“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Giovedì, 20 Febbraio 2014 00:00

La tournée di una compagnia

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È difficile esprimere concetti significativi, che dicano davvero qualcosa, che riempiano la pagina comunicando una o più immagini che varranno la lettura dell’articolo.
Questa è la sensazione di chi scrive, ora. Poiché chi scrive ora è confuso, come annebbiato, preso da mille e una sensazioni diverse che nascono dall’unione tra la pratica dell’osservazione teatrale, dalla scrittura sugli spettacoli visti, dalla visione di questo film sulla Trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni, per la regia di Toni Servillo. Cinema, teatro, teatro in forma di cinema, cinema sul teatro, cinema con la profondità del teatro, teatro che corre alla velocità del cinema. È difficile.

È difficile perché 394 Trilogia nel mondo non è la ripresa dello spettacolo teatrale, ne è un saggio sulla regia e la messinscena dello stesso ma è cinema e, pur essendo cinema, a chi scrive appare comunque teatro: le sue immagini emanano l’odore del legno, dei fondali pittati, degli abiti pieni di lacci e laccioli; fanno risuonare il battito dei tacchi, il rumore che una tazza produce quando si posa sul tavolo, come una voce risponde a una voce; permettono di pesare i cordoni che tengono stretti i sipari, di osservare il modo in cui viene allestita una scena, come cammina un’attrice, come respira un attore; consentono di notare la posizione di una sedia, il modo in cui un interprete entra dalla quinta di destra, come un altro piega il volto mentre dice quella parola, quella frase, quella battuta.
È teatro, pur essendo cinema. È teatro ed allora ha una consistenza minuscola, 394 Trilogia nel mondo, simile a quella di un piccolo luogo in cui tutto si tiene, in cui tutto rimbomba: le parole dette in ribalta; il cicalìo d’atmosfera fatto risuonare mentre – sul palco – è mattino; una risata, che squilla più forte d’ogni altra risata possibile, perché sia sentita fino all’ultima fila. Ma, al tempo stesso, proprio in quanto teatro ha una dimensione larghissima, 394 Trilogia nel mondo, perché nel suo raccontare per frammenti e dettagli la tournée di una compagnia (ovvero la tournée di un autore e di un testo, la tournée di attori e di attrici, la tournée di personaggi e di maschere) ricorda, a chi scrive, che il teatro è viaggiante: come un carro di merci che macina e consuma le ruote; come un piccolo gozzo che traversa un pezzo di mare.
È viaggiante, il teatro, perché è col viaggio che impara a conoscere il pubblico facendosi conoscere dal pubblico; è viaggiante perché è viaggiando che esporta e comunica la propria lingua, la propria differenza, la propria unicità; è viaggiante perché necessita ogni sera di un riscontro diverso fatto da occhi, mani, labbra diverse; perché necessita di sentire se ancora gli tocca l’applauso; perché fa parte della sua natura instabile essere instabile e passeggero, furtivo, fugace, presente in quel posto ed in quel momento, dopo essere stato altrove, prima di essere altrove nuovamente.
Ma se 394 Trilogia nel mondo è teatro pur essendo cinema allora è anche una lezione per chi fa critica teatrale. Mostrando – infatti – la tensione che prova un attore poco prima di entrare in scena; mostrandone le corse compiute per scaricare il nervosismo, certi respiri profondi che servono per sottrarsi ai timori, le prove insistite fatte in un angolo del camerino, in un corridoio o a ridosso del palcoscenico illuminato – a meno di un metro dallo spazio visibile, a meno di un minuto dall’ingresso in commedia – consente a chi scrive di teatro di vedere ciò ch’egli non vede e non vedrà mai: la fatica, la paura, il tremore; certe piccole scosse alle dita, alle palpebre, certe piccoli fremiti che prendono i muscoli facciali; e le incertezze, le insoddisfazioni, certe sicurezze che diventano insicure in un attimo e che dovranno attendere la fine dell’opera per tornare sicurezze di nuovo.
Chi scrive di teatro dovrebbe guardare e riguardare 394 Trilogia nel mondo non badando ai contenuti folklorico-cosmopoliti (il mercatino di Istanbul ed il freddo di San Pietroburgo, il silenzio di Bilbao, il caos di New York, il brindisi di Mosca, l’intervista a Madrid, la metropolitana affollata di Londra) ma ai piccoli segreti che rivela, permettendone una percezione obliqua, nascosta, di sbircio: ecco un movimento appena visibile ma necessario per caratterizzare il personaggio; ecco la pausa di un istante che serve a far funzionare la frase appena detta; ecco perché è nata quella posa, perché si usa quel tono, perché quella giacca ha quel colore, quel ricamo, quella forma.

La lettura generale, intorno ad un tavolo; il sale, che viene posto nel centro del retroscena, come rito scaramantico; le prove che precedono la prima, a platea vuota. L’ascolto delle proprie parole. Le valigie, i bagagli, gli zaini, le stanze d’albergo, i camerini. “Merda”. Le risposte date a domande stupide, fatte da giornalisti disinteressati al teatro. Una scala, una finta porta, una finta finestra. La stretta che serve per allacciare un corpetto; il velo posto sulle spalle; le calze che danno fastidio, una camicia che non s’abbottona, il trucco messo alle guance. I propri occhi in uno specchio. Le dita intrecciate prima di entrare su scena. “Merda”. L’attesa di una risata del pubblico. La telefonata di una madre, una promessa di matrimonio, lo sguardo di un figlio che si mescolano al tempo del viaggio ed al viaggio dello spettacolo. La stanchezza del proprio ruolo. Il desiderio di scappare, di fare altro, di rinunciare alla prossima tappa. Il bisogno della prossima tappa. I ricordi di spettacoli vissuti vent’anni prima. “Merda”. La paglia di una scopa che pulisce l’assito; un mobile trascinato a quattro mani; il rumore del martello, il calore di un faro, posizionato in un angolo. Il fondale che scivola dall’alto. L’incontro con una compagnia che, in un altro teatro della stessa città, sta recitando il medesimo testo. “Merda”. Il dolore a una spalla. Un’intervista che annoia. L’interesse per una recensione. “Merda”. La ricucitura di un orlo; i pannelli che fanno da finta parete; il calcolo della distanza tra palco e platea. Un esercizio per sciogliere i muscoli. Una battuta che, questa sera, non funziona come dovrebbe. Uno spettatore che dorme, uno che sorride, uno che si alza e va via a metà del secondo atto. Gli applausi. I fiori. “Merda”. La mancanza di motivazioni, i critici, un amico in prima fila. L’esercizio della memoria. L’ultimo respiro prima del “chi è di scena”. “Merda”. La schiena, troppo curva, rispetto a quanto stabilito. La dizione perfetta della parola “Grazie”. Il tondo rosso che fa da tramonto. Il rumore di un mazzo di carte; il colore porpora di un costume; un abbraccio; la cena dopo la recita. Il tentativo di cambiare ancora qualcosa, di migliorare, di rifinire, di perfezionare. La paura di fallire. “Merda”. I polmoni gonfi d’aria, i nervi tesi del collo, il fiato speso a darsi consigli. Il ripasso della propria parte. Un dubbio improvviso. La prossima replica. “Merda”. Il prossimo inchino. “Merda”. Di nuovo la medesima recita. “Merda”.
Rito, finzione, gioco, professione, impasto di artigianato e di parole poetiche, di oggetti e d’assenze, di luci e costumi, di attese e illusioni, di trucchi, di fantasie, di magie nascoste o dichiarate, fusione di estetica e pratica in cui l’estetica diventa pratica e la pratica produce estetica, miscuglio di esperimenti, evasioni, di miserie piccolissime e d’immense utopie irrealizzabili, arte che si nutre delle arti, punto di raccolta in cui il grande attore siede, beve, discute, tira quattro calci a un pallone con il più giovane tra gli attrezzisti, al suo primo viaggio, al suo primo sguardo fuori di casa. C’è questo e c’è altro in 394 Trilogia nel mondo perché c’è questo e c’è altro nel teatro, inteso come impegno culturale, come ostinazione personale, come inganno necessario, come lavoro, come esercizio di sopportazione della vita, come rimando della morte, come illusione visiva e come luogo di accoglienza, stanza della recita, momentaneo palcoscenico ingombro.
C’è l’andamento vischioso del viaggio, c’è la veemenza dei desideri, c’è il troppo parlare; c’è l’ampiezza smodata dei sogni, il sudore che costa una replica, la consapevolezza di aver reso meno di quanto si poteva rendere. C’è l’orgoglio di attraversare il mondo, da italiani che recitano, in italiano, un autore italiano. E c’è l’orgoglio di conoscere il mondo e di parlare al mondo quella strana lingua composta da gesti, suoni e silenzi, che è la lingua del Teatro.
“Ho fede che il Teatro torni a mettere al centro l’uomo e che questa sia un’arte che fa riconoscere i popoli come quando si entra in casa e si cerca di capire come cucinate, come mangiate, come fate l’amore, come fate il letto” dice ad un punto Servillo, in una delle troppe conferenze stampa cui è costretto. Come cucinare e mangiare, come fare l’amore e rimettere poi a posto il cuscino, le coperte, il lenzuolo. Come svegliarsi, sbadigliare, sentire il freddo del pavimento; come attendere il prossimo treno in stazione, chiedendosi come sarà il tragitto, che tempo troveremo alla meta. Come il sonno, la fame, la necessità di una passeggiata, il tempo perso ad aspettare qualcuno; come il ricordo di chi non c’è, come il pane mangiato alla sera, la carezza ad un gatto o ad un cane, l’acqua bevuta in piena notte: è così che vive il Teatro. In 394 Trilogia nel mondo un suo breve racconto. 
“Merda”.

 

 

 

394 Trilogia nel mondo
regia Massimiliano Pacifico
con Toni Servillo, Anna Della Rosa, Andrea Renzi, Paolo Graziosi, Tommaso Ragno, Eva Cambiale, Chiara Baffi, Mariella Lo Sardo, Marco D'Amore, Giulia Pica, Elisabetta Pedrazzi, Gigio Morra, Francesco Paglino, Rocco Giordano
fotografia Diego Liguori
soggetto Massimiliano Pacifico
sceneggiatura Massimiliano Pacifico
montaggio Massimiliano Pacifico, Diego Liguori
suono Marco Saitta
paese Italia
colore colore
anno 2011
produzione Teatri Uniti, Teatro Il Piccolo di Milano
durata 56'


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