"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 10 Ottobre 2013 02:00

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 7): Una vita per l’arte di Vittorio Vastarelli

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È un bellissimo pomeriggio che sembra più primaverile che autunnale quello che ci accompagna in questo giro per il lungomare. La tappa è Castel dell’Ovo dove un paio di giorni fa è stata inaugurata la mostra di Vittorio Vastarelli. Restiamo immediatamente colpiti da una frase che si trova nel libretto disponibile per i visitatori, Vittorio Vastarelli scrive: “volendo rappresentare una mia idea del mondo, utilizzo un linguaggio pittorico comprensibile a tutti, prima perché non dipingo solo per i critici e gli addetti ai lavori, poi perché la gente non ha troppo tempo da dedicare all’arte”.

In questa frase è condensata non soltanto l’esperienza pittorica che stiamo attraversando ma è essa stessa un’idea di arte che entra immediatamente in conflitto con ogni forma di concettualismo e lo fa in forma schietta e senza acredine. Una cosa è l’arte per critici e addetti ai lavori, un’altra è quella che guarda al pubblico in generale. Semplice. E guardare al pubblico in generale significa volersi far capire da tutti e subito, mostrare un’idea nella sua rappresentazione e parlare con gli esclusi dalle vette dell’arte che poi sono quasi sempre gli esclusi dalla cultura in generale e gli esclusi dal punto di vista sociale. Un’idea di arte e una potenza visiva che raccoglie in sé tutta una serie di stimoli novecenteschi, ma per noi a farla da padrone perlomeno in alcuni momenti dell’esperienza pittorica di Vastarelli, è una forma di realismo socialista o, anche quando il percorso sfocia in un immaginario carico di simboli, in un simbolismo socialista e in un espressionismo socialista. Ripetiamo quasi in maniera anaforica il termine “socialista” perché è soltanto da poco tempo che è divenuta una parola innominabile. Non conosciamo di persona Vittorio Vastarelli ma noi lo vediamo così e per noi risulta un viaggio in un “come eravamo” che dà un senso di profonda malinconia. E così mentre ci immergiamo nella prima sala della retrospettiva, che presenta un nome che vuole essere esso stesso immediato, Nel sociale, che raccoglie le opere degli anni ’50, a farla da padrone sono le proteste operaie con grossi uomini col pugno chiuso, figure “sancite” da tratti decisi e da colori vivaci e aggressivi, o, cosa di cui tanto si parla oggi (ma con il gusto del puro e semplice pour parler), gli incidenti sul lavoro con il feroce e aggressivo Tragica fatalità in cui una figura precipita tra violente pennellate e lo fa con una posa di estrema freddezza e lucidità. In questa sala si respira il senso profondo della solidarietà, c’è un Atto d’amore che rappresenta qualcuno che soccorre qualcun altro così come Nobile gesto che rappresenta una scena simile. Tutto è semplice, non è per critici d’arte o per addetti ai lavori, il messaggio è schietto e diretto, coglierlo poi è una questione di sensibilità epocale. Altre tele rappresentano contadini e la durezza della vita degli esclusi. Durezza e solitudine. La sala successiva, dal titolo Alienazione, presenta una serie di tele a partire dalla seconda metà degli anni ’60, ed è ancora l’uomo al suo centro, ma questa volta il realismo si declina in simbolismo, simbolismo anch’esso diretto e immediato. Si tratta di visioni di mescolanza di elementi macchinici e umani, opere come Smarrimento e ancor di più Disumanizzazione mostrano operai annichiliti al lavoro o senza volto come semplici protuberanze organiche delle macchine. Ma ci sono anche strane visioni di bambini colte con feroce espressività, sdraiati e in situazioni metafisiche, che raccontano di un destino segnato. Anche qui si respira l’aria degli anni ‘60 e di rivolta, un profumo di cui abbiamo dimenticato l’intensità e che quasi quasi, noi veri nichilisti contemporanei, leggiamo con un pizzico di senso di superiorità, un po’ come i sogni dei bambini. La terza sala è Verso l’espressionismo nella quale, oltre a una tecnica mutata e dal forte impatto appunto espressionistico, con una tavolozza di colori vigorosi e impietosi, dominano le immagini dell’esclusione sociale, su tutti val la pena ricordare Isolamento, un giovane uomo in piedi che si staglia su uno sfondo che ricorda gli incubi di Van Gogh e che soprattutto indossa una camicia di forza oppure il senso profondo della marginalità rappresentato da figure confinate dietro le sbarre di alcune scale (Scale immobili e Tra sogno e realtà). Il percorso prosegue poi con la sala Antropomorfismo dove, in un immaginario più rarefatto e in atmosfere al punto giusto naïf, a essere raccontato sempre in maniera diretta e immediatamente comprensibile è il rapporto tra uomo e natura. E così colpisce l’opera Antropomorfismo in cui un uomo e un animale stretti in un abbraccio diventano elementi di un paesaggio naturale, diventano nodosi rami o radici, o anche “Ciò che (r)esiste un albero spettrale che si staglia su uno sfondo cittadino e che presenta una testa d’uomo senza caratterizzazioni, non la testa di un uomo, ma la testa dell’uomo. Altre sale mostrano, infine, schizzi e disegni anch’essi attraversati dalla medesima ispirazione e poi ne troviamo un’ultima in cui le tele rappresentano scene tratte dal gioco del calcio, sì proprio lo sport più diffuso e sentito in Italia, segno ancora una volta che Vastarelli non ha vergogna a rappresentare il reale e la sua mitologia popolare.
Mentre ce ne torniamo verso casa riflettiamo su un paio di cose, la prima riguarda il “metodo” e cioè ci chiediamo quand’è e come mai l’arte sia diventata definitivamente roba da critici e da addetti ai lavori, e ce lo chiediamo con il gusto di conoscere già la risposta, la seconda riguarda l’“espressione” e ha a che vedere con il modo con cui ci rapportiamo al reale. Siamo insoddisfatti, esclusi e reietti, eppure non riteniamo più che il mondo possa cambiare. E lo diciamo così in maniera schietta e semplice perché così ci va dopo questa mostra, per non stonare con l’esperienza di un pittore che forse non ha fatto e non farà la storia ma che in un certo senso ci riguarda o per meglio dire ci dovrebbe ancora e sempre riguardare.              

 

(di-vagazione: 07/10/2013; imbrattamento di carta: 07/10/2013)

 

Una vita per l’arte

di Vittorio Vastarelli

Castel dell’Ovo

Napoli, dal 5 al 20 ottobre 2013

 

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