regista britannico già premio Oscar per lo splendido documentario del 2008 Man on Wire – Un uomo tra le Torri, storia dell'impresa del funambolo Philippe Petit che nel 1974 camminò in equilibrio su un cavo teso tra le Torri Gemelle di New York, decide di raccontare ancora una volta la storia di un uomo in bilico costante tra la vita e la morte, tra vetta e burrone, tra luce e buio più profondo.

Marsh decide di riprodurre per la prima volta sul grande schermo la vita di Stephen William Hawking, fisico, matematico, cosmologo e astrofisico britannico noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri e l'origine dell'universo, e lo fa attraverso un film che ha riscosso e sta riscuotendo molti assensi tra pubblico e critica come dimostrano i vari riconoscimenti agli ultimi Golden Globes e le nominations agli Oscar 2015: La teoria del tutto.
La pellicola, che prende le mosse dalla biografia Verso l'infinito (Travelling to Infinity: My Life with Stephen), scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico, è una perfetta sintesi tra film mainstream e film di nicchia d’autore, e questo in buona parte grazie alle interpretazioni dei protagonisti.
Il film affronta la storia dello scienziato a partire dal 1963, quando il giovane Stephen Hawking è un cosmologo dell'Università di Cambridge che sta cercando di trovare un'equazione che possa spiegare la nascita dell'universo. Ad una festa universitaria conosce la studentessa di lettere, Jane Wilde e iniziano una storia d’amore che ben presto sarà messa a dura prova dalla comparsa della malattia degenerativa di Stephen, l'atrofia muscolare progressiva definita, nel film “malattia del motoneurone”. Nonostante l’atteggiamento di Stephen che tenta di allontanare Jane, la ragazza decide di rimanere al suo fianco amandolo e facendosi carico della sua salute. I due ragazzi si sposano e mettono su famiglia.
Le condizioni di Stephen peggiorano però di giorno in giorno: sarà costretto prima alla sedia a rotelle e in seguito ad una tracheotomia, perderà l’uso della voce riuscendo a comunicare solo grazie a una voce sintetizzata che legge ciò che scrive su un apposito monitor posizionato sulla sua sedia a rotelle.
Nel frattempo però, nel trambusto della sua malattia, Stephen continua la sua attività di ricerca e di studio con una forza e determinazione seconda a nessuno.
Non sono qui per spiegare la fisica o la teoria dell’universo di Stephen Hawking, sia perché non sono un’esperta, ma soprattutto perché non è stata questa nemmeno la prospettiva del regista: il film non è affatto un excursus sui successi accademici ed editoriali di questo grande personaggio della scienza. Le stelle, l’universo, la forza più grande di noi che sentiamo sovrastare le nostre teste, vengono percepite dallo spettatore come sfondo rispetto ai sentimenti e alle vicende umane di Hawking, poste assolutamente in primo piano.
Dimenticate i kleenex a casa: la pellicola, contrariamente a come può sembrare, non è il racconto deprimente di una persona malata e inerme. Sicuramente ci sono passaggi commuoventi – sottolineati da una splendida colonna sonora – ma nulla a confronto del senso di positività e di vita che viene trasmesso nel durante e nel finale. L’amore, la famiglia, i figli, sono temi importanti del film che risulta “anomalo” per alcuni versi: elementare nei passaggi, semplice nei dialoghi e nella regia, davvero essenziale, e che poggia tutto il suo peso, o quasi, sulle doti attoriali dei protagonisti, Eddie Redmayne nel ruolo di Stephen Hawking, già vincitore ai Golden Globes del premio come miglior attore in un film drammatico e papabile vincitore dell’Oscar, e Felicity Jones nella veste di Jane Hawking. Due grandissime prove d’attore per due ruoli complessi e delicati per le vicende personali dei diretti interessanti ma anche perché ancora in vita.
Redmayne riesce a rendere perfettamente il declino fisico e la malattia di Hawking ma al tempo stesso la forza e dolcezza del personaggio: il film è il racconto di una vita straordinaria di un uomo altrettanto straordinario, descrivendo il genio scientifico accanto all’amore e alla voglia d’andare avanti, testimoniata anche dalla presa di coscienza della fine dell’amore con sua moglie dalla quale si separerà.
Un’esortazione alla vita, a credere che una possibilità possa ancora esistere e a dirlo è paradossalmente un uomo di scienza, ateo per tutta la sua vita che lascia uno spiraglio di speranza quasi cristiana – personificata da Jane, fervente credente – sul finale del film, finale in cui per l’ultima volta Stephen, in una scena studiata ad hoc, immagina di potersi alzare ancora una volta da quella sedia per raccogliere la penna di una studentessa.
Il film oscilla tra la semplicità e un sentimento inafferrabile e indicibile che è proprio di ciò che non comprendiamo e che appartiene alla sfera sacra, quasi di ciò che è al di là delle stelle, le stesse stelle studiate tanto da Hawking. È la teoria dell’amore e della speranza e James Marsh è stato bravo a creare l’equilibrio giusto tra dramma e sentimento.

 

 

“Non devono esserci limiti agli sforzi dell'uomo. Per quanto possa sembrare brutta la vita, finché c'è vita c'è speranza”.

Stephen Hawking

 

 

 

La teoria del tutto (The Theory of Everything)
regia
James Marsh
sceneggiatura Anthony McCarten
soggetto Jane Wilde Hawking (biografia)
con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Emily Watson, Charlie Cox, David Thewlis, Harry Lloyd, Adam Godley, Maxine Peake, Simon McBurney
produzione Working Title Films
paese Regno Unito
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2014
durata 123 min.

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