“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Sabato, 29 Dicembre 2012 01:00

Brueghel - Meraviglie dell'Arte Fiamminga

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In quell’arco temporale in cui lo Stivale pittorico conosceva il suo momento più alto nel dicotomico rapporto tra la famiglia accademica dei Carracci e il genio ribelle del Merisi, la fredda Europa dava vita a momenti di pittura diversi ma non per questo non intrisi di intensità e alto valore artistico. E una dinastia più di altri cavalcò i secoli decimosesto e decimosettimo lasciando un’impronta indelebile di quell’arte detta appunto Fiamminga, per l’origine e le modalità in cui fu rappresentata.
Quella dinastia fu dei Brueghel. 

La Città Eterna, nel prezioso scrigno del Chiostro Bramanteo, dedica una mostra evento che attraverso oltre cento opere ridisegna orditure e assonanze artistiche, grottesche, vibranti dei Vecchi e Giovani Pieter e Jan e poi Ambrosius, Abraham e così via.
Con una precisione quasi maniacale si mostrano gli intrecci e le ramificazioni di un albero genealogico mai così dipinto che la storia ricordi. E in una rappresentazione parallela degna del miglior Plutarco si palesano opere che tra anziani e giovani Brueghel inquadrano temporalmente e culturalmente quelle mani figlie dello stesso sangue e creatrici di uno stile diversamente uguale.
L’iniziazione del percorso museale omaggia il momento supremo del periodo d’oro Fiammingo, la mano creatrice di Geronimo Bosch che ne I sette peccati capitali rese quell’epoca ancora più aurea; un filo immaginario che in un viaggio di andata e ritorno porta a Pieter Brueghel il Vecchio, un viaggio dinastico in un percorso altalenante di visioni oniriche e quotidiane realtà.
Non mancano puri capolavori rimasti per troppo tempo nell’oblio di un vezzo della critica artistica che vive di mode e di richiami altisonanti. Opere uniche, come Danza nuziale di Pieter Brueghel il Giovane, specchio più limpido di quel modus pingendi apparentemente lontano dai nostri geni e dalla nostra storia che però riconduce ai sensi, ai valori, ai messaggi di una umanità raccontata e sfaccettata, a volte alla maniera grottesca e ironica ma pur sempre umanità.
Ed è anche l’arte delle allegorie, dei significati astrusi, di una pittura che osa grazie alla maturità conquistata nel secolo precedente, ad una consapevolezza di tracciare la storia, modificarla, purificarla. Tutto questo e il suo esatto contrario è Gli adulatori di Pieter Brueghel il Giovane, ove il senso propriamente aneddotico è elemento peculiare del fare fiammingo. La moralità poi quasi grottesca diviene espressione unica nelleTentazioni di S. Antonio nel bosco di Jan Brueghel il Vecchio. Ma veri capolavori sono anche quelle nature morte, che quasi in una gara accademica tra i dinasti brueghelliani stigmatizzano la vanitas, la caducità dell’esistenza umana attraverso la diversità floreale delle quattro stagioni della vita.
E nell’ultimo panorama di frutti trova la naturale morte Abraham Brueghel nel 1671 a Napoli. Il suo trapasso segnò la fine di una dinastia. La moglie italiana raccolse l’eredità di due secoli indimenticabili di una famiglia e della sua pittura; la stessa Italia apparentemente scettica e distaccata ne apprese inconscia forme e metodi e inevitabilmente subì le influenze di quel mondo.
La mostra sulla stirpe dei Brueghel imprime dunque sensazioni forti, generate persino da un’audioguida (consigliata) di ultima generazione che istruisce il visitatore inconsapevole e approfondisce quello meno avventato. Perché Meraviglia dell’Arte Fiamminga arroventa sensazioni, brucia emozioni, si immerge in due secoli di storia nella quale l’arte riuscì ove altri non seppero: moralizzare, umanizzare e infiammare la fredda Europa.

 


Brueghel, Meraviglie dell'Arte Fiamminga
Chiostro del Bramante
Roma, dal 18 dicembre 2012 al 2 giugno 2013

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