“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Mercoledì, 06 Febbraio 2013 07:59

L'attesa ed il molteplice

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Inconscio di una madre messo a nudo in un interno: denudato e narrato sfruttando al meglio le molteplici possibilità offerte dalla mimesi teatrale. Questo è La parola 'Madre', libero dichiarato tradimento dall'atto unico Emma B. vedova Giocasta di Alberto Savinio, messo in scena con felice congegno dalla compagnia “Teatro di Legno”.

Brucia, nel fuoco che riverbera in un bacile, una lettera che preannuncia un ritorno; a torso nudo, nella penombra, tre persone attorno ad un tavolo, danno cominciamento alla mimesi rivestendosi. E travestendosi: sono uomini in vesti di donna. Anzi in veste – unica – di donna, visto che identica è la mise, medesimo è il personaggio che incarnano: corpo di madre fasciato d'amaranto in un cupo ambiente che pare muffito da un tempo defluito senza essere vissuto. Come fluisce il tempo vano di un'attesa che scolora in solitudine. Emma è anima inquieta di donna dalle cui membra è defluito il colore, ad ingrigirla è psicosi materna ambigua e morbosa, che la fa nevrotica nel dire e nel gestire e che la proietta verso un figlio vagheggiato in un possesso che travalica l'essenza della “parola 'Madre'”, oltrepassando la sdrucciolevole linea di confine di un Edipo inconsulto.
L'attesa e la ripetizione, l'uno e il molteplice: si attende il ritorno a casa di un figlio, Millo, che da parte sua ha sempre cercato il riprodursi e il replicarsi della figura materna in donne più grandi. Ad attenderlo una madre replicata in triplice copia, giacché un corpo solo non basta a raccontare tormenti e conflitti che s'agitano in ventre materno. Moltiplicati sono i quadretti, quasi icone votive, che la donna replicata in tre appende nella stanza: rappresentano tutte il figlio. La triplicazione scenica, per giunta en travesti, di Emma ne connota la figura moltiplicandone le nevrosi, dettagliandone l'indole; un'indole che non può esser repressa e accantonata in un armadio come un abito vecchio e sdrucito, ma che anzi vuol venir fuori e raccontarsi. La parola 'Madre' è appunto questo: esibizione (teatrale) di un inconscio che si palesa e si dà, sfaccettandosi in un trittico di cui ogni singola parte riconduce all'unità. Ed è unità ambigua, che rivela solo parzialmente, per ammicchi ed allusioni, il torbido che sottende ad un legame madre-figlio irrisolto: un ricordo che affiora sgranato dal tempo della guerra, un atto di devozione materna – per salvar la vita al figlio sacrificando il proprio pudore – narrato come prodromo di un presumibile incesto, appena evocato, soltanto sfumato, forse vissuto e consumato, senz'altro introiettato come (in)conscia proiezione.
La mimesi del teatro interviene – ottimamente orchestrata da una regia intelligente – giocando sulle immagini del travestimento e dell'evocazione, alleggerendo col brio efficace e mai eccessivo degli attori in scena, il rappresentarsi di un tema di per sé scabroso e che invece si vena di ironia quando non addirittura di comicità farsesca, segnatamente nella scena in cui le tre madri (che poi sono una) giocano a carte creando un effetto nonsense particolarmente ridanciano.
Temi musicali di raffinata suggestione contrappuntano il fluire scenico: si va da Beethoven a René Aubry, passando per Rossini e per il tema musicale dello storico Pinocchio televisivo (d'altronde, è di scena “Teatro di legno”!), firmato Comencini, musicato da Fiorenzo Carpi.
La parola 'Madre' è messinscena che contempera e dimidia con acume dramma e ironia, gioca molto bene con gli strumenti a propria disposizione, padroneggiandoli senza abusarne.
Mimesi teatrale, commedia scabra dal tono leggero (ma non fatuo) che racconta dell'attesa e del molteplice.
L'applauso convinto, onesta ricompensa.



La parola 'Madre'
libero tradimento da Emma B. vedova Giocasta
di Alberto Savinio
scritto e diretto da Luigi Imperato e Silvana Pirone
con Fedele Canonico, Domenico Santo, Salvatore Veneruso
costumi Francesca Balzano
disegno luci Paco Summonte
attrezzeria Monica Costigliola, Stefano D’Agostino
lingua napoletano
durata 50'
Avellino, Teatro 99 posti, 3 febbraio 2013
in scena 2 e 3 febbraio 2013

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