“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Martedì, 15 Aprile 2014 00:00

L'Altro Cinema, Parte VII – "Holocaust Party"

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Quel che vi presentiamo oggi è un prodotto lucidamente brillo (come chi vi scrive), perfetta simbiosi tra quel che dovrebbe e non dovrebbe essere. Siamo all’apice di quello che questa modesta rubrica si è prefissa di fare sin dall’inizio. Raccontare l’altro cinema, spesso attraverso il disgusto, o tramite l’introspezione più sperimentale. Ebbene, Holocaust Party sintetizza alla perfezione questo ibrido di genio e bruttezza. Il bello lascia lo spazio al “non so che” di leibniziana memoria. Un’indeterminazione ricca di contenuti, pregna di essenze ontologicamente folgoranti e, a tratti, folgorate. Inutile girarci intorno, stiamo parlando di quel fenomeno che è Andrea Diprè, personaggio che ormai sembra non conoscere più limiti, così come il suo dipreismo profetizza da tempo.

La collaborazione con il regista e sceneggiatore (nonché attore nel caso specifico) Alex Vemdel ha dato il là ad una produzione che non ha freni inibitori e si lascia aggredire dallo spettatore come fosse la vagina di un’opera d’arte mobile nel bel mezzo di un orgasmo clitorideo.
Holocaust Party fa il verso a La grande bellezza di Sorrentino, film sul quale si è detto di tutto ed in tutte le direzioni, sia favorevoli che contrarie. Se però Sorrentino fa un’analisi del reale disincantata e nichilista per poi rinnegarla nel finale e capovolgere (alquanto grottescamente) il senso totale della sua opera alla ricerca di una bellezza che pare debba essere per forza ricercata per dare un senso alla vita, all’opposto invece Diprè e Vemdel si trastullano sulla vacuità delle cose e ne fanno scempio con un gusto dell’exploitation che rasenta il trash più genuino e raccapricciante.
A differenza del precedente Milano Babilonia, primo esperimento del duo succitato, forse meno schietto e più forzatamente provocatorio, in questa seconda pellicola la satira è immediatamente riscontrabile.
Un’umanità indecifrabile e senza logica si muove all’interno di una camera (senza vista) intorno alla sensuale figura che mescola il desiderio più istintivo con l’azione più provocante.
Se John Searle, filosofo che ha dedicato un’intera vita ai processi filologici e filosofici che stanno alla base del linguaggio, parla di gap per descrivere ciò che intercorre e separa il volere in sé dalla volontà dell’azione in atto, la provocante figura che menzionavamo testé rasenta invece il perfetto connubio tra istinto e ragione, tra volontà e azione, tra caos e logos: il Sesso (in chiave socio/politica, l’Italia sulla quale si è banchettato). Il desiderio sessuale è il solo istinto che recupera questo gap tra l’azione e la volontà ad agire. Questa figura, ancestrale ed eterna, rappresentata in maniera meravigliosa da Jessica Resteghini (e dalle sue gambe tutte da leccare) è un’oscena presenza che eiacula desiderio in ogni fotogramma e muove (senza essere mossa/scopata) le figure maschili che le ronzano attorno.
Se Diprè interpreta l’immancabile avvocato, e Paolo Riva (navigato attore di sicuro impatto) intraprende il ruolo del classico italiano medio “arrapato” che fa apprezzamenti su di una bella donna come fosse una partita di calcio (e viceversa), Vemdel è invece il personaggio fuori dagli schemi, inusuale, colui che rompe i già precari equilibri e sintetizza fino al parossismo la crisi economica che vuol ridicolizzare. Il pagliaccio schizoide, un po’ goldoniano un po’ alla Rob Zombie de La Casa dei mille corpi, è il perfetto esempio della noncuranza del divenire, dello scorrere del tempo. Ma se Eraclito affermava “tutto scorre”, Holocaust Party invece ci dice che tutto ormai si è inesorabilmente fermato. È lo stesso Diprè a cercare di far luce sull’intricata vicenda delle sorti umane. Ogni uomo, dice l’avvocato, deve godere di ogni attimo della sua vita, “godere, godere, godere”.
Nell’opera sono quasi presenti due poli, da un lato l’analisi storico/sociale di Vemdel che prende atto dello stato attuale delle cose e nell’intervista che segue il corto si domanda: a cosa ci porterà questa crisi, una ribellione o un suicidio di massa? Dall’altro il nichilismo edonista di Diprè, che travolge ogni senso morale e ricorda che la felicità è il solo scopo di ogni uomo (godere, godere, godere), felicità da ritrovare solo ed esclusivamente nel piacere, “un piacere che può essere più o meno perverso” e che non conosce crisi.
Il dipreismo ha oltrepassato le colonne d’Ercole ed ha raggiunto le gambe della Resteghini per sborrarci sopra. Tutto il resto non conta ed è da ostacolo per il recupero di quella razionalità dell’istinto in combutta con l’effimera ragione speculativa (“diciamo sì, un sì deciso in favore della droga, per non avere più paura, e poi si vedrà. Un sì deciso. Basta!” recita il testo della musica di Dj Surf e Kaji nella catarsi finale).
Un’opera, in conclusione, da aggredire con forza e vomitare più volte, soprattutto in faccia a chi mal la digerisce. Un mosaico fatto di feticci perfettamente incastonati l’uno nell’altro, tutti sono mossi dal desiderio di leccare le gambe di Jessica (primo feticcio), e la stessa unità del tutto è ricondotta a Diprè, l’arché, figura prototipo dell’Unico di Stirner. Diprè non è diretto dal regista, Vemdel se ne serve lasciandolo libero di vagare verso il proprio piacere, catafratto nella pomposità dei suoi canovacci sibaritici ed a tratti spermifori. La sua lirica volgarmente elegante ci guida verso la baldoria e l’estasi del pecoreccio, fino al decadimento fisico.
Così ci accasciamo, ubriachi e felici, su un divano, loro con noi e noi con loro, in un intreccio che accomuna i nostri stessi peni e le nostre stesse pene, nelle gambe dell’Italia felicemente stuprata e non scopata. La festa è finita, e ne siamo tutti consapevoli, ma l’esortazione finale è quella di continuare a vivere. Vivere in una sottile, malcelata, silente illusione. E, ancora una volta, eternamente godere.

 

 

 

 

 

Retrovisioni. L’Altro Cinema
Holocaust Party
regia
 Alex Vemdel
con Jessica Rosteghini, Andrea Diprè, Alex Vemdel, Paolo Riva
produzione Bulldozer Factory
sceneggiatura Alex Vemdel
paese Italia
lingua italiano
colore a colori
anno 2014
durata 13 min.

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