“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Lunedì, 16 Settembre 2013 02:00

Il quadernaccio di Sam Weller (n.5): All'infuori di me di Andrea Pacanowski

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In una soleggiata mattinata di fine estate, di quelle attraversate da una leggera e rinfrescante brezza che sta lì a ricordare che il mare è proprio una grande invenzione, abbiamo deciso di raccogliere ancora una volta il nostro sgualcito quadernaccio (che giaceva, immalinconito, sul bordo di una poltrona in disuso) e di andarcene a vedere una mostra di cui avevamo letto il comunicato stampa e che, in un certo senso, aveva prodotto in noi quella lieve ma poco sbozzata curiosità, quel tipico moto dell’animo che poi senza alcun preavviso lo ritrovi cristallizzato e concreto un po’ come l’argilla fresca cotta al sole e che fa sì che il quadernaccio senta l’esigenza di (e non riesca più a trattenersi dal) riempirsi nuovamente di stravaganti riflessioni.

Giungiamo al PAN dopo una gradevolissima passeggiata e ci viene subito indicato il secondo piano. Non appena usciti dall’ascensore troviamo dinanzi a noi l’ingresso della mostra di Joel Peter Witkin (mostra di cui questo quadernaccio ha già dato conto qualche pagina fa, vedi http://www.ilpickwick.it/index.php/arte/item/638-il-quadernaccio-di-sam-weller-n-3-il-maestro-dei-suoi-maestri-di-joel-peter-witkin) ma, seppur ancora straordinariamente attratti da quelle immagini, ci immergiamo nella mostra (anch’essa fotografica, anch’essa sperimentale) di Andrea Pacanowski dal titolo evocativo e, probabilmente, duplice: All’infuori di me.
Come sempre optiamo per una visione d’insieme, lo stesso posizionamento delle opere, il cammino che bene o male si sceglie di compiere all’interno delle sale, l’occhio che vaga incuriosito un po’ qua a causa di quel colore un po’ là a causa di quella figura, già quest’insieme di cose crea la situazione che può andare sotto il nome di “visita a una mostra” e produrre le prime impressioni e (spesso) i primi fraintendimenti.
Ciò che colpisce immediatamente l’occhio è quella che, in mancanza di un termine più preciso, definirei “tecnica per diluizione”. In quasi tutte le opere (fotografie su supporti rigidi) l’immagine è come vista attraverso un vetro bagnato, spesso si ha l’impressione che l’occhio, questo impreciso organo della visione, abbia un qualche problema di messa a fuoco o la congiuntiva sia infiammata e di conseguenza come appannata. Al di là di queste cataratte ciò che si vede sono masse, masse di persone in attesa di qualcosa, masse di persone in preghiera, masse di persone riunite per una qualche celebrazione religiosa. Ciò che l’artista ha voluto raccontare con queste opere il cui pregio è dato proprio da questo strano lavoro che fa sì che le fotografie, viste da lontano, imitino la potenza espressiva di un quadro (i pittori imitano i fotografi, i fotografi imitano i pittori – del resto non poteva che essere così dopo l’invenzione della macchina fotografica) è la dimensione mediatica della religione. Non tanto l’idea della rappresentazione di una massa di credenti (con differenze specifiche: le masse di cristiani sono più mobili, variegate, moderne ma probabilmente più distratte perché in attesa che lo spettacolo – qualunque esso sia – inizi, le masse di musulmani, invece, ordinate nell’atteggiamento di preghiera, le masse ebraiche, rigide e dotte) quanto piuttosto, o almeno così a noi è sembrato di cogliere, l’effetto di ritorno che una tale esposizione mediatica e spettacolare può avere nella riproduzione del sentimento religioso.
Insomma, si passeggia con piacere in queste sale, ci si diverte a riconoscere qui un concilio di cardinali, lì un incontro tra ebrei ortodossi, poco più distante una massa di oranti musulmani in preghiera al canto del Muezzin e poi le determinazioni cromatiche, i colori del cristianesimo e dell’islam e il bianco e nero dell’ebraismo.
La visita non dura molto, la mostra è suggestiva e a tratti efficace ma, di certo, non ci troviamo dinanzi a un evento di grande portata. La tesi può essere interessante, la realizzazione può essere efficace, il piacere dell’occhio può essere mite e discreto, ma nulla più di questo.

 

(di-vagazione: 13/09/2013; imbrattamento di carta: 14/09/2013)

 

 

All’infuori di me
di Andrea Pacanowski
PAN – Palazzo delle Arti di Napoli
Napoli, dal 5 al 29 settembre 2013

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