“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Venerdì, 02 Maggio 2014 00:00

Cieli neri sul Messico

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Ancora un film che ritrae un percorso di migrazione a Visioni – Rassegna del Cinema d’Autore al Cinema Partenio di Avellino. Dopo le montagne del Trentino ritratte da Andrea Segre ne La prima neve questa volta sono i paesaggi del Messico in tutta la sua interezza ad essere al centro del cammino della speranza de La gabbia dorata. Per la precisione la storia comincia dal Guatemala, nella baraccopoli di una grande città, da dove tre adolescenti, Juan, Samuel e Sara (che si taglia i capelli e si fascia il seno per sembrare un ragazzo) partono per cercare fortuna negli Stati Uniti, come migliaia di altri disperati alla ricerca di un futuro diverso e migliore. Il film è il racconto di questo percorso geografico e umano, costruito sulle tante storie che il regista spagnolo Diego Quemada-Diez ha raccolto nei sopralluoghi fatti tra veri migranti lungo le rotte consuete degli spostamenti.

Cinema verità che rimane fedele al dato reale senza costringersi tra le maglie del documentarismo ma costruito con maestria tale da renderlo avvincente come un riuscito road movie. I tre emblematicamente oltrepassano l’ampia discarica a cielo aperto dove gli abitanti della favela rovistano tra i rifiuti, e si inoltrano tra le valli fino alla ferrovia, pronti a salire al volo su uno dei tanti treni merci diretti al Messico. Già perché il mezzo più usato per avvicinarsi alla frontiera con gli Stati Uniti è proprio il treno, e il regista ha filmato scene sui tetti dei vagoni in corsa insieme agli altri veri migranti. Giunti in Chiapas i ragazzi incontrano il giovane indio Chauk che non parla neanche lo spagnolo (e che viene emarginato soprattutto da Juan, almeno all’inizio). Dopo esser stati arrestati in Messico, vengono rispediti in Guatemala (non prima che i poliziotti abbiano rubato loro provviste e scarpe). Al momento di varcare di nuovo la frontiera con il Messico, Samuel decide di rimanere. Ma il viaggio riserva ancora tanti pericoli.
Ai soldati che cercano di braccare i clandestini sui treni si aggiungono i banditi che razziano tutti gli averi dei malcapitati viaggiatori dei convogli, rapendo le donne (per avviarle al traffico della prostituzione). È in questa occasione che Sara viene smascherata e presa a forza dai malviventi i quali, alle reazioni degli altri due, quasi ammazzano Juan, che viene curato da Chauk con rimedi naturali. L’odissea continua passando per un centro di accoglienza gestito da un prete e – prima di concludersi oltre l’agognato confine – riserva ai Nostri (come a tanti altri migranti) la terribile esperienza di essere sequestrati da bande di rapitori che chiedono ad eventuali parenti negli Stati Uniti il riscatto per i loro cari. Altrettanto emblematicamente il lavoro trovato nella terra promessa americana è quello di fare le pulizie in uno stabilimento di carne surgelata. E cos’altro sono Juan, Samuel, Sara, Chauk e tutti gli altri se non corpi destinati alla predazione della loro dignità e libertà, della loro stessa vita?
Quemada-Diez ha atteso per il suo primo film la maturità artistica, guadagnata come assistente alla regia ed operatore sui set di importanti nomi europei ed americani. Dall’esordio con Ken Loach per Terra e libertà (collaborazione continuata per La canzone di Carla e Bread and Roses), passando per Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu, Spike Lee e Fernando Meirelles, il regista ha esordito nel lungo a quarantatré anni dopo tre corti.
Attesa ben ripagata, dato che La gabbia dorata ha collezionato numerosi premi e riconoscimenti, tra cui A Certain Talent Prize nella sezione "Un Certain Regard" a Cannes 2013 e il Grifone d’oro nella categoria "16+" allo scorso Festival di Giffoni (oltre a festival sudamericani ed europei). Non c’è oleografia nelle riprese degli splendidi paesaggi naturali, còlti da una fotografia luminosa e discreta, né compiacimento o ricercatezza autoriale nella descrizione degli eventi. A fronte di facili cadute nel sensazionalismo la sceneggiatura sembra in certi snodi più indulgente verso la sorte dei malcapitati di quanto avvenga nella realtà, ma non c’è spazio per positive conclusioni che sollevino lo spettatore dalla gravità e dall’assurdità della storia, delle storie, che si ripetono uguali nel loro alternarsi di sofferenze e speranze.
Un esordio potente e maturo, che riesce non solo a denunciare ma a descrivere con pudore e realismo un percorso di iniziazione e sopravvivenza, maturazione e perdita dell’innocenza.

 

 

 

 

Visioni
La gabbia dorata (La jaula de oro)
regia Diego Quemada-Diez
con Brandon López, Rodolfo Dominguez, Karen Martínez, Carlos Chajon, Héctor Tahuite, Ricardo Esquerra
soggetto Diego Quemada-Diez
sceneggiatura Diego Quemada-Diez, Lucia Carreras, Gibrán Portela
fotografia María Secco
musica Leonardo Heiblum, Jacopo Lieberman, brani di repertorio
paese Messico
distribuzione Parthenos
lingua spagnolo (con sottotitoli)
colore colore
anno 2013
durata 102 min.
Avellino, Cinema Partenio, 23 aprile 2014

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