“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 10 Gennaio 2015 00:00

Clint e le sfumature

Scritto da 

Diciamolo subito: il vero cecchino è Clint Eastwood: dalla metà degli anni Noventa tutte le volte che si è piazzato dietro la macchina da presa raccogliendo l’eredità testamentaria dei suoi padri putativi – Sergio Leone e Don Siegel, ai quali non a caso dedicò Gli spietati – il vecchio Clint non ha sbagliato un colpo, a prescindere dal bersaglio (il genere) a cui indirizzasse il mirino della telecamera.

American Sniper è un film decisamente in linea con la produzione eastwoodiana, capace di suscitare un sussulto al primo scattare del grilletto (che “spara” un flashback d’antefatto), fino all’attimo finale, in cui il sussulto lo generano uno sparo che non udremo, una scena che non vedremo. Nel mezzo, tutto il resto; nel mezzo una storia, vera, quella di Chris Kyle, tiratore scelto dei Navy Seals americani, autore di un’autobiografia da cui è tratto il film; tiratore infallibile, tant’è che l’unica persona che possa verosimilmente dirgli “mi manchi” è la moglie al telefono, trascorre quattro turni in Iraq per un totale di oltre mille giorni eliminando nemici come mai nessun altro soldato aveva fatto prima.
L’approccio necessariamente da evitare nel dedicarsi alla visione di American Sniper è quello del manicheismo etico; lo banalizzeremmo se lo considerassimo semplicemente “un film di guerra”, così come incorreremmo in una semplificazione facilona se vi volessimo andare a cercare polarizzazioni ideologiche fra fautori e oppositori di “guerre giuste” e “lotte al terrorismo internazionale”; sono queste tematiche marginali rispetto all’etica ed all’estetica di un film che ha un contenuto ed una valenza profondamente umani, come umano è lo sguardo di Eastwood nel rendere non l’orrore della guerra (che possiamo anche prendere per dato acquisito come “Il male come non lo avevo mai visto”), ma l’evoluire di una coscienza, guardata dal fondo del mirino; la coscienza normale di un americano medio, ipervitaminizzato e solennemente inquadrato nella griglia dell’etica patriottica (e sostanzialmente reazionaria) degli Stati del Sud (Chris Kyle è texano), ma non per questo messo al centro dell’obbiettivo per inscenare una retorica partigiana. Quel che in effetti American Sniper racconta è la vita di un uomo coi suoi conflitti interiori, con le sue alienazioni, un eroe suo malgrado, cresciuto all’ombra della morale a stelle e strisce che dai tempi della Dottrina Monroe e del Corollario Roosvelt (Teoria del “Big Stick”) vede gli americani arrogarsi il ruolo di poliziotti del mondo; così, nel solco di quest’etica, che a Chris Kyle viene tramandata dal padre, il buon americano medio dei Paesi del Sud sente di dover svolgere il ruolo di “cane pastore”, di “guardiano del gregge” contro la sopraffazione sempre in agguato perpetrata dai “lupi feroci”.
Eppure, quantunque il nostro “eroe” abbia in partenza tutte le prerogative per incarnare un prototipo riprovevole, una macchina di morte capace di freddare cinicamente donne e bambini che finiscano (armati di granate) nel suo mirino, lo sguardo di Eastwood riesce a consegnarcene tutta l’umana complessità. Lo ribadiamo, non interessa ad Eastwood discutere l’etica di fondo, etica che lo stesso protagonista ha consciamente già consegnato all’ordalia del suo Dio; quel che interessa è l’umanità che s’acquatta dietro al fucile, al mirino, fotografata in istantanee che spaziano dall’attimo prima di premere il grilletto all’attimo dopo, quando la vita cambia, quando, per un corpo che smette di esser vivo una volta allineato davanti al suo mirino, c’è una vita, la sua, che ha cominciato a morire dietro al grilletto.
Quel che colpisce in American Sniper – e colpisce ancor più in giorni in cui lo scotto emotivo con cui ci si assiepa sulle barricate dei pro e dei contro, in cui o si è con Charlie Hebdo o si è contro Charlie Hebdo e si è necessariamente o anti-islamisti o complottisti senza compiere lo sforzo necessario di stratificare le disamine – è l’attenzione di Eastwood per le sfumature, per quel senso della narrazione che lo porta ad essere lì da presso a cogliere con acume descrittivo ed introspettivo le valenze interiori di una vicenda che, incidentalmente, è marchiata coi colori della guerra, ma che a lui sembra interessare relativamente.
Nel centro del mirino c’è un uomo, coi suoi limiti strutturali, prodotto del proprio contesto, animato da un sincero afflato patriottico (deprecabile anziché no, nella sua origine e nella sua deriva), che nell’ingenuità della propria adesione ai valori tradizionali “Dio, patria, famiglia”, interpreta il suo ruolo di “guardiano del gregge” come una missione protettiva nei confronti dei propri compagni, scontandone sulla propria pelle le conseguenze; è incapace Chris Kyle di leggere fra le pieghe del vero, di cogliere le sfumature negative della guerra che vive in prima persona; è incapace di decrittare lo spaesamento del proprio fratello, partito volontario e che ritorna provato dal fronte, così come è incapace di cogliere le perplessità del commilitone che s’interroga sulla effettiva liceità di un conflitto assurdo; è incapace di cogliere, Chris Kyle, scientemente certe sfumature, ma non può esimersi dal viverle nel proprio quotidiano; ma è soprattutto capace Clint Eastwood di mostrare come queste sfumature si dipingano a chiazze sulla vita di Chris Kyle, mostrandone la fragilità nel gestire il rapporto con la famiglia, mostrando come quello sguardo di ghiaccio, inesorabile nel compiere il dovere di soldato, si sbarri circonfuso da un alone d’alienazione nel ritorno alla vita civile, quando gli echi delle devastazioni, delle urla, degli spari, delle esplosioni rimbombano a gragnuola nella mente anche dinanzi ad un televisore spento.
Clint Eastwood ci consegna così un Chris Kyle tremendamente umano, tremendamente conscio del proprio ruolo, declinazione cameratesca di un altrimenti plausibile senso di giustizia e di altruismo: la sua “missione” è salvare le vite dei commilitoni, il suo rammarico è non riuscire a salvarne abbastanza; eppure, Chris Kyle sa bene quanto pesi fermare la vita di un essere vivente, tant’è che matura quella sorta di sesto senso che lo induce a sparare solo quando è inevitabile, perché sa, come spiegherà a suo figlio nell’istruirlo alla caccia, quanto sia pesante fermare un cuore che batte. Anima inquieta, incapace di vivere come un vanto il titolo di “Leggenda” affibbiatogli in guerra, anzi imbarazzatone, Chris Kyle raccontato da Eastwood è un uomo fragile e solo dietro a un mirino, è carne da cannone che s’immola all’ingenuità di un ideale sacrificando l’amore, gli affetti, l’essenza stessa della propria vita.
In un Paese che fa della retorica nazionalista baluardo propagandistico e monocromo, lo sguardo che aggiunge American Sniper mostra quasi didascalicamente come quella realtà sia invece policroma e multisfaccettata.
Si avverte, durante tutto il film – che, va detto, non conosce un momento che sia uno di calo di tensione, in cui ogni fotogramma è tessera essenziale di un mosaico perfettamente costruito – la presenza silente della mano registica, come fosse una divinità immanente e creatrice, invisibile ma che si mostra attraverso la sua creazione.
Come il cecchino che racconta, Clint Eastwood spara e colpisce dritto al cuore. È un colpo che, omettendo di esibire il proprio epilogo, il proprio ultimo sparo, sfuma negli occhi mentre sommuove nelle viscere.

 

 

 

 

American Sniper
regia
Clint Eastwood
con Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Max Charles, Luke Grimes, Sam Jaeger, Jake McDorman, Cory Hardrict, Navid Negahban, Keir O’Donnell
soggetto e sceneggiatura Chris Kyle, Scott McEwen, James Defelice, Jason Hall
produzione Warner Bros., 22 & Indiana Pictures, Mad Chance Productions, Malpaso Productions, Paragon Studios
fotografia Tom Stern
paese Stati Uniti
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2014
durata 132 min.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook