"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 08 Luglio 2013 02:00

Dove va a finire tutto l'amore che facciamo

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THE ARTIST IS PRESENT (2010) – MARINA ABRAMOVIC

Ad Amsterdam piove ininterrottamente da tre giorni.
Uwe, macchina fotografica in mano, arrivato da poco dalla Germania, si sta bagnando da capo a piedi alla ricerca di un posto in cui ripararsi.
Alla vista di un bar accelera il passo e
quasi si scontra sulla porta con un uomo in giacca, cravatta e 24ore, lannosa questione della precedenza miete vittime dal lontano XVII secolo, Don Rodrigo ne sa qualcosa, ma nel 1975, per fortuna, è passata di moda l'abitudine di camminare armati di spada e i guanti che lo sconosciuto indossa non saranno utilizzati per lanciare sfida alcuna.

Uwe vorrebbe scusarsi ma quello è già dall'altra parte della strada, incurante della pioggia avanza a passi lunghi e sicuri. Dopo averlo guardato allontanarsi, afferra la maniglia e spalanca la porta d'ingresso del locale, lodore del caffè e un leggero tepore lo investono, stordendolo.
Guarda istintivamente le scarpe che trasudano pioggia formando una piccola pozzanghera sul pavimento color fango. Alza lo sguardo, si passa una mano sulla fronte gocciolante e scruta la stanza per cercare un posto a sedere.
La vede.
È seduta in un angolo, sola, ha dei lunghi capelli neri e sta leggendo.
Chissà cosa, si chiede Uwe, chissà in che lingua.
La ragazza si porta una ciocca di capelli color ebano dietro un orecchio e porta alle labbra una tazza colma di caffè bollente senza staccare gli occhi dal libro.
È bellissima, pensa Uwe.
Ha un viso leggermente irregolare e sfuggente, il giovane vorrebbe sederle accanto e chiederle qualcosa, qualunque cosa, solo per sentire il suono della sua voce. Non gli viene in mente nulla di preciso ma è sicuro che lei lo capirebbe e direbbe che va bene, che non fa niente.
Guardandola senza essere visto ammette a se stesso che vorrebbe restare così, in silenzio, per ore −
ore che sembrano minuti e minuti che sembrano ore − ché con le parole non è mai stato bravo e ci sono cose, potrebbe dirle, 'Ci sono cose che non sono mai riuscito a spiegare nemmeno a me stesso'. Il funzionamento di un motore diesel si può perfettamente descrivere, un dolore fisico si può collocare su una scala da uno a dieci ma guardando la ragazza dai capelli neri Uwe sa perfettamente che non saprebbe da dove cominciare.
Vorrei regalarle tutto il silenzio che ho, pensa, le gocce di pioggia gli attraversano le braccia fino ad arrivare alla punta delle dita, la pozzanghera sul pavimento opaco è aumentata di diametro, gli altri avventori gli rivolgono sguardi carichi di curiosità e rimprovero al tempo stesso.
La ragazza posa la tazza sul tavolo e alza lo sguardo verso la porta.
Lo vede.
Sorridono.
Quella sera scopriranno di essere nati lo stesso giorno, il 30 novembre, lei nel 1946 e lui nel 1943. Hanno anche altre cose in comune: lei ha studiato presso l
Accademia di Belle Arti di Belgrado e ha insegnato per due anni allAccademia di Novi Sad, lui ha studiato ingegneria per poi appassionarsi alla fotografia.

Perdonatemi l’incipit romanzato, questo breve scivolone nel pathos: sì, ho inserito la pioggia, l’inverno, un caffè e uno sguardo − niente di più banale − ma poteva trattarsi di una giornata di sole e di una risata, di un mercato o di una festa a cui nessuno dei due era stato invitato.
In fondo non fa differenza.
Quella che vi ho raccontato è l’inizio (in modalità fiction) di una storia d’amore che, come tutte le storie d’amore realmente vissute, sarebbe rimasta confinata nel privato di due giovani se la ragazza dai capelli neri non fosse Marina Abramovic e se il giovane tedesco non fosse Uwe Laysiepen, più noto come Ulay.
Nella storia dell’arte contemporanea non è infrequente che vita personale e produzione artistica collimino, ma in questo caso ci troviamo al cospetto di una simbiosi d’amore e arte durata dodici lunghi anni, dove il confine tra performance e vita reale spesso si confonde e ognuna delle due sfere s'ibrida nell'altra.
Tra le performance più famose realizzate dai due artisti durante il loro sodalizio possiamo ricordare:

Relation in Movement1(Biennale di Venezia 1976 e nel 1977 al MoMa);

Anima mundi del 1983, divisa in due tempi ed eseguita per la prima volta a Bangkok. Nella prima parte della performance Ulay si trova all’estremità più alta di una lunga scalinata mentre la Abramovic è alla base, in piedi. I due rimangono immobili, con le braccia aperte rivolte l’una verso l'altro, finchè l’ombra della Abramovic raggiunge la scala unendosi al corpo di Ulay. Nella seconda parte la Abramovic è seduta all’estremità più alta di una lunga scalinata e sorregge, in grembo, Ulay. Ha lo sguardo rivolto verso l'alto e gli occhi di lui sono chiusi. Entrambi sono avvolti da panneggi, per lei rosso e per lui bianco: un vero e proprio tableau vivant, una composizione scenica in cui i protagonisti si mettono in posa per riprodurre l’effetto del medium pittorico o fotografico;

Modus vivendi del 1985 in cui Ulay e la Abramovic mostrano al pubblico le tre posizioni più comuni che l’uomo assume: sdraiato, seduto e in posizione eretta. La quarta possibilità consiste nel movimento. La performance è basata sui principi della meditazione buddista, divisa in quattro stadi, esattamente come le quattro età che attraversiamo dall’infanzia alla vecchiaia. Questo, in fondo, è il viaggio che ciascuno di noi compie durante la propria vita: un vero e proprio modus vivendi;2

Night Sea Crossing del 1982, in cui gli artisti, immobili uno di fronte all'altro per sette ore consecutive per sedici giorni, mettono in atto una lotta psicologica dove aggressione e competizione arrivano al punto in cui possono solo essere immaginate;

Breathing In/Breathing Out del1977, in cui incollano le bocche e collegano dei microfoni alle loro gole respirando così l'aria dai polmoni dell'altro finchè, saturi di anidride carbonica, svengono;

Rest Energy3 del 1980, nella quale sostengono un arco teso, armato con una freccia puntata verso il cuore della Abramovic. La tensione è mantenuta solo con il peso dei loro corpi. I microfoni registrano i battiti cardiaci udibili dagli spettatori;

Imponderabilia4 del 1977 in cui i due artisti, completamente nudi, stanno immobili ai due lati di una porta della Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Per recarsi da una sala all’altra i visitatori sono costretti a passare tra loro e a decidere in una frazione di secondo chi guardare negli occhi e a chi dare le spalle.

Nel 1988 Marina Abramovic e Ulay realizzarono la loro ultima performance, The Lovers, nella quale partirono a piedi dai due estremi opposti della Muraglia Cinese per incontrarsi a metà strada, dopo novanta giorni, e dirsi addio per sempre.
Ciascuno aveva camminato per 2500 km. Da allora i due non hanno più lavorato insieme.
Nel 2010, ventidue anni dopo, la Abramovic ha realizzato una performance dal titolo The Artist is Present5, consistente nel restare seduta su una sedia per sette ore al giorno, per tutta la durata della retrospettiva, guardando negli occhi per un minuto senza parlare chiunque si sia seduto davanti a lei.
Il primo giorno una folla di giornalisti, critici, curatori, visitatori e curiosi si ritrova nei locali del MoMa.
Le si siedono davanti in molti, qualcuno ha un’aria perplessa, qualcuno sorride, qualcuno, semplicemente, non capisce.
Ogni volta che un visitatore si alza Marina chiude gli occhi e li riapre solo quando il successivo si è seduto di fronte a lei.
Dopo aver fissato decine di sconosciuti la Abramovic riapre gli occhi per l’ennesima volta. Ha un moto di sorpresa.
Tutto intorno la gente sussurra, tra lo stupore e la curiosità.
Finalmente sorride: davanti a lei c’è Ulay. Lui non dice nulla, scuote leggermente la testa come a dire 'Non serve'. Tira su col naso.
Dopo qualche secondo lei si commuove, gli tende le mani e lui le stringe. Il pubblico applaude.
L’arte contemporanea non dispensa risposte ma ama fare domande. Se guardando questo video si risveglia dentro di noi qualcosa di viscerale è segno che la performance non solo è perfettamente riuscita ma si è arricchita di significati ulteriori rispetto a quelli previsti. Essa ha attinto, ancora una volta, dalla vita personale dell’artista.
Chissà quante cose si sono detti in un minuto.
Chissà se hanno deciso di rivedersi o se quei sessanta secondi sono stati un unicum in una parabola di silenzio lunga decenni.
Quanti fiumi di inchiostro sono stati versati − o sprecati − per descrivere quel moto inspiegabile che spinge due esseri umani a scegliersi tra altri miliardi di simili?
Eppure quest'opera, nella semplicità assoluta del silenzio interrotto (purtroppo) dagli applausi degli spettatori, dice tutto. La decisione di Ulay, lo sguardo e poi le lacrime di Marina Abramovic, quelle mani che si stringono per pochi secondi, fanno commuovere e uccidono al tempo stesso.
Un minuto, però, scorre velocemente. Il tempo è scaduto.
Ulay si alza, si allontana.
Il pubblico applaude nuovamente.
La Abramovic si asciuga le lacrime, una donna le si siede davanti.
Chiude gli occhi un paio di volte prima di posare lo sguardo sulla nuova venuta, imponendosi la calma.
Finalmente sorride alla donna ma è un sorriso quasi spento, di circostanza, rassegnato.
Verrebbe da pensare che forse la vita non è come la descrivono Houellebecq o Bukowski, che forse non siamo solo un ammasso di impulsi nervosi, cellule e necessità biologiche. Qualcos’altro c'è − chiamatelo speranza, amore o in qualsiasi altro modo, vi vedo già scuotere la testa pagando il consueto dazio al dio del cinismo − ma al di là del bene e del male che ci è inferto ogni giorno, al di là di ogni ragionevole dubbio, qualcosa di impalpabile esiste e se solitamente resta confinato nel regno dell’immateriale e fa capolino di tanto in tanto, evocato dalla penna benedetta di qualche scrittore illuminato, qui diventa palese, si fa lacrime e blocca il passaggio delle parole irrigidendo i muscoli: 'Non dire niente', sussurra Ulay con gli occhi.
Mi sembra quasi di sentire Lulù (alias Gian Maria Volonté) dire: "Beh... l’amore... l’amore si fa. E quando è fatto è fatto"6.
In quella zona d’ombra tra il silenzio e la parola, tra il dolore e la latenza del mediocre, tra le sfide che non abbiamo saputo accettare e quelle che abbiamo perso, c'è qualcosa che ogni tanto emerge dal silenzio per poi ricacciarsi nello stesso sconosciuto luogo in cui, senza saperlo, conserviamo tutto l’amore che facciamo e che poi ci convinciamo di aver dimenticato.
Che cosa sia questo quid, però, proprio non ve lo so dire.

 

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1) Per vedere l'intervista a Marina Abramovic: http://www.moma.org/explore/multimedia/audios/190/1964

2) Cfr: http://catalogue.nimk.nl/site/?page=%2Fsite%2Fart.php%3Fid%3D767

3) Video della performance: http://www.youtube.com/watch?v=3Tz-K4EC8hw

4) Video della performance: http://www.youtube.com/watch?v=QgeF7tOks4s

5) Video della performance:http://www.youtube.com/watch?v=FO7xqz9FDT8&feature=share

6) Tratto dal film La classe operaia va in paradiso (1971) diretto da Elio Petri.

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