“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Domenica, 06 Aprile 2014 00:00

Non sempre il genio domina il caos

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Quando un uomo diventa famoso ci si chiede sempre da dove sia partito. Conoscere la gavetta che ognuno si porta alle spalle, fatta di resistenze e sacrifici, di rifiuti, di momenti in cui tutto sembrava perduto, di sconforto, ambizione, pazienza, voglia di vincere, ci serve a giustificare un percorso e a rassicurarci. Ci piace poter osservare che quell’uomo non abbia avuto la strada spianata e che quindi meriti di aver riscosso successo. Con Yves Saint Laurent, purtroppo, il discorso è un po’ diverso.

Vi starete chiedendo chi è Yves Saint Laurent voglio sperare, così non mi sentirei la sola a non aver avuto la minima idea di chi fosse quando ha letto il suo nome tra i titoli in programmazione al cinema. Grande stupore nell’apprendere che è uno degli stilisti più conosciuti del XX secolo, un particolare ed instancabile creatore di moda, nonché ideatore della bellissima collezione Mondrian, che potete ammirare dalla foto.
Ora che tutti voi avete pensato o pronunciato “Ah, Yves Saint Laurent è quello che ha fatto questi vestiti qua?”, possiamo andare avanti.
Sono passati solo sei anni dalla morte dello stilista e, dopo L’Amour Fou di Pierre Thoretton, siamo già al secondo film che ripercorre la sua storia. Il lavoro di Jalil Lespert, uscito nelle sale italiane il 27 marzo 2014, ci mette immediatamente di fronte ad un diciassettenne che lavora per Christian Dior. Il successo sarebbe arrivato qualche anno dopo ma come Yves Saint Laurent (interpretato da Pierre Niney, un Harry Potter mancato) abbia fatto a diventare l’assistente di Christian Dior, che all’epoca già era “Dior”, resta veramente un mistero. Persino il web non è riuscito a soddisfare questa doverosa curiosità e allora non ci resta che giocare simpaticamente con una scelta: possiamo appellarci alla nostra buona fede e alla sicurezza storica che un tempo era più semplice o servirci della libertà sessuale del protagonista, che apprendiamo durante il film, finendo per risultare cattivi. Ma la colpa non è nostra, è di Jalil Lespert, a cui bisogna riconoscere il merito di non essersi fatto prendere dalla SCCD, Sindrome da Clemenza Concessa al Defunto, quella strana patologia che rende i soggetti in vita improvvisamente comprensivi e generosi verso i soggetti morti, anche quando essi sono stati dei cattivoni. Jalil Lespert non si lascia abbindolare e racconta, dello stilista, anche gli aspetti umani più controversi, chissà, forse esagerando anche un po’.
Alla giovane età di ventuno anni, a seguito della morte di Christian Dior, Yves Saint Laurent viene chiamato a succedergli, avendo dato prova delle sue indiscusse e sconfinate doti. Ma il ragazzo si presenta alquanto squilibrato, talentuoso ma mentalmente insano, tormentato dalle responsabilità socio-politiche della natia e straziata Algeria (da cui anche il regista proviene) e sarà solo grazie al compagno Pierre Bergé che Yves riuscirà a tenersi in vita, sia come uomo che come artista. Disegnare abiti è per lui non solo un desiderio ma una vera e propria smania irrefrenabile, che lo fa essere felice solo due volte l’anno, in primavera e in autunno, quando presenta le nuove collezioni. A parte disegnare, non sa fare nient’altro. È instabile, scontento, talvolta aggressivo ed irriconoscente, una volta raggiunto il successo si inabissa in un’autodistruzione fatta di alcol e droghe, ma impugnando la matita diventa un genio in grado di trasformare il mondo della moda. “Vestire le donne è la mia unica battaglia”, risponde Yves alla stampa dopo aver ricevuto la chiamata alle armi, di cui non riesce a sostenere neanche l’idea. Del resto, “Nessuno di noi crede che tu possa reggere un fucile”, dirà la madre. È proprio il caso di dire che se Yves Saint Laurent, riconosciuto a tutti gli effetti come maniaco depressivo, non avesse incontrato Pierre Bergé, probabilmente sarebbe morto in qualche ospedale psichiatrico, altro che successo e sfilate di moda. Al massimo ci avrebbe lasciato qualche parete del manicomio imbrattata di cappelli, cappotti e vestiti da sposa. Pierre Bergé è stato come una sorta di strada spianata, il suo organizzatore, il suo manager, il responsabile dell’equilibrio.
Jalil Lespert fa luce proprio su questa reciproca dipendenza del rapporto d’amore che esisteva tra i due, un connubio (quasi) perfetto tra follia e salute, genio e normalità, che trascina con sé tutti gli estremi della fragilità emotiva di Yves Saint Laurent. Un amore problematico, faticoso per noi da accettare ma non così difficile da capire. Non privo di tradimenti e di violenza ma durato tutta la vita, almeno per uno dei due. Persino quando il filo sembrava essersi spezzato, vediamo Bergé fare un nodo e resistere, compiendo apparentemente un atto di egoismo che porta invece con sé solo un atto d’amore. 
È interessante la scelta di soffermarsi maggiormente sulla vita privata, che può abbracciare anche un pubblico più ampio, piuttosto che su quella professionale, che viene infatti lasciata un po’ abbozzata perché non costituisce la priorità del film. Ma ci si aspettava qualcosa in più di un resoconto di bisticci (senti)mentali, un resoconto che non riesce né a scendere a fondo nella drammaturgia dei personaggi, privando dunque lo spettatore di una notevole empatia che sarebbe stata necessaria, né a celebrare il grande contributo di Yves Saint Laurent al mondo della moda. Un’occhiatina in più al prestigio delle sue innovazioni non avrebbe affatto guastato, a questo punto, anzi, avrebbe aiutato qualunque tipo di pubblico a ritrovare quel necessario percorso di giustificazione, in questo caso non solo del solo successo.            
Yves Saint Laurent non era un santo, il film di Jalil Lespert non è affatto un capolavoro ed io sono stata fin troppo buona.

 

 

 

 

Yves Saint Laurent
regia
Jalil Lespert
con Pierre Niney, Guillaume Gallienne, Charlotte Le Bon, Laura Smet, Marie de Villepin, Xavier Lafitte, Nikolai Kinski, Marianne Basler, Anne Alvaro, Astrid Whettnall
soggetto Laurence Benaïm
sceneggiatura Marie-Pierre Huster, Jalil Lespert, Jacques Fieschi
musiche Ibrahim Maalouf
costumi Madeleine Fontaine
produzione Wy Productions
paese Francia
lingua originale francese
colore a colori
anno 2014
durata 106 min.

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