"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 06 Gennaio 2015 00:00

L’amore ai tempi di Fincher

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“Io non è che sia contrario al matrimonio, però mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi”.

Massimo Troisi


Il matrimonio è la tomba dell’amore. Deve essere stato questo pensiero a guidare il regista David Fincher nella realizzazione del suo ultimo film, L’amore bugiardo (titolo originale Gone Girl), uscito durante le festività natalizie del 2014.

Ci possono essere molti modi per descrivere e raccontare l’amore, in particolare il matrimonio, e ogni regista ne dà la propria visione, anche a seconda dell’epoca: l’amore romantico e sentimentale in bianco e nero raccontato da Billy Wilder in L’appartamento, l’amore fedifrago e tentator di Closer, l’amore mancato, quello che avrebbe potuto essere e non sarà mai di Last Night della regista iraniana Massy Tadjedin.
La vita di coppia e i rapporti interpersonali stuzzicano la creatività di registi e scrittori e con mia sorpresa, nonostante il matrimonio non rientri tra le mie massime aspirazioni e abbia ai miei occhi un appeal pari a un lottatore di sumo in pensione, trovo che sia un tema, cinematograficamente parlando, pieno di potenzialità e attrattiva.
La storia è quella di uomo, Nick (Ben Affleck) e una donna, Amy (Rosamund Pike) che si incontrano, si piacciono, vanno a letto insieme e di lì a poco, finiscono per sposarsi: lui affascinante scrittore, lei donna in carriera osannata dai media, esigente e impegnativa o, come direbbe un maschio etero medio, stronza. Tutto va bene finché Nick non perde il lavoro e iniziano i primi cambiamenti: i due si trasferiscono dalla città in Missouri e anche il rapporto entra in crisi. I tradimenti del marito portano Amy ad escogitare un piano subdolo e violento al fine di farlo incolpare del suo omicidio: lei, vittima di un marito infedele, diventa un punisher tra follia e giustizia personale.
Non solo il matrimonio, ma anche altre solo le tematiche affrontate: la pressione dei media che strumentalizzano a proprio piacimento tragedie familiari, la vendetta – femminile – crudele e malata, la volubilità delle persone, anche le più vicine, pronte a condannare per poi assolvere il minuto dopo, e chiaramente l’amore, in tutta la sua complessità e semplicità al tempo stesso.
Un film sugli splendori degli inizi e la devastazione del post-matrimonio, sulla parte più oscura che si annida, non tanto nel cuore, ma nella mente di un individuo fatta di tanti cassetti nascosti che si ha paura di aprire: fin dove si può spingere la follia e la rabbia di una persona?
David Fincher risponde a questa domanda e così come per altri suoi film cult quali Fight Club e Seven, lo fa attraverso la violenza e il sangue, nello scegliere di raccontare una relazione matrimoniale tra due persone in un modo del tutto sopra le righe.
Eppure, incombono su L’amore bugiardo molte pecche che mi impediscono di inserirlo, come hanno fatto molti critici del mestiere, nella top ten dei migliori film del 2014. In primis l’ovvietà dell’evoluzione: nonostante il plot molto intricato, il concatenarsi di eventi, la caccia al tesoro messa in scena da Amy per Nick, quella messa in scena da Fincher per lo spettatore risulta molto scontata e il pubblico in sala non ci impiega molto a capire come stanno realmente le cose, a capire chi è la vittima e chi il carnefice.
In secondo luogo la durata.
Se il film di Fincher fosse una poesia di Prevért, potrebbe recitare così: “Questo amore così bello, questo amore così violento, questo amore così, cos... lungo!!!" L’amore ai tempi di Fincher misura esattamente 147 minuti estenuanti: il regista statunitense esagera e i punti morti e di noia si avvertono in più momenti.
A rendere più pesante una già così lunga pellicola è la presenza di dialoghi e di una sceneggiatura non all’altezza del soggetto: sorprende il fatto che il film sia tratto da un romanzo, Gone Girl per l’appunto, scritto da Gillian Flynn.
A condire il tutto arriva lei, Rosamund Pike nei panni della protagonista Amy. Attrice algida, bella, poco espressiva e non convincente: la sua performance è spesso caricaturale e troppo patetica, caratteristiche che si estendono inevitabilmente anche al film. A momenti sembra di essere ad una visione di Uomini che odiano le donne di Niels Arden Oplev: la figura femminile, per la quale si prova inizialmente solidarietà e comprensione, diventa una dominatrix crudele e sanguinaria, disposta a tutto pur di avere ciò che vuole, che si tratti vendetta o del suo uomo, ma contrariamente al film di Arden Oplev, questo non suscita alcuna simpatia.
Film che consiglio di vedere, ma deludente per gli standard ai quali ci ha abituati David Fincher.
Mi tornano in mente le parole di Nick nei primi minuti del film: “Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa. Immagino di aprirle quel cranio perfetto e srotolarle il cervello in cerca di risposte alle domande principali di ogni matrimonio. 'A cosa pensi?'. 'Come ti senti'. 'Che cosa ci siamo fatti?'”.
Eh David, cosa ci siamo fatti?

 

 

L’amore bugiardo (Gone Girl)
regia
David Fincher
tratto dal romanzo Gone Girl
di Gillian Flynn
sceneggiatura Gillian Flynn
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Patrick Fugit, Carrie Coon, David Clennon, Missy Pyle, Sela Ward, Scoot McNairy, Lee Norris, Casey Wilson, Emily Ratajkowski
produzione Leslie Dixon, Bruna Papandrea, Reese Witherspoon
distribuzione 20th Century Fox
paese Stai Uniti
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2014
durata 149 min.

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