"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Sabato, 12 Aprile 2014 00:00

Mimmo Borrelli, un Ulisse flegreo

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Un documentario fra vita reale e teatro. Questo è ‘A Sciaveca. Un documentario fra la vita e il teatro di Mimmo Borrelli. Un documentario che mostra – senza alcuna pretesa didascalica di dimostrare – quanto e come vita reale e teatro di Mimmo Borrelli s’intridano reciprocamente.
Il titolo è pari pari quello di un testo teatrale dello stesso Borrelli, ed è testo che fa da dorsale alla narrazione filmica, bipartita su due livelli: Mimmo Borrelli nei luoghi di Mimmo Borrelli ed il teatro di Mimmo Borrelli raccontato per immagini da Paolo Boriani, narrato dalla voce di Mimmo Borrelli.

Cosicché estratti recitativi di ‘A Sciaveca si innestano su un tessuto documentario. Vita e teatro di Mimmo Borrelli. Una telecamera raggiunge Bacoli da Milano, accende la propria lucina rossa in un mese pieno di riprese: un occhio “straniero” a guardare, un corpo ed una voce nei propri luoghi a farsi scrutare, a lasciarsi ascoltare. Parole ed immagini, suoni e colori: le parole sono quelle di Borrelli che racconta di sé e che recita il suo testo, le immagini quelle dei suoi luoghi, il capanno di un lido abbandonato che s’arrabatta sala prove a far mostra del suo teatro; i suoni ed i colori quelli del mare di Torregaveta, frazione di Bacoli, Campi Flegrei. È l’universo di riferimento di Borrelli, il microcosmo da cui attingere le storie, da cui trarre i personaggi per farne figure icastiche a cui affidare i suoi versi, versi in cui si trasfonde il rumore del mare, il mare cui s’affida il ruolo di narratore di storie. E non solo: nei suoi personaggi, nelle deformità e nelle abiezioni concertate per la scena, c’è tutta la destrutturazione di un mondo, di un microcosmo conosciuto da presso; ci sono le brutture di una terra violentata, aleggiano lo sporco, la melma, il depuratore di Cuma andato in funzione fra il 1965 ed il 1970, l’abusivismo edilizio che ha martoriato un territorio. Tutti aspetti che trasfigurati nel verso borrelliano si fanno poesia urlata e bestemmiata, grido di rabbia e dolore, assonanza fra collera e colera.
Il mare prende, il mare rende: vecchia legge non scritta, tramandata con l’oralità propria di un mondo ancestrale; quel mondo ancestrale s’agita, pulsa e s’espettora nell’opera di Borrelli. Quel mondo ancestrale acquista forma poetica nei suoi versi, prende forma nella parola scritta, prende voce nella parola detta, recitata, urlata e viscerale, collerica come una bestemmia, poetica come il verso che la reca in grembo; la lingua è quel dialetto antico e “sporco”, intriso di suggestioni che vengono da lontano, dall’idioma degli avi, da un mare che portò marrani sefarditi ad attraccare sulle coste di Cuma, i quali lasciarono a sedimento tracce di sé nella parlata, nei toponimi, nell’inconscio collettivo di un popolo che è napoletano per prossimità geografica, ma che è anche qualcosa d’altro per storia e tradizione.
E quella storia, quella tradizione, divengono humus fertile in cui allunga i rizomi la poetica di Borrelli, aedo e cantastorie, ma anche, nel corpo e nell’anima, una sorta di Ulisse flegreo, che affonda i propri piedi nudi – sui quali la camera indugia –  come radici nella sabbia bacolese, come l’eroe dal multiforme ingegno li posò alfine sull’Itaca petrosa.
La sciaveca che dà il titolo (al film, all’opera teatrale) è l’enorme rete che s'adoperava per la pesca a strascico; ed è ‘A Sciaveca – l’opera teatrale – una storia di pescatori, “l’apocalisse di un povero cristo”, raccontata dal mare, narratore onnisciente, col suo frangersi sulla riva, col suo consonantico trasfondersi nel verso borrelliano per far udire la propria voce permeare i versi; versi che il mare affida a Borrelli, come Omero li affidò ad Ulisse (con Borrelli però siamo in presenza di una sorta di sovrapposizione: autore ed attore di se stesso, è come se in lui le anime di un Omero e di un Ulisse convivessero); versi che poi Borrelli affida ai suoi personaggi, a Tonino, a Pacchione, alla narrazione interna della vicenda di ‘A Sciaveca.
E c’è poi un Borrelli privato che viene raccontato e si racconta nel film: è il Borrelli che ricorda il perché ed il per come sia arrivato al teatro, sviscera i propri nodi irrisolti, racconta dello specchio in cui si rimira andando in scena, cercando di affrontare quei nodi, c’è l’infanzia, c’è la famiglia, ci sono papà Antonio, pescatore e contastorie da tavola, ed Ernesto Salemme, insegnante ed iniziatore di Borrelli al teatro. E c’è il Borrelli che, dopo gli anni della formazione, dei laboratori pagati facendo il bagnino nei mesi estivi, ha ora il suo laboratorio, in cui forma attori, come Carmine Guardascione; e a ricordarci e dar testimonio del rapporto di Borrelli col teatro come specchio, il momento più intimo del film è quello in cui Mimmo e Carmine, in un momento di grande empatia, suggellano in un abbraccio un momento di commozione.
C’è dunque la realtà e c’è l’arte di scena, che vengono filmate e cucite con accurato montaggio da Paolo Boriani, che sa dosare i due aspetti, che bilancia arte e scena, realtà e mito, consentendo loro di fondersi in un amalgama asciutto, senza fronzoli, senza orpelli, impreziosito da immagini e scelte di cromie antitetiche, il rosso ed il blu, il fuoco ed il mare, la perdizione – quella di una storia truce di tradimento, violenza, stupro e sopruso – e la purificazione, la nemesi che si compie attraverso il mare. E che, nel documentario culminerà nella scena finale di una sedia che brucia in riva al mare.
Un ritratto, quello che di Mimmo Borrelli firma Paolo Boriani, che ha i contorni espressionistici di un’opera che non vuole indulgere ad un tratteggio marcato, ma che aspira ad una descrizione puntiforme, per frammenti e brandelli, senza la pretesa di un ritratto a tutto tondo, bensì col pregio di trasferire in immagini un’idea ed una poetica, arricchendole d’alcunché di ulteriore, di quello che c’è dietro la scena, di ciò che sottende al verso, di ciò che s’agita, pulsa e respira, batte, scalpita e si dimena nella poetica di Mimmo Borrelli.
È il resoconto del prima e dopo l’espettorazione. Tra teatro e vita, lasciando che l'uno si pasca dell'altra.

 

 

Bif&st 2014
‘A Sciaveca
regia Paolo Boriani
con Mimmo Borrelli
produzione Antlervideo
paese Italia
lingua italiano e dialetto flegreo
colore a colori
anno 2013
durata 61 min.
Bari, Cinema Galleria, 7 aprile 2014

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