“Potrò mai perdonare al Dio che non esiste di avere rovinato la mia adolescenza seduto su una pila immensa di riviste di donne nude prova della sua inesistenza”.

Claudio Lolli

Martedì, 27 Agosto 2013 02:00

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 1): tutto-in-uno/all-in-one di Thomas Bayrle

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Con questo pezzo inizia la pubblicazione di una serie di recensioni di mostre ed esposizioni che noi, travestiti dal buon Sam Weller (cercando di nasconderci e di non farci sempre riconoscere!), tenteremo di raccontare, mostrando (ma senza pretese, eh!) come l’arte contemporanea sia vissuta e idealizzata dai rappresentanti umani del nostro inizio secolo (Sam Weller compreso), come nella produzione, esposizione e ricezione del prodotto artistico vi sia sempre qualcosa di gustoso dal punto di vista socio-antropologico. Niente a che vedere dunque con la critica d’arte, troppo accidentato terreno per il quale Sam Weller non vuole arrischiarsi (e qualora accada – e temiamo proprio che possa accadere e forse è già sempre accaduto – chiediamo in anticipo scusa al lettore), ma soltanto uno sguardo sempre esterno e sempre un po’ di sbieco.

 

E così si giunge al MADRE in un bella giornata agostana, nell’ora dell’ombra più corta. Napoli non è poi mica così male ad agosto, sì le strade sono infuocate dal sole, i negozi sono chiusi (unicità partenopea in periodo di turismo) e un senso di imprecisata e ragionata mancanza colma gli strani silenzi che si producono nei vicoli dei quartieri popolari. Ma può anche essere divertente vagare di qua e di là in compagnia di qualche spaesato turista, pretendendo di essere noi stessi se non turisti perlomeno spaesati.
Al MADRE, il cui portone di un acceso giallo ricorda l’allegra mostruosità di un canarino in gabbia, ci sono varie mostre inaugurate a giugno, per noi intanto è un modo di trascorrere il pomeriggio in compagnia di qualcosa. La strana solitudine dell’ingresso sembra rievocare la vicenda del MADRE, mentre nello sguardo degli “impiegati” soltanto noia e stanchezza agostana. Abbiamo deciso di trascorrere il pomeriggio all’interno di queste esposizioni e la prima che intendiamo seguire è tutto-in-uno/all-in-one di Thomas Bayrle. L’artista tedesco è un forse non troppo conosciuto (almeno dai non addetti ai lavori) esponente della Pop Art europea. In realtà l’impressione fondamentale vagando nelle sale di questa imponente retrospettiva (circa 200 opere) è quella di un piccolo viaggio in cui si condensa un’importante fetta di storia dell’arte contemporanea. Non male proprio. Si tratta di uno sperimentatore di linguaggi, di un variegato miscuglio di tecniche e stili, e in più ce lo godiamo praticamente in assoluta solitudine (c’è soltanto una famiglia di turisti del nord Italia che un po’ rapidamente un po’ per dovere osserva qualcosina qua e là e due giovanotti “alternativi”, uno capelli rasati ai lati e zazzera centrale, vestimenti a metà strada tra il raver e il post-punk, l’altro zazzera completa, barba più o meno fintamente incolta, vestimenti più o meno fintamente normali, che gironzolano alla ricerca di una qualche ispirazione o epifania o più probabilmente anche loro per dovere, dovere di “alternatività”).
La prima cosa che non può non colpire chi per lavoro o per piacere o per chissà quale altro motivo è aduso alla frequentazione di robe di arte contemporanea è un avvertimento (veramente gustoso) che troviamo all’ingresso delle sale che ospitano la temporanea su Bayrle: “Si informa che alcune opere in mostra contengono espliciti riferimenti sessuali e potrebbero urtare la sensibilità di alcuni visitatori” (e per fare in modo che l’ipersensibilità sessuofoba/mane della catto-italietta non rimanga dono soltanto per noi indigeni, l’avvertimento è tradotto anche in inglese e così la MADRE-italietta è lanciata veramente verso il futuro!). In realtà (e un po’ va da sé) non sono solito cercare piccole erezioni o soddisfazioni sessuali in una mostra d’arte contemporanea e comunque tette, culi e cazzi in erezione – sappiamo bene – hanno altri e ubiqui marchi registrati e sono mercato visivo per altri tipi di persone (personacce inqualificabili!), l’arte però (ancora?) deve essere sacra e santa, sacrosanta, per cui è giusto avvertire l’ignaro e spaesato visitatore ipersensibile delle volgarità che potrebbe incontrare e delle eventuali tentazioni che potrebbe provare. L’unica speranza che può riempire il cuore è che l’anglofono turista spaesato, qualora giunga non soltanto fino a Napoli ma addirittura fino al MADRE, la prenda per una goliardia, magari un’opera ben riuscita per ironia e gusto del buon Bayrle. Se fossi artista, un avvertimento del genere sarebbe indubbiamente l’opera con la quale aprirei le mie mostre.
Con questo avvertimento inizia l’immersione, si tratta di una sorta di apnea, un’esposizione è sempre una modalità particolare di trattenere il respiro: Rosario (2012, motore 2cv tagliato e installazione sonora) e Prega per noi (2012, motore Moto Guzzi tagliato) sono due meccano-testimonianze delle ultime sperimentazioni del creativo berlinese, nulla che possa veramente ferire la nostra sensibilità o che possa sconvolgere le nostre abitudini visive ma una certa potenza nella rappresentazione accompagnata da una tiritera di sottofondo (i motori intanto sono accesi e i pistoni rumoreggiano) creano una discreta atmosfera, nulla da dire insomma, il viaggio può essere interessante e non è il caso di riprendere fiato; poco dopo cominciano una serie di sale che contengono i lavori che restituiscono il marchio di fabbrica dell’autore, si tratta di una ricerca ossessiva sul micro che in paranoica composizione produce il macro, insomma ogni tela (le tecniche usate sono varie) ha una rappresentazione la quale a sua volta è il montaggio ripetitivo (come un supermarket della visione) di micro immagini che colorate in maniera differente e visualizzate da lontano producono per l’appunto la visione e così si possono osservare allegre teste di mucche che compongono il viso di una bella cowgirl, oppure l’imposizione e l’esposizione del particolare che produce e riproduce la rappresentazione che cerchiamo e allora ci sono molteplici baffi che in montaggio creano un mai troppo lontano e impercettibile Stalin e poi ancora cani e galline e telefoni e camicie e violini e treppiedi e note musicali a ricordare che la ripetitibilità (mi si conceda questa cacofonica espressione) all’infinito non è soltanto propria del “prodotto” contemporaneo ma è un modus di percepire il reale come spettacolo della riproducibilità, insomma qui Bayrle c’ha colto in pieno, sicuramente lo si vede danzare a braccetto e stampare un bel bacio sulle labbra di Warhol, ma una certa personalità sembra venire fuori; poi cerchiamo di divertirci nella sala dei “dipinti cinetici”, scatole di legno dipinte che con piccoli motori vivificano l’immagine e producono leggeri e divertenti movimenti (mi hanno ricordato – la memoria lo si sa è capace di inventare sensazioni e visioni mai avute – qualche vecchio macchinario che magari alla fine dell’Ottocento o anche prima – la memoria qui è però fallace – vecchi barbuti portavano in giro per i paesi per far divertire i paesani grandi e piccini spillandogli qualche moneta in cambio di qualche secondo di meraviglia), che dalle 10.30 in poi ogni ora e per pochi minuti si animano e così alle 15.30 tutta la decina di spettatori del museo era asserragliata lì ad aspettare che la meraviglia si compisse, ma poi non appena il braccio teso che spuntava di sbieco da una delle scatole si è messo fragorosamente in moto e contemporaneamente tante figurine hanno alzato il braccio teso (L’orgia di Norimberga) oppure tutta una serie di studenti appena schizzati su piccole assi di legno hanno dato inizio a poco edificanti genuflessioni dinanzi a Mao (Mao e gli studenti) o le massaie hanno cominciato a danzare muovendo spazzoloni e pezze varie (Ajax – il detersivo), la delusione dipinta sul volto dei giovani rappresentanti di questa allegra famigliola del Nord Italia in viaggio a Napoli (che, nell’attesa spasmodica che qualcosa di veramente interessante accadesse in quel noiosissimo e deserto museo, manipolavano freneticamente smartphone) è stata sicuramente l’esperienza più importante di questi “dipinti cinetici”, il segno che l’arte contemporanea è già sempre inattuale (quanto sono distanti da noi gli anni ‘60/’70/’80? secoli o millenni), intanto, però, i due giovanotti “alternativi” manifestavano un certo obbligo di interesse nei confronti dei dipinti meccanici tra uno sbadiglio e l’altro; poi incontriamo la prima cosa che può urtare la sensibilità dell’ipersensibile visitatore, Adamo ed Eva (1989-1992, collage su carta), che rappresenta il primo uomo e la prima donna, nonché la prima mela e il primo serpente, con la solita dinamica del micro che produce il macro, formati da una serie di scene di pornografia spintissima (ma talmente micro e deformata che la sensibilità di uno spettatore distratto potrebbe non essere urtata) e poco accanto Madonna Mercedes (1989, serigrafia su tela), goliardata formata da una serie di automobili Mercedes che formano una classicissima Madonna col bambino; la mostra è vastissima e forse è un po’ inutile cercare di raccontare tutto, ma quello che va ancora raccontato è sicuramente la condivisibile (almeno da noi) ossessione che Bayrle prova per le autostrade, svincoli autostradali producono archi a sesto acuto gotici (Porcheria gotica, 1980, olio su tela) o addirittura formano un Cristo in croce (Ascensione, 1988, collage fotografico su tela) e un volto umano nella videoinstallazione Testa-autostrada (1988-1989, pellicola b/n 16 mm, 9’, in collaborazione con Stefan Seibart) ma va sottolineato anche il gioco sul termine layout – la struttura grafica di una qualsiasi pubblicazione – che riempie una sala con Layout di Philip Johnson, gigantesca struttura in legno che dà l’idea allo stesso tempo di griglie di impaginazione e di una gabbia sbilenca senza via d’uscita. Infine arriva la sala pornografica (ben nascosta e posta per ultima – in maniera tale che l’ipersensibile visitatore poco avvezzo a tette, culi e cazzi in erezione possa evitarla facilmente senza perdersi altre ben più encomiabili sale), formata da un divertente pavimento Formazione a M (1970-2013, rivestimento da pavimenti) in cui le “M” non sono altro che una composizione di micro scene pornografiche che producono per l’appunto una grossa “M” a sua volta rappresentata come una donna a cosce aperte che mostra un’invitante (per lo spettatore ipersensibile e sessuofobo/mane) vulva ansimante, le pareti sono formate da carta da parato con non troppo estreme ma molto pop immagini erotiche (sullo stile di Lichtenstein) e sulle pareti una serie di quadri (con il solito gioco micro/macro) formati da culi penetrati da grossi falli, cazzi di varie dimensioni che formano una donna in atteggiamento di fellatio, uomini in erezioni veramente spropositate (cosa che potrebbe urtare non soltanto la sensibilità ma soprattutto la spesso mediocre virilità dell’uomo ipersensibile e sessuofobo/mane), tette e bocche e insomma un po’ tutto l’armamentario sessuale usuale nelle camere da letto di tutti gli uomini e le donne (ipersensibili e non) di questo angolo di mondo, che è il mondo occidentale.
Quando riprendiamo il respiro, dopo un’apnea di più di un’ora, il nostro volto si apre in un’espressione di stanchezza, pochi gradini più in là sono il primo rifugio e riposo e dopo poco un caffè nel solitario (inquietantemente solitario) bar al primo piano.
Dopodiché ci muoviamo verso un’altra mostra, questa volta al secondo piano.

 

(continua…)

 

(di-vagazione: 24/08/2013; imbrattamento di carta: 24-25/08/2013)

 

tutto-in-uno/all-in-one

di Thomas Bayrle

MADRE – Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina

Napoli, dal 22 giugno al 14 ottobre 2013

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