“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Mercoledì, 05 Marzo 2014 00:00

È difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà

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“Siamo tutti case vuote e aspettiamo qualcuno che apra la porta e ci renda liberi".
(Kim Ki-duk)

In questa notte in questo mondo
Le parole del sogno dell'infanzia della morta
Non è mai questo ciò che uno vuole dire
La lingua natale castra
La lingua è un organo di conoscenza
Del fallimento di ogni poema
Castrato dalla sua stessa lingua
Che è l'organo della ri-creazione
Del ri-conoscimento
Ma non quello della ri-surrezione
Di qualcosa in maniera di negazione
Del mio orizzonte di sofferenza con il suo cane
E niente è promessa
Tra il dicibile
Che equivale a mentire
(tutto quello che si può dire è bugia)
il resto è silenzio
solo che il silenzio non esiste
no
le parole
non fanno l’amore
fanno l'assenza
se dico acqua, berrò?
Se dico pane, mangerò?
In questa notte in questo mondo
Straordinario silenzio quello di questa notte
Quello che succede nell'anima non si vede
Quello che succede nella mente non si vede
Quello che succede nello spirito non si vede
Da dove viene questa cospirazione dell'invisibilità?
Nessuna parola è visibile.
(Alejandra Pizarnik, In questa notte in questo mondo)

C’è una donna che vive in una grande, bella casa. Un tempo era una modella: lo capiamo dalle foto appese alle pareti. Oggi il suo volto tumefatto ci parla di un matrimonio infelice. Di una esistenza sempre più lontana e non voluta. Non conosciamo le sue parole. Non sappiamo il suo nome. La malinconia dello sguardo ci dice che la sua anima è sola.
C’è un ragazzo che gira in scooter per le strade di una città di cui non sappiamo nulla. Cerca case vuote: entra, si lava, mangia, dorme. Tocca con rispetto ogni cosa aggiustando quel che trova di rotto. Osserva gli oggetti, uno ad uno, alla ricerca del gesto del volto del cuore di chi li possiede. Fotografa se stesso in quelle stanze. Per conservare almeno un ricordo. Non ruba nulla se non la parvenza di quello che a lui manca. Con l'innocenza fra le mani. La solitudine nello spirito. E poi va via.
“Come se nessuno fosse mai stato lì…”.
(Kim Ki-duk)
La donna e il ragazzo. Soli. Nel silenzio.
La donna si accorge della presenza del ragazzo. Vorrebbe fuggire. Ha paura. Lo vede aggiustare una bilancia rotta e da quell'umile gesto comprende che non è un ladro. Lui, accorgendosi di essere stato scoperto vorrebbe andarsene, ma l'urlo di lei al telefono mentre parla con suo marito lo blocca. Sa di non potere più lasciarla sola. In pochi istanti in pochi gesti in poche sequenze si delinea la storia: non serve molto al linguaggio del cuore. Quando il marito cerca di violentarla il ragazzo lo distrae giocando in giardino con una mazza da golf e quando l'uomo gli si pone davanti lo colpisce ripetutamente come se fosse un bersaglio. L'uomo è a terra privo di sensi. La donna e il ragazzo fuggono. Insieme.
“Un giorno il mio desiderio si avvera. Un uomo arriva come un fantasma e mi libera dalla mia prigionia. E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve... Finché incontro il mio nuovo destino”.
“Un giorno entro in una casa vuota. Sembra che non ci sia davvero nessuno, così mi spoglio, mi faccio un bagno, preparo da mangiare, faccio il bucato, aggiusto una bilancia e mi esercito a golf nel giardino di casa. Nella casa c'è una donna scoraggiata, spaventata e ferita che non esce mai e piange.
Mostro a lei la mia solitudine. Ci capiamo senza dire una parola, scappiamo via senza dire una parola”.
(Kim Ki-duk)
Ferro3 - La casa vuota è una pellicola stupenda, ed è tutta qui. In questi volti. In questi sguardi. In una vita che ha imparato a fare a meno delle parole ma che parla più di qualsiasi altra lingua. Nell'incontro di due solitudini e due anime che si prendono per mano e fuggono via nell'impossibile desiderio di esistere. È un mondo (altro) contro un mondo (questo) che non permette il sogno. Ma che nel sogno riuscirà a sopravvivere, nonostante tutto.
Lui scopriremo che si chiama Tae-suk. Lei scopriremo che si chiama Sun-hwa.
Ora non sono più soli. Insieme visitano case vuote. Insieme aggiustano oggetti rotti. Insieme dividono ogni minuto. Ogni respiro. Insieme dormono nello stesso letto, senza mai sfiorarsi, toccandosi solo con il cuore. Insieme si siedono sullo stesso divano accostando solo i piedi l'uno all'altro. La donna ritrova la bellezza, il sorriso. Nessuno dei due la parola perchè l'anima non sa che farsene delle parole. Nei piccoli gesti una corrente silenziosa d'amore.
Si può vivere veramente di niente quando tutto è già dentro, nel cuore.
Un giorno entrano nella casa di un anziano e lo trovano morto. Lo lavano e seppelliscono con infinita cura. Si illudono di poter vivere in quelle stanze più a lungo, forse per sempre. Ma il ritorno improvviso del figlio infrange il loro desiderio: Tae-suk viene arrestato e accusato di omicidio. Sun-hwa restituita a suo marito.
Ed è il mondo (questo) che si ripropone in tutta la sua violenza. Questo mondo che Kim-Ki duk esprime in ogni suo film, dolente immagine dell'imbarbarimento dell'anima, disseminandoli di scene in cui la cecità degli altri al cospetto dell'innocenza si rivela in tutta una brutalità fatta di gesti parole crudeltà estreme. Tae-suk viene picchiato a sangue prima dall'ispettore di polizia poi dal marito di Sun-hwa alla cui sete di vendetta viene dato in pasto. Il silenzio come unica sua difesa. Pur consapevoli dell'inconsistenza di ogni accusa lo rinchiuderanno nella sezione malati mentali e poi in isolamento.
“L’uno resta in una casa fatta di nostalgia. L’altro impara a diventare un fantasma per nascondersi nel mondo della nostalgia”.
(Kim Ki-duk)
Quattro mura bianche per il tempo interminabile dell'attesa. Un tempo in cui il ragazzo comprende che c'è un solo modo per tornare da colei che attende e viverle per sempre a fianco: in quello spazio limitato, protetto dal suo silenzio si eserciterà a diventare un fantasma.
“Ora che sono un fantasma non ho più voglia di cercare una casa vuota.  Ora sono libero di andare nella casa in cui vive la mia amata e darle un bacio felice. Nessuno sa che sono lì.  Tranne la persona che mi aspetta… Qualcuno arriva sempre per la persona che aspetta”.
(Kim Ki-duk)

http://www.youtube.com/watch?v=HC1PsP3UvsU

La semplicità della scena finale. La dolcezza dei gesti. Il primo casto bacio. È Tae-suk a essere invisibile? o è il mondo, impersonato dal marito, a non saper più vedere la Bellezza, l'Armonia, la Bontà, l’Amore? Zero è il peso che compare sulla bilancia: zero è il peso del sentimento che lega la donna e il ragazzo. In un mondo altro dove niente e nessuno potranno più toccarli. Separarli. Violentarli.
Ferro3 non è un film per tutti. È un film per chi ancora vuole credere: che nello spazio tangibile della solitudine possa un giorno trovarsi un'isola per chi ha fatto naufragio nella vita; che nel silenzio della comunicazione possa un giorno risorgere l'empatia fra le anime; che nell'egoismo il possesso la violenza di chi ci circonda possa esserci una crepa dalla quale è possibile fuggire. Al costo di essere invisibili.
“Arriva di sicuro… dalla persona che aspetta… In questo giorno del 2004 qualcuno aprirà il lucchetto che blocca la mia porta e mi renderà libero.  Avrò cieca fiducia in questa persona e la seguirò ovunque, non importa dove o cosa ci succederà… Verso un nuovo destino… È difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà”.
(Kim Ki-duk)


 

 

Retrovisioni
Ferro3 – La casa vuota (Bin-jip)
regia, soggetto e sceneggiatura:
Kim Ki-duk
con Hee Jae, Seung-yeon Lee, Hyuk-Ho Kwon, Jin-Mo Joo, Jeong-Ho Choi
fotografia Jang Seung-Beck
montaggio Kim Ki-duk
musica originale Slvian
produzione Michio Suzuki, Kim Ki-duk
paese Corea del Sud
colore a colori
anno 2004
durata 88 min.

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