“Nonna Citta muore addrìtta. Si curva mentre esala l'ultimo respiro ma non cade. La sua è una morte in dialetto. Assurda e volgare. I quattro superstiti, sbandando, vengono verso di noi. Il sole è ormai calato e l'uscio dove imperterriti stanno è il proscenio del teatro che li tiene prigionieri. Spalancano la bocca ma il loro urlo è muto. Sembra, piuttosto, uno sbadiglio”

Emma Dante

Mercoledì, 21 Luglio 2021 00:00

Cattelan all’HangarBicocca: “Breath Ghosts Blind”

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“Un’opera d’arte è un’azione simbolica, è lì per tramandare e rappresentare una certa storia o un sentimento. Il mondo di oggi mi sembra povero di simboli ma sopravvivono immagini o metafore ancestrali capaci di dare fondamento e significato alla nostra vita. Blind è un’opera sul dolore e sulla sua dimensione sociale, è lì a ricordare la fragilità di una società in cui aumentano la solitudine e l’egoismo. Avevo in mente quest’opera da anni ma devo dire che la pandemia ha reso nuovamente visibile la morte nelle nostre vite: cerchiamo sempre di rimuoverla e dimenticarcene, siamo tutti proiettati al nostro benessere e ad allontanare qualsiasi tipo di dolore, come fosse solo un problema di medicina, ma forse per la prima volta dalla generazione dei nostri genitori, che hanno vissuto la guerra, la morte è tornata a essere uno spettro quotidiano”.
(Maurizio Cattelan)



Gli uccelli ci aspettano fin dall’entrata di questo HangarBicocca. Appollaiati sulla porta d’ingresso non ci fai neanche caso. Non sai, non puoi ancora sapere che saranno loro a farci da guida nell’immersione totale di un buio che rappresenta la nostra vita e il nostro destino. Dalla luce all’oscurità in un viaggio che, intriso di silenzio, coinvolge e sconvolge.

Pirelli HangarBicocca, quindicimila metri quadrati di una ex fabbrica che un tempo costruiva locomotive e potenti  trasformatori, uno spazio, oggi diviso in tre parti − lo Shed, le Navate e il Cubo − in cui è facile perdersi nelle miriadi di sensazioni ed emozioni che suscita: una chiesa, una moderna cattedrale gotica, uno di quegli ambienti al di là del tempo e della materia in cui a un’anima viene chiesto solo di smarrirsi. La suggestiva esposizione permanente di Anselm Kiefer, temporaneamente adibita a Centro Vaccini e quindi chiusa al pubblico, con i suoi Sette palazzi celesti occupa le Navate ed è il fulcro intorno al quale inciampare sui nostri stessi passi: Sefiroth, Melancholia, Ararat, Linee di Campo Magnetico, JH e WH, Torre dei Quadri Cadenti. Ogni nome una torre di cemento. Sette torri verso il cielo. Sette torri a simboleggiare il passato il presente il futuro dell’Uomo.
“Il sette, per le sue virtù celate, mantiene nell’essere tutte le cose; esso è dispensatore di vita, di movimento ed è determinante nell’influenzare gli esseri celesti”. diceva Ippocrate.
Sette le braccia del candelabro ebraico.
Sette gli attributi fondamentali di Allah.
Sette i mondi velati da Maya secondo il Buddha, ognuno dei quali formato da sette cerchi di evoluzione.
Sette i Sacramenti.
Sette le lettere inviate nell’Apocalisse alle sette comunità.
Sette le ere dell’Umanità descritte da Rudolf Steiner.
Sette gli stati della coscienza e sette gli stati della sostanza.
Sette torri per un viaggio mistico nello spazio dell’interiorità di se stessi.
Là dove macrocosmo e microcosmo coincidono in un Tutto.
È solo in uno scenario post-industriale come questo che la mostra di Maurizio Cattelan, Breath Ghosts Blind, poteva trovare dal 15 luglio 2021 al 20 febbraio 2022 la sua giusta collocazione. Annunciata come “una visione della storia collettiva e personale sempre in bilico tra speranza e fallimento, materia e spirito, verità e finzione” e curata da Roberta Tenconi e Vicente Todoli, ha suscitato sin dall’inizio molte domande rimaste, fino alla sua inaugurazione, senza risposta. Un velo di segretezza ha avvolto per giorni e giorni questo ritorno artistico a Milano dopo undici anni di assenza. Undici anni in cui Maurizio Cattelan, pur non restandosene con le mani in mano, si è nutrito di retrospettive, progetti collaterali, impegni di curatore e qualche nuova opera, di cui ben poco si è parlato, eccetto quella banana intrisa di leggerezza che più che a una riflessione invitava a un sorriso fra l’ironico il sardonico e l’amaro. Niente di tutto questo è in Breath Ghosts Blind. Chi si aspettava un Cattelan con cui ridere e di cui ridere è rimasto deluso. È una retrospettiva? qualcuno si è inizialmente chiesto. Scegliere le opere a suo dire migliori, collocarle in questi spazi, sarebbe stato molto semplice e celebrativo per un artista che ha dato tanto ed è ogni volta un nome di richiamo qualsiasi cosa faccia. Ma non è andata così. È probabile che Cattelan abbia sentito di nuovo forte l’imperativo di fare Arte come una sfida all’Arte stessa e agli sguardi giudicanti che si sarebbero posati nuovamente su di lui, il bisogno di mostrare una parte di sé che una volta usciva prepotentemente fuori e che negli ultimi tempi sembrava essersi irrimediabilmente edulcorata in altro, altrettanto interessante, ma facilmente identificabile in uno spirito diverso, leggero, colorato, alla moda, di più facile approccio e, diciamolo, consumo. Ci eravamo ormai rassegnati, noi pure che comunque tanto ancora lo amavamo, a un’immagine da rotocalco piuttosto che a quella di un artista capace di creare una frattura, una crepa, uno spiraglio nella coscienza della società a cui tutti, lui compreso, apparteniamo. “In un mondo unificato, non ci si può più esiliare” scriveva Guy Debord in Panegirico. Oggi Maurizio Cattelan, che in questa società dello spettacolo ha sempre saputo muoversi intuitivamente sfruttandone al massimo tutte le possibilità di azione senza farsene fagocitare, è tornato a ribadire che l’Arte non è morta, e volgendosi all’interiorità di se stesso ha cercato proprio quelle immagini che meglio di tutte le altre avrebbero potuto comunicare, senza filtro alcuno, quello che sente. A chi pur vedendo non sa. A chi pur non sapendo vede. “Noi non siamo quello che facciamo” ha detto. E forse è anche per esprimere questa dicotomia fra l’essere e l’apparire che un Cattelan finto e sorridente ci accoglie all’entrata, un farfallino rosso al collo, un cartellino sulla camicia con su scritto ‘Artista’. Sembra una marionetta mossa da fili invisibili. Somigliante all’originale, un fake in tutto e per tutto, dà quello che gli altri vogliono, dà quello che gli altri si aspettano: il buffone, l’irridente, il giocoso solito Cattelan che ancora una volta, vedrai che è così, ci farà ridere. Non è la merda di Piero Manzoni, che in questi giorni è nato e chissà se è proprio un caso che l’anteprima di questa mostra sia caduta proprio nella data del suo compleanno, ma il gesto, il valore simbolico che può darsi al gesto, è lo stesso. Sembra dire: “Prendetevi quello che volete. Prendetevi quello di cui avete bisogno. Guardandolo, ancora non sappiamo che non troveremo qui nessun Hitler inginocchiato, nessuna banana, nessun meteorite che cade sul papa. Breath Ghosts Blind non ha niente di irridente, è invece un dolente dramma in tre atti, l’HangarBicocca il palcoscenico ideale in cui si rappresenta la vita. Quello che siamo. Quello che malgrado tutto siamo. Un malgrado tutto che, direbbe Cioran, copre un infinito.
Piccioni, piccioni ovunque in questo buio appena pallidamente illuminato. Cattelan si è affidato per Ghosts ai suoi piccioni in tassidermia che osservano dall’alto, come presenze inquiete e imperturbabili, la vita formicolante che si agita sotto. Ovvero noi stessi. Ovvero lui stesso. Sono quelli, dal titolo Tourists, che comparvero per la prima volta nel 1997 alla 47esima Biennale di Venezia, sono quelli, chiamati Others, che ancora una volta occuparono gli spazi della 54esima edizione della Biennale. Di nuovo i piccioni esprimono un simbolismo che va oltre la materia di quel che sono: da turisti ad altri fino a diventare fantasmi. Una volta turisti curiosi di questa stessa nostra vita in cui, anche noi, siamo turisti infine di passaggio nello scenario di una eternità desiderata ma che non ci appartiene; di nuovo altri, come presenze anomale che vengono a turbare e destabilizzare il nostro quotidiano come soggetti avulsi dal contesto reale in cui ci muoviamo. E, alla fine, eccoli fantasmi che ci circondano, ci guardano, sono qui, appollaiati sulle travi e i tubi di metallo di questo spazio che nella semioscurità ci appare immenso e privo di punti di riferimento, sono qui in quel loro silenzio che disturba. Hanno smesso di chiedere, hanno smesso di essere, sono i fantasmi delle nostre coscienze assopite e se solo di colpo si alzassero in volo e ci venissero contro, scarnificando le nostre belle teste piene di una inesistenza che chiamiamo vita, noi tremeremmo. Più forti, più vivi nella loro semplice presenza, di qualsiasi altra immagine potesse definirli, camminiamo inseguiti ovunque dai loro sguardi vitrei.
Breath, statua in marmo bianco di Carrara, appare come galleggiando in mezzo al buio di un mare scuro senza corrente e scosso dallo scorrere del tempo. Un uomo sdraiato sul pavimento in posizione fetale accanto a un cane, immagine intima di una estrema solitudine e che riporta a ritroso a quei calchi umani ritrovati negli scavi di Pompei, fermati nell’istante della morte e consegnati così al futuro dei nostri sguardi curiosi. Il viso è quello di Cattelan, un cappello di lana, una maglietta a coprine il corpo lasciando le gambe nude, le braccia ripiegate sotto la testa, sembra dormire. Il Cattelan di oggi non ha più lo sguardo stupito, il sorriso un po’ malizioso degli autoritratti del passato. Se a qualcosa questo volto può far ripensare è a quel lontano Lessico famigliare in cui, mani all’altezza del petto a formare un cuore, guardava con occhi malinconici l’obiettivo. Circondata dal vuoto questa statua ci viene incontro come dopo un naufragio, trascinata dalla risacca alla battigia impone al nostro sguardo quello che non vogliamo vedere: l’abbandono, la solitudine, la miseria, l’invisibilità di quelli che in questa società vivono oltre un margine, linea di confine che il nostro occhio non vuole superare, esclusi, dimenticati, ignorati, senza bisogno di una green pass per andare e tornare semplicemente perché non esistono. Non servono. Non producono. Non consumano. Un giorno, quanto noi, moriranno. Quest’uomo addormentato può confondere il suo respiro solo con quello del suo cane, quel bastardino che ne condivide la vita e il destino. È solo con un cane, solo come un cane. Non importa quale scelta o tragico evento lo abbia condotto lì. Chiede al nostro sguardo per una volta di guardarlo. Chiede al nostro sguardo per una volta di commuoversi. Chiede al nostro sguardo per una volta di esistere. Nel sonno tutti siamo uguali e soli. Se almeno questo ci aiutasse a capire, a condividere empaticamente tanta solitudine! Madre, oh madre!, nel cui ventre tutti vorremmo tornare se potessimo! “Ed io invece voglio andarmene. E non vado e non resto. Voglio veder fiorire anche la morte” recitava Carmelo Bene. La tensione dell’Arte, dell’essere megafono della realtà che ci circonda, la pesantezza di farsene carico, è stato forse questa la prima ragione per cui Cattelan decise nel 2011 di dire basta? E quel suo andarsene allora è stato nello stesso tempo un rimanere, seppure in disparte, a vedere fiorire la morte? Breath è questa morte fiorita in un muto grido di denuncia. Possiamo fingere di non capire, possiamo fingere di non vedere e, fuori dall’oscurità di questo enorme spazio vuoto, rimuovere all’istante quello che questo corpo immobile ci chiede e dimenticare. È questo che faremo?
Blind ci appare per ultimo, con la sua enorme sagoma scura alta diciassette metri inquadrata nel vano della porta che si apre sul Cubo. Non capiamo all’inizio cosa possa essere. Poi eccolo, un monolite in resina nera contro cui un aereo va a schiantarsi trafiggendolo tutto a mo’ di croce. Incombe, obelisco della nostra contemporaneità, su di noi che a malapena riusciamo a guardarlo alzando gli occhi al soffitto mentre quasi ci sembra di vacillare. Incombe come un monito, come un avvertimento, come una sentenza di qualcosa di orrendo che è stato e può ancora, ogni momento, ripetersi. “Ero a New York l’11 settembre e mi stavo preparando a salire su un aereo. Sono dovuto poi tornare a casa a piedi da LaGuardia, ci sono volute ore e le cose che ho visto nel tragitto mi accompagnano tuttora. Quelle scene furono terribili, apocalittiche, e porto ancora con me il ricordo di quel tragico evento che rivelò tutta la fragilità della condizione umana”. Blind è un vero e proprio monumento ai caduti di quel giorno e alle loro vite di colpo spezzate che Cattelan intendeva realizzare già nel 2016 ma che Nancy Spector, allora capo curatore del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, preferì non fosse fatto. Solo sedici anni erano trascorsi da quella data. Troppo pochi per la società americana ancora emotivamente scossa. Perché Blind esprime dolore, ma è anche portatore di un ambiguo dualismo di fondo: è come un dito che punta un colpevole in una critica alla violenza terroristica e, nel contempo, a quella stessa società che paga di se stessa, della sua forza, della sua inviolabile sicurezza non aveva saputo prevedere in tempo le conseguenze delle sue azioni. “Questa democrazia così perfetta fabbrica da sé il suo inconciliabile nemico, il terrorismo. Vuole infatti essere giudicata in base ai suoi nemici piuttosto che in base ai suoi risultati. La storia del terrorismo è scritta dallo Stato; quindi è educativa. Naturalmente le popolazioni spettatrici non possono sapere tutto del terrorismo, ma possono sempre saperne abbastanza da essere convinte che, rispetto al terrorismo, tutto il resto dovrà sembrare loro abbastanza accettabile, e comunque più razionale e democratico”. Sono parole, queste, di Guy Debord. Sono parole che, una volta lette, non si dimenticano e dovrebbero spingerci qui, di fronte a questo monolite nero che si sovrasta tutti, a riflettere. “La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana”, scrisse Majakovskij in una delle sue ultime frasi prima di andarsene per sempre. Blind mi ricorda, improvvisamente, quanto l’amore, la compassione, il rispetto per la vita umana siano valori ormai desueti e anacronistici per il nostro tempo. Come mi riporta a quel monolite di 2001: Odissea nello spazio che per Kubrick rappresentava la possibilità di giungere a un livello di coscienza superiore e a cui l’umanità, tutta, è rimasta sorda e cieca ripetendo la sua storia di distruzione e autodistruzione, in un tempo circolare in cui l’eterno ritorno la porta a compiere ogni volta gli stessi errori. In entrambe le interpretazioni, monolite o torre che sia, resta un muro contro cui inevitabilmente l’Uomo, l’ecce homo di nietzschiana memoria, si è schiantato nell’incapacità di uscire fuori dai bisogni ancora primordiali che lo agitano. E si ritorna indietro, a quelle due figure addormentate e trasportate nel tempo, quell’uomo e quel cane che, nella condivisione di vita intimità solitudine e destino, non sono più due ma una cosa sola. E si ritorna indietro, sotto lo sguardo di quei piccioni vestiti di silenzio.
È qui che si chiude questo viaggio interiore che è Breath Ghosts Blind. Come un uomo del sottosuolo caro a Dostoevskij, Maurizio Cattelan dopo tanto tempo s’è riaffacciato per guardarsi intorno e testimoniare un mondo che forse neppure lui capisce più. La drammatica condizione, troppo spesso inconsapevole, in cui la nostra società si è strutturata per rispondere ai suoi bisogni, tre opere per tre atti da mettere in scena. Un teatro muto per un pubblico di muti fantasmi. Come l’Angelus Novus di Klee tanto caro a Benjamin, Cattelan “ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta".
Nessuno spiraglio né alla redenzione né alla speranza. Chi si aspettava un Cattelan da ridere, avrà invece molto da riflettere.

“Avremo detto merda all’esistenza. E grazie. Di niente. In breve, avremo fatto un bel viaggio. Avremo amato delle donne – d’amore. Degli uomini – d'amicizia. Dei cani, dei gatti, delle città, dei paesaggi. Avremo conosciuto dei momenti di assenza al mondo, il sogno che beve dolcemente il reale. Sì. Saremo ritrovati sulla cinquantina con dei morti che riempiono la pelle, in non so quale calore ghiacciato, a domandarsi se non è la morte di quelli che si amano che ci fa morire”.

(Georges Perros, Une vie ordinaire)


Come fosse un grande quadro il presente si fa passato e ha bisogno di distanza per essere guardato. E forse finalmente compreso. Risuonano in una consapevolezza stanca le parole di Majakóvskij: “Sono solo. Come l’unico occhio di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi”.
Per tutti. È così.





Maurizio Cattelan
Breath Ghosts Blind
 
Pirelli HangarBicocca
Milano, dal 15 luglio 2021 al 22 febbraio 2022

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