“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Domenica, 21 Luglio 2013 07:01

L'arte sofista. Da Diprè a Spagiari

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Quello che vi proponiamo oggi è una sorta di prosieguo del discorso avviato in un precedente articolo di nostra pubblicazione (per i curiosi http://www.ilpickwick.it/index.php/cinema/item/553-empire-o-dellarte).

La trattazione si svolge però, fedele alla nostra idea di scegliere tematiche e contenuti come sottotraccia di una trama più ampia e personificata intorno ad alcune figure che popolano il web e che sono dai più considerati come l’emblema del trash. Impossibile non introdurre tale galleria senza omaggiare il monarca di questo universo, Andrea Diprè. Avvocato, professore e critico d’arte, Diprè è un elemento da prendere con le molle. Per alcuni è un critico fallito, per altri un imbonitore, per altri ancora un genio del cattivo gusto, per la maggior parte invece semplicemente un furbo imprenditore. Senza dilungarci oltre nella descrizione e nelle avventure del nostro personaggio (per altro ampiamente trattato in precedenza nell’articolo di Monica Palmeri di cui vi riproponiamo il link http://www.ilpickwick.it/index.php/arte/item/416-senza-rimpianti-col-colesterolo-alle-stelle), diciamo solo che l’offerta da lui propostaci è una carrellata di figure grottesche che si muovono in uno scenario di divertentissima miseria umana. Soggetti che non riescono ad azzeccare una frase di senso compiuto (pur essendo italianissimi), personaggi che si esibiscono in prestazioni canore dall’intonazione alquanto calante, fino ad arrivare a veri e propri deliri con l’entrata nel palinsesto dell’ormai cult Diprè per il sociale. Spazio televisivo riservato alla presentazione di fatti e personaggi fuori dagli schemi. È qui che facciamo la conoscenza di figure mitologiche come Sarah Kennedy, al secolo Maria Pia Recchia, colei che sostiene di essere la figlia di JFK (o meglio del fratello Robert), rapita in tenera età da un’associazione di “uomini licantropi” e portata a Roma. Personaggi come Ismail Metaj, operaio che cerca un confronto con Berlusconi (all’epoca primo ministro) per spiegargli la ricetta per uscire dalla crisi. Come le sorelle Polisenso, procaci signore che asseriscono di avere continui rapporti sessuali con gli alieni, o anche l’imprescindibile Giuseppe Simone, pugliese frustrato sessualmente, in cerca di lavoro e di “un Kilo di vagina”. Ma la lista è infinita. Impossibile menzionare tutti i surreali incontri di Diprè che assiste come un monolite ai racconti di suddetti “miserabili”. Di tanto in tanto il caro Diprè ci concede, e si concede, il piacere di presentarci qualche artista più consono, dotato cioè di un talento immediatamente percepibile. Passano per la sua scuderia nomi come Ermanno Rossi, Nezir Sarac, Sabato Pomposelli e soprattutto Fabrizio Spagiari, sul quale torneremo più avanti.
È innegabile che, nonostante il palese tentativo da parte di Diprè di cercare la spettacolarizzazione di ogni espressione umana (anche la più becera stupidità), in sottotraccia rimane tangibile nello spettatore una leggera nota di stupore e meraviglia che provoca la domanda: che cos’è l’Arte? È lo stesso Andrea Diprè a darci una mano nello sviluppo di una possibile risposta. Ma questa risposta deve essere pronunciata con parsimonia, preparata con cura. Ci riallacciamo in questo modo al titolo di questo scritto. Ebbene sì, Diprè è la massima espressione del sofista, di colui che pagato, e appagato, elogia il fenomeno di turno alla ricerca di una dialettica razionale che sia credibile al pubblico. Un’arte oratoria che fa dell’arte figurativa dei suoi personaggi un tutt’uno, fino a cancellare ogni verità assoluta e diventare pura dialettica relativistica del Vero soggettivo. La Verità. “Quid est veritas?” chiedeva Pilato a Cristo. Diprè, come Pilato, è consapevole del fatto che nessun uomo è portatore della Verità, ma che ognuno ha la sua. Ecco che allora tutte le verità sono meritevoli dello stesso rispetto, sta al pubblico, alla folla, decidere se crocifiggere o venerare l’artista presentato. Diprè assiste senza fare una piega ad ogni follia dei suoi ospiti (certo, a volte sembra un po’ sofferente, a volte sembra prendere sonno). Ecco che l’infaticabile critico d’arte si mette al sevizio di quella verità per decantarla e osannarla davanti alla telecamera senza alcuna vergogna. Perché dovrebbe? L’artista che presenta è pienamente convinto di essere un grande artista, sta raccontando la sua creazione, la sua Arte, la sue verità più intima. Diprè diventa un umile menestrello al suo servizio, “catafratto” in quella pomposa oratoria della glorificazione. I suoi elogi non cambiano nemmeno davanti alla presentazione di una pornostar. Le “opere d’arte mobili” (come le chiama lui) sono l’ennesima rappresentazione del bello, ed occupano gran parte dei suoi “salotti sibaritici”. La risposta, dunque, a “che cos’è l’Arte” suona come una sentenza, ed è Diprè medesimo a pronunciarla durante uno dei suoi monologhi: “L’Arte è nella consapevolezza”.
Nel momento stesso in cui la pronunciamo, ci accorgiamo però di un salto ontologico: l’“essere” trasla nel “dove”. “L’Arte è nella consapevolezza” infatti ci suggerisce un luogo spirituale nel quale collocare metafisicamente l’Arte (“nella” consapevolezza), ma non ci dice ancora cosa essa sia sostanzialmente. Non dobbiamo dunque limitarci a questa prima definizione per definire questa idea d’Arte. La trasformazione dell’essenza nella presenza dimostra soltanto la sua esistenza (sono perché “sto” da qualche parte nell’universo), ma non ci dice nulla riguardo la sua qualità noumenica. Il già citato Fabrizio Spagiari offre la risposta definitiva a tale quesito. Nell’ormai memorabile loro incontro, il critico gli chiede:
“Fabrizio, che cos’è l’Arte?”.
“Niente”.
Diprè insiste, e dopo gli interminabili momenti morti che contraddistinguono le sue interviste, chiede nuovamente: “Che cos’è, per te, l’Arte?”
Spagiari, impassibile, nuovamente risponde: “Niente!”.
Poi aggiunge: “Te va in bagno, fa un bello stronzo. Quella è Arte!”.
La metafora dello Spagiari è di una potenza devastante e risuona di tutti i profumi che l’immagine evoca. L’Arte come bisogno viscerale dell’artista. Solo l’artista e la sua opera. La frase di De Chirico: “Un’ opera d’arte è completa quando è stata venduta” viene cancellata come fosse tirata giù dallo sciacquone. In questa prospettiva non c’è alcuno spazio per i critici d’arte. L’arte che tu intendi, sembra voler dire Spagiari a Diprè, è niente. Tutta la storia dell’arte è niente. Perché l’arte è solo quel che l’artista deve fare necessariamente, che sia anche una cagata. Non c’è ragione che possa contenerla, non sarebbe Arte altrimenti, ma Scienza. L’unico modo per catturarla è attraverso quel processo che Shoenberg definiva “esclusione della volontà cosciente dall’arte”. Contemplarla ed acquistare consapevolezza del fatto che in quella tua istintiva e necessaria creazione ci hai messo tutto te stesso è altrettanto istintivo e necessario quanto lo è stato produrla. Questo è il passaggio successivo che completa l’intero processo artistico, senza il quale non c’è immedesimazione nell’opera, né riconoscimento.

 

 

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