"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 07 Marzo 2014 00:00

"La bella e la bestia" secondo Christophe Gans

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Come ogni fiaba che si rispetti anche questa comincia con "c'era una volta...": Francia, 1810. Un ricco mercante e i suoi figli cadono in disgrazia, dopo che le loro navi mercantili naufragano cariche di tesori. La famiglia, dopo aver trascorso del tempo in campagna, vede uno spiraglio di luce quando una delle navi viene ritrovata. Il padre parte quindi per riscattare i propri beni, ma il contenuto della nave viene confiscato. L'uomo, distrutto e ancora in rovina, perde la strada del ritorno durante una tempesta: trova rifugio in un castello che sembrava abbandonato, ma al cui interno lo attendono non solo una tavola imbandita ma anche quasi tutti gli oggetti richiesti dalla figlie prima della sua partenza.

Cogliendo al volo l'insperata fortuna il mercante si dirige verso casa, commettendo però un fatale errore: ruba una rosa dal giardino del maniero, l'unica cosa che mancava tra le delizie trovate nel castello. E proprio qui compare la Bestia, che lo assale e lo condanna a morte – "una rosa per una vita" – non prima di aver consegnato la rosa alla figlia che l'aveva chiesta, Belle. La giovane decide, però, di prendere il posto del padre e, fuggita di casa, si consegna al mostro. Ogni giorno della sua prigionia la Bestia tenterà invano di compiacerla, mentre lei scoprirà sempre qualcosa di più sull'oscuro segreto che avvolge il castello e il suo mostruoso padrone.
Questa, in breve, la trama dell'ultima fatica del critico cinematografico e regista Christophe Gans, che, insieme a Sandra Vo-Ahn, ha curato anche il soggetto e la sceneggiatura della pellicola, ispirata alla fiaba scritta nel 1740 dall'autrice francese Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve – e cioè la versione della storia meno nota al grande pubblico, che negli anni ha assistito ad adattamenti della versione del 1756, creata da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont.
Gans ha dato vita a un film che punta tutto sullo spettacolo: trascura infatti l'evoluzione emotiva, privilegiando scenografie imponenti e scenari eterei e fuori dal mondo. I costumi stessi di Belle e della Bestia quasi oscurano i personaggi che li indossano: riccamente decorati con ori e gioielli, risaltano anche nelle sale del castello, dove le statue hanno rubini al posto degli occhi e le tavole sono imbandite con posate d'oro e argento. Lo scopo sembra proprio quello di stupire lo spettatore, di lasciarlo senza fiato davanti agli immensi spazi realizzati in digitale, ma tutto a discapito dell'apparato narrativo.
Ed è proprio questa la pecca principale di un film che sembrava avere un alto potenziale: le atmosfere cupe e la fotografia spesso incentrata sui dettagli del viso, come gli occhi e le labbra, non lasciano trasparire un granché dello sviluppo interno dei personaggi, che affrontano la storia passando dall'odio reciproco all'amore improvviso, un po' come se fosse previsto che il pubblico dia per scontato questo passaggio.
I due protagonisti principali, infatti, sembrano litigare per tutta la durata del film. Belle non perde quasi occasione per ricordare al mostro che, di fatto, è solo un mostro, e la Bestia stessa non fa altro che dimostrarsi arrogante e il più delle volte egoista, fino a quando, di punto in bianco, la carte si rivoltano: la Bestia e Belle sembrano essere stati una sola cosa sin dall'inizio.
Vincent Cassel e Léa Seydoux sembrano essere fortemente limitati: la mimica del leone antropomorfo è infatti relegata a un'espressione d'ira, a un atteggiamento selvatico e sempre poco umano, mentre l'incantevole prigioniera quasi non fa altro che sognare e vagare per le stanze del castello, ogni volta con un abito diverso. Comportamenti che, rispetto ai film precedenti, lasciano un po' perplessi, soprattutto dopo aver visto la Seydoux in La vita di Adele – Capitolo 1 & 2 o in Bastardi senza gloria.
E proprio a proposito dei sogni rivelatori del passato della Bestia, la loro storia è quasi più solida del rapporto Cassel-Seydoux: essi narrano un trascorso ambientato secoli prima degli eventi attuali, glorioso e luminoso, dove trionfavano risate e balli, dove l'amore riempiva le sale del castello. Una storia-nella-storia, che nel suo sviluppo ammicca al mondo della mitologia greca, in particolare attingendo in parte al mito della cerva d'oro e cui i personaggi quasi trasmettono più emozioni e sentimenti forti delle loro controparti contemporanee all'intreccio.
Questa fiaba moderna lascia quindi un po' perplessi: da un lato abbiamo la meraviglia visiva, la maestosità degli effetti, lo spettacolo che tiene lo spettatore incollato allo schermo per tutta la durata del film, senza stancare, ma lasciando che la fantasia del pubblico si nutra degli ambienti fantastici. Dall'altro però non sfugge che tutto questo è un contenitore forse troppo grande per una storia che riesce ad arrivare alla fine un po' in affanno, come un atleta che deve correre da solo per tutti gli altri. Senza dubbio Gans & co. hanno messo in scena un'impresa coraggiosa, una produzione europea che ha cercato di competere con i concorrenti americani, che da anni nel regno del fantasy e del sovrannaturale hanno una leadership quasi indiscussa. Un bersaglio quasi centrato, che lascia un po' l'amaro in bocca, certo, ma vale la pena di trascorrere una serata un po' sognanti tra foreste, ninfe, divinità, "Belle", Bestie e giganti.

 

 

 

La bella e la bestia (La belle & la bête)
regia
Christophe Gans
soggetto e sceneggiatura Christophe Gans, Sandra Vo-Anh
con Vincent Cassel, Léa Seydoux, André Dussollier
fotografia Christophe Beaucarne
montaggio Sébastien Prangère
musica originale: Pierre Adenot
produzione Richard Grandpierre
produttore esecutivo Frédéric Doniguian
casa di produzione Pathé, Eskwad, Studio Babelsberg
paese Francia
colore a colori
anno 2014
durata 112 min.

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