“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Lunedì, 02 Settembre 2013 02:00

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 2): intermedium di Giulia Piscitelli

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Il quadernaccio di Sam Weller (n. 2): intermedium di Giulia Piscitelli

 

E così ci troviamo ancora a gironzolare per il MADRE e questa volta, in questo secondo piano che ospita anche altre temporanee, ci immergiamo nelle sale in completa solitudine (stavolta è totale – il museo agisce la sua “parte” tutta per noi) ma con la solita abitudine di compiere prima un giro completo piuttosto rapido, come una visione d’insieme, come una ricerca del tutto prima (e dopo) le parti, un giro completo e rapido per imitare il visitatore distratto e obbligato dal proprio rango culturale che getta occhiate qua e là e cerca di consolidare qualcosa di immediato nella propria memoria (per poi poter raccontare la mostra di…, l’esposizione del…) o cercando l’utopia di uno sguardo schietto e senza fondazioni assolute, insomma per immergerci in primo luogo con un occhio vergine quanto più libero dai condizionamenti culturali (troppo culturali) di cui siamo portatori non sempre sani – il gioco è di per sé un po’ perverso e malato, ma se non altro porta via pochissimo tempo. Poi noi si compie il giro più seriamente e analiticamente. Il risultato di questo giro di perlustrazione sarà reso noto a breve, a conclusione di questo (chiamiamolo così) pezzo.

La “Sala Tre Carte” (o almeno così ci va di definirla) presenta il gioco delle tre carte con un gusto (diciamo così) paradossale ed è formata da tre grossi arazzi (uno per parete) rappresentanti il retro delle carte da gioco (la tecnica è quella della candeggina che scolora su tessuto), una lastra litografica che presenta, disegnate con inchiostro, il retro delle solite tre carte, infine una videoinstallazione che presenta il famoso gioco delle tre carte, ma giocato con delle placche trasparenti tutte e tre identiche sulla lastra litografica di cui sopra, creando il paradosso di un gioco giocato in maniera impossibile e surreale. Il senso complessivo della sala? A voi cercarlo, la messa in scena non è male, ma il significato sembra qualcosa che trascende di per sé il senso o perché il significato è talmente intimo da non poter essere colto da un visitatore distratto e poco preparato (ma neanche da quello che gira in maniera seria e analitica) o perché il significato è talmente esteriore ed esposto, disteso così sulle opere come una patina, da non poter essere afferrato intellettualmente. Poi abbiamo la “Sala Mela” (anche questo nome è nostro) e presenta materiali fotografici e video su un ristorante italiano a New York, il senso è la rappresentazione di un ristoratore emigrato che è allo stesso tempo uno strano creativo. Ci soffermiamo non troppo a lungo in questa sala. Successivamente arriviamo alla “Sala Nisida” (il nome è ovviamente nostro – non lo ripetiamo più), nella quale, giocando sulla rappresentazione della barriera che divide il carcere dalla spiaggia, troviamo Zone di contestazione (2011, wallpaper), rappresentazione colorata di sbarre sbilenche e inquietanti, e Stato temporaneo (2011, materasso a molle e lattice su cotone) a raccontare in maniera neutra il significato dell’esclusione. È la volta poi di altre opere, Rischi minori (2010), lattice su abiti di lavoro, evidentemente sulla questione delle morti sul lavoro, poi Tree, con la tecnica della candeggina su tessuto, rappresentazioni di due gigantesche sezioni di tronco d’albero, e Finestre napoletane (2010, foglio adesivo su plexiglass satinato, inchiostro) che giocando quasi una partita al gioco delle tre carte con Mondrian crea rappresentazioni di coloratissime finestre napoletane con riquadri di colori sgargianti e differenti.
Si giunge infine alla “Sala S.A.M.” che ricorda lo Studio Aperto Multimediale, luogo di incontro d’artisti in funzione degli artisti per la costruzione di un lavoro collettivo e sociale sull’arte e la riflessione, sorto nel centro storico di Napoli oramai una ventina d’anni fa. Si tratta di un molto suggestivo viaggio nella memoria individuale dell’artista ma anche all’interno di una pagina della storia culturale di Napoli ed è osservando questi volantini, testi liberi, immagini e comunicati stampa che incontriamo qualcosa di veramente potente, una poesia di Franco Cardinale, poeta operaio metalmeccanico morto per un tumore contratto respirando il proprio lavoro, il cui titolo è Non sei un compagno e che suona così:
"E Jacques Prévert in 'Tempo perso' / ti chiamò compagno / ma tu sole non lo sei mai stato! / Forse, lo ingannasti durante un tramonto… / Se tu fossi un compagno, / non riscalderesti la tetra arroganza, / ma cercheresti di incuneare / le tue lame dorate / nei bassi, nei vicoli stretti / della città a te osannata. / Se tu fossi un compagno, / non bruceresti i boschi / che non sono recintati, / ma bruceresti i corpi / di chi steso sulla tolda dello yacht / ad occhi chiusi ti segue per mesi. / Se tu fossi un compagno, / non ti nasconderesti dietro le nuvole / specialmente il sabato e la domenica!".
E così dopo la bella scoperta di questi versi ci avviamo verso l’uscita, ma prima di raggiungere l’ingresso del MADRE, il cui portone di un accesso giallo ricorda l’allegra mostruosità di un canarino in gabbia, dobbiamo ricordare quella piccola e di poco conto epifania che avevamo avuto durante il primo rapido giro di perlustrazione e di cui avevamo annunciato lo svelamento alla fine del (chiamiamolo così) pezzo. Attratti come sempre quando ci troviamo all’interno del MADRE, da ciò che le finestre mostrano senza vergogna di napoletanità popolare (il museo è immerso in un quartiere popolare e le sue finestre sono realmente, come si suol dire, “finestre su un mondo”), troviamo dinanzi agli occhi, su un piccolo tetto di fronte, una recinzione (come un’organizzazione dello spazio del tetto per la delimitazione degli spazi appartenenti a differenti condomini) formata da reti da letto vecchie in metallo e nuove con doghe di legno, intrecciate in modo assolutamente incomprensibile e occupanti buona parte dello spazio data la lunghezza dei “piedi” e l’affastellamento disordinato e illogico degli intrecci di metallo e legno, la rappresentazione, che non può essere resa con le mediocri lettere e parole che possediamo per le descrizioni, è realmente potente e vibrante, soprattutto per il suo trovarsi all’interno di una finestra che, per così dire, funge da cornice, di una finestra che a sua volta dall’altro lato presenta le più importanti conquiste dell’arte contemporanea. Questa complessità ci ha colpito a tal punto da divenire il fuoco della discussione per tutto il lungo tragitto di ritorno.
Del resto è ancora piena estate, a qualcosa bisogna pur dedicare il proprio tempo.

 

(di-vagazione: 24/08/2013; imbrattamento di carta: 26/08/2013)

 

intermedium
di Giulia Piscitelli
MADRE – Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina
Napoli, dal 22 giugno al 30 settembre 2013

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