“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Mercoledì, 23 Aprile 2014 00:00

Documentare il sentimento

Scritto da 

Terzultimo appuntamento con Visioni-Rassegna del Cinema d’Autore al cinema Partenio di Avellino.
Pergine Valsugana, ad est di Trento, paese nella Valle dei Mòcheni attraversata dal torrente Fèrsina, al giorno d’oggi. Michele è un ragazzino di undici anni che vive con la madre Elisa e il nonno paterno Pietro, contadino e apicoltore. Suo padre è morto da poco, vittima della montagna.

Sulla sua strada incrocia Dani, giovane uomo originario di Lomé – capitale del Togo – giunto clandestinamente sulle coste italiane su uno dei tanti barconi della speranza salpati dalla Libia. Con sé porta la figlioletta di quasi un anno: la moglie non ha resistito alle privazioni del viaggio per mare e i medici son riusciti a far nascere la bambina ma non a salvare lei. Dani trova lavoro come aiutante del vecchio Pietro, in attesa del rilascio dei documenti, deciso a proseguire fino a Parigi. Intanto fa amicizia con Fabio, zio di Michele e vive senza difficoltà di integrazione nella piccola comunità di montagna.
Pochi gli accadimenti nel secondo lungometraggio di finzione di Andrea Segre La prima neve, presentato nella sezione "Orizzonti" all’ultima mostra di Venezia. Interessato da sempre a tematiche come l’emigrazione dei popoli (costretti a spostarsi per sfuggire a un destino di miseria o di guerra) fin dagli esordi nella seconda metà degli anni Novanta, il documentarista veneziano ha messo le competenze acquisite sul campo a servizio di un cinema d’invenzione che tiene le radici ben salde nella pratica del documentario. Anche in questa nuova ottica vengono rappresentate storie di esseri lontani dai propri paesi d’origine, obbligati a ricollocarsi in nuovi perimetri geografici ed esistenziali e a fare i conti con imprescindibili vincoli affettivi che rendono essi, già deboli oggetti di attenzione, soggetti capaci di cura a loro volta. Come successo anche in Io sono Li, a far da deuteragonista un personaggio nativo del (o cresciuto nel) luogo in cui svolge la vicenda (nel 2011 un vecchio pescatore di origini slave residente a Chioggia, adesso un bambino figlio dei monti del Trentino) che è segnato da un destino di solitudine non meno amaro di quello del protagonista.
I due film presentano anche altre analogie di ambientazione.
Al di là dell’evidente differenza di altitudine (laguna vs. montagna) i due paesi sono entrambi realtà ben delimitate, o meglio le dinamiche umane si svolgono tra set non urbani, in microcosmi circoscritti a cui reagire adattandosi o prendendo vie di fuga. Il paesaggio naturale è anche sempre intrecciato agli sviluppi degli uomini che lo abitano e vi lavorano, perché anche nei ritratti di comunità minacciate (la campagna calabrese de Il sangue verde, il deserto e le prigioni libiche di Come un uomo sulla terra e di Mare Chiuso, il pericolo d’inquinamento nel vicentino di La mal’ombra, la Grecia della recessione di Indebito) il territorio è condizione strutturale degli sviluppi collettivi e personali delle storie. Elemento fondamentale anche ne La prima neve, quell’ambiente, naturale o antropico –  in cui gli uomini lavorano e più in generale vivono, in cui organizzano la sussistenza e i rapporti sociali – gode di una particolare felicità di rappresentazione nella sceneggiatura di Marco Pettinello e dello stesso regista, aduso a filmare la realtà nel suo farsi.
Le riprese evitano lirismi cartolineschi ma rendono bene il senso di mistero che il bosco suscita nel giovane Michele, il quale s’inoltra nei suoi sentieri e s’arrampica sugli alberi temendolo e sfidandolo. Stessa felicità che sembra mancare quando lo script deve fondare le premesse all’azione dei personaggi: le scelte degli autori sembrano troppo costruite ad hoc, troppo speculari i vissuti dei caratteri, eccessivamente dilazionato il momento dell’agnizione sentimentale, con alcuni interrogativi che potevano essere risolti più semplicemente. Certo per l’economia degli sviluppi drammatici (nel senso di narrativi) lasciare che gli indizi si ricompongano nel finale è funzionale ad un maggior coinvolgimento del pubblico. Ma non è questo l’unico modo per assicurarsi tale risultato. Proprio l’abitudine a riprendere la vita nel suo darsi può evitare di rendere gli elementi di partenza troppo costruiti, artefatti e particolari. Peccato veniale che non pregiudica la generale riuscita dell’operazione, che si avvale per la fotografia del sempre inconfondibile Luca Bigazzi, abile nel recare nitore cristallino alla luce della natura e plastica rilevanza alle cortecce degli alberi.
Bravi gli attori, con le riconferme di Giuseppe Battiston e di Anita Caprioli, mentre è esordiente (ma ha lunga esperienza teatrale) Peter Mitterrutzner, così come il piccolo Matteo Marchel dal piglio coinvolgente e partecipe. Volto nuovo per il cinema italiano, Jean-Christophe Folly ha già all’attivo oltralpe ruoli per Benoit Jacquot, Josiane Balasko e Claire Denis, rendendo con credibilità e misura il suo Dani.
Belle le musiche della Piccola Bottega Baltazar, combo etno-folk capace di accompagnare con pudore le immagini e ormai giunto alla sesta collaborazione con Segre.

 

 

 

Visioni
La prima neve
regia Andrea Segre
con Jean-Christophe Folly, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Peter Mitterrutzner, Paolo Pierobon, Sadia Afzal, Roberto Citran
sceneggiatura Andrea Segre, Marco Pettenello
fotografia Luca Bigazzi
musica Piccola Bottega Baltazar
paese Italia
distribuzione Parthenos
lingua italiano
colore colore
anno 2013
durata 105 min.
Avellino, Cinema Partenio, 16 aprile 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook