"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Domenica, 20 Gennaio 2013 17:35

L'altra nascita di una nazione. Django unchained di Tarantino

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Non c’è che dire, un film di Tarantino è sempre un film di Tarantino, e quindi va preso e accettato per quello che vuole offrire e dare, e va goduto per quello che intende mostrare. Lo si sa fin troppo bene, Tarantino è uno che ha studiato in maniera anticonvenzionale, non è un “regista” laureato, ma uno che, cresciuto senza padre e con un madre giovanissima che gli faceva vedere sin da bambino di tutto, la sua formazione l’ha fatta in un negozio che noleggiava videocassette. Il suo cinema è allora sempre e comunque puro divertimento, anzi il suo cinema è geniale proprio perché ha per oggetto costantemente l’ironico gioco sullo stesso strumento (non a caso dov’è che in un attentato muore Hitler in Inglourious Basterds? In un cinema, ovviamente) e una passione smodata per i film di serie B, specialmente quelli italiani.

Detto questo più per dovere di recensore che non perché lo si ritenga decisivo ai fini del nostro breve discorso (esperti di cinema ben più bravi e preparati di noi potrebbero farci una dotta lezione su quanto appena accennato), vogliamo giocare su un sistema di differenze: se è vero che in questo film Tarantino ripropone tutto il suo armamentario, dalle citazioni cinematografiche (in questo caso il Django di Corbucci e in generale gli spaghetti-western), dalle colonne sonore sempre perfette e anch’esse cariche di citazioni (su tutte ovviamente il Django di Bacalov), dal gusto smodato e mai fastidioso per il pulp e gli ettolitri di sangue finto che sprizzano come fontane e imbrattano indelebilmente ogni cosa, fino alla sceneggiatura (se Tarantino è un grande regista, bisogna pur dire che è un grandissimo sceneggiatore) e alla maniera con cui riesce a dirigere gli attori in parti non proprio convenzionali, è altrettanto vero che – e noi arrischiamo questa interpretazione – questo è il film, se non il più riuscito (per dirlo, bisognerà storicizzare, ma ora evidentemente è troppo presto), sicuramente il più maturo e, forse, il più didascalico e convenzionale della sua carriera.

La trama non è complicatissima: un dentista (in realtà cacciatore di taglie) libera Django (schiavo nero) in quanto è l’unico che può aiutarlo a ritrovare dei personaggi sui quali pende un’ingente taglia, promettendogli soldi e libertà; tra i due nasce un vero e proprio sodalizio, il dentista (interpretato da un immenso Christoph Waltz) dalla parola forbita e dai comportamenti compiti, di origine tedesca, aiuta poi Django a ritrovare la moglie, venduta come schiava a un sadico proprietario del sud, Mr. Candy (interpretato da un perfetto Leonardo Di Caprio, che si rivela sempre più essere, qualora vi fosse ancora bisogno di dirlo, un attore di gran classe), il tutto, come si può facilmente immaginare, si conclude in un “bagno di sangue” (mai immagine, quella del bagno, fu più azzeccata) e nel trionfo della “vendetta”, nelle pistole fumanti di Django, c’è tutta la rabbia e la frustrazione della schiavitù.

Ecco infatti il primo tema che a noi è sembrato limpidissimo, e che possiamo riassumere dicendo che, questo film, a noi, è sembrato un rovesciamento parodistico di The Birth of a Nation di Griffith, film che segna l’inizio della grande tradizione cinematografica americana e pietra miliare di tutto il cinema mondiale, e che racconta la grandiosa nascita degli Stati Uniti a partire anche e soprattutto dalla schiavitù, giustificando (se non esaltando) il Ku Klux Klan; qui tutto è rovesciato in maniera parodistica: quando i proprietari terrieri vogliono vendicarsi del cacciatore di taglie e soprattutto di Django, negro che si è permesso di uccidere, seppur in nome della legge, dei bianchi, massacrandoli nella notte, decidono di indossare degli strani sacchetti, come fossero i cappucci tristemente noti, ma per errori vari (i buchi per gli occhi troppo piccoli, l’impossibilità di respirare, il fatto che, andando a cavallo, i fori degli occhi si spostano e non si vede più nulla, la ridicola rabbia del marito della donna che ha cucito i “sacchetti”, etc.) e con un fine umorismo che mette alla berlina questi personaggi, loro sì! grotteschi, Tarantino gli fa fare una bruttissima fine, saltando in aria sulla dinamite approntata dai due eroi. Certo questa riscrittura è a tratti didascalica, uno dei momenti decisivi del film è quando il dentista e Django si trovano da Mr. Candy, fingendosi interessati a lottatori Mandingo, ma in realtà per acquistare la moglie di Django, e lì, nel confronto con il sadico Mr. Candy, il dentista, che ha dovuto sborsare 12.000 dollari per avere la donna, perché è stato scoperto il loro trucco e il loro vero interesse, mentre ascolta la sorella di Mr. Candy suonare l’arpa e suonare proprio Für Elise di Beethoven, chiede che smetta perché nella sua testa si ripropone l’immagine dell’esecuzione di un negro fuggiasco (di nome D’Artagnan!) fatto sbranare dai cani e decide così, lui freddo cacciatore di taglie, di freddare Mr. Candy e di morire, dunque, immediatamente dopo per mano di uno scagnozzo, a questo punto comincia la parte pulp del film. La musica classica e l’esecuzione feroce di un negro sono forse troppo didascalici per Tarantino, e la reazione del dentista forse troppo buonista, ma evidentemente Tarantino, che non può non essersene accorto, ha voluto proprio così perché forse anche lui è maturato, ha raggiunto l’età della ragione e, forse, nascosto tra i mille rivoli della sua geniale interpretazione giocosa del cinema, ha voluto lasciare un messaggio.

L’altro aspetto interessante è (come spesso nei suoi film) il tema della violenza, anche qui ci sono delle strane ma significative "ellissi": quando si tratta di mettere in campo il solito teatrino pulp, si possono vedere ettolitri di sangue e cervella e membra umane esplodere ovunque, tutto è perfettamente tarantiniano, come perfettamente tarantiniana l’inquadratura delle pareti della casa signorile di Mr. Candy completamente imbrattate di sangue, ma quando si tratterebbe di insistere con la macchina da presa sulle efferatezze, quelle vere, quelle “non per gioco”, quelle umane troppo umane, il regista si astiene si potrebbe quasi dire con pudore: quando lo schiavo negro D’Artagnan viene fatto sbranare dai cani, la macchina da presa spia dalle spalle, riesce a inquadrare poco, nulla è chiaro, la violenza umana resta taciuta e forse irrappresentabile, così come l’incontro ferocissimo, soltanto per divertire il sadico Mr. Candy, tra due “negri da combattimento”.

Che dire più allora? Non di certo un vero e proprio atto d’accusa, sarebbe troppo poco tarantiniano, ma la necessità sempre e comunque di ripensare la propria appartenenza a un Paese che ha costruito la sua grandezza e la sua “democrazia” sui crimini più efferati degli ultimi secoli. In questo senso un personaggio minore ma particolarmente riuscito è il vecchio servitore negro di Mr. Candy (interpretato da un perfetto Samuel L. Jackson), il quale ripete nelle sue parole, nei suoi gesti, nella sua fedeltà incondizionata al padrone, nel suo tradire costantemente la propria appartenenza, le conseguenze più dure della schiavitù, perché non tutti, come Django, una volta perse le catene possono considerarsi liberi e magari macinare volontà di vendetta, la maggior parte invece ha talmente interiorizzato il discorso del padrone, del dominante, che non riesce più a liberarsene, un meccanismo di inferiorizzazione talmente perverso (e talmente ben descritto nel film) da risultare l’eredità più difficile da scardinare nella forma di pensiero dell’afroamericano.

Insomma (ma può essere anche colpa della nostra prospettiva) un film che diverte e che fa pensare allo stesso modo e allo stesso tempo e il cui messaggio è contenuto in una frase di Django, quando accetta di lavorare con il dentista (cito a memoria), “uccidere bianchi ed essere pure pagato? cosa c’è di meglio?”, e il cui messaggio è anche contenuto nello stesso finale e nella stessa storia, il finale è un classico happy end, ma tale happy end non è quello della storia americana e della storia degli afroamericani, la storia – e Tarantino lo sa bene – non ha mai “lieto fine”, per cui, in un estremo gesto d’ironia, lo stesso “lieto fine” si trasforma nel suo opposto, in una sopita volontà di vendetta (irrealizzata e irrealizzabile) che non potrà che divertire tutti quelli che, per natura o per cultura, si pongono sempre dalla parte degli oppressi.

 

Django unchained

regia Quentin Tarantino

con Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson, Jamie Foxx, Kerry Washington

produzione Columbia Pictures

soggetto Quentin Tarantino

sceneggiaturaQuentin Tarantino

paese USA

lingua originale Inglese

colore A colori

anno 2013

durata 165 min.

 

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