“Nonna Citta muore addrìtta. Si curva mentre esala l'ultimo respiro ma non cade. La sua è una morte in dialetto. Assurda e volgare. I quattro superstiti, sbandando, vengono verso di noi. Il sole è ormai calato e l'uscio dove imperterriti stanno è il proscenio del teatro che li tiene prigionieri. Spalancano la bocca ma il loro urlo è muto. Sembra, piuttosto, uno sbadiglio”

Emma Dante

Martedì, 08 Giugno 2021 00:00

Maurizio Cattelan: la serietà prima di tutto

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“Un giullare? Cerco di dire cose serie da una vita ma nessuno mi crede mai. Un imbroglione? Mai rubato a nessuno, mai commesso spergiuro, mai atti impuri. Un bugiardo? Non credo mai in un’unica verità, ma solo in una combinazione infinita di possibilità. Sono una matassa di controsensi, come tutti.

Ci sono degli spazi, più che delle zone, che mi piace tenere nascosti, lasciarli all’immaginazione. Casa mia per esempio. Anche se poi in realtà non c’è nulla da immaginare e nulla da vedere. Sono quattro pareti e la moquette, niente mobili e nessun quadro alle pareti. È come con la marmellata, in fondo: quando sei piccolo e sai che il barattolo è nel mobile alto della cucina, non lo puoi vedere e non sai di che frutta sia, te la ricordi sempre più buona di quanto sia in realtà. A te piace la marmellata? Mi ha sempre affascinato l’idea di non venire da nessun posto, di non avere origini e, in stile Bourne Identity, trovo un passato ignoto molto più interessante di uno miserabile. La mia infanzia è sicuramente più vicina alla seconda condizione che alla prima e, come tutto ciò che ho vissuto, di certo ha influenzato il mio lavoro. Credo che valga per tutti: quello che viviamo, specie da piccoli, influenza le nostre scelte e il nostro modo di vedere e interpretare il mondo. E quando hai avuto un paio di disgrazie in famiglia, maestri e studi diventano superflui. La paura di ritornare alla povertà è un grande soggetto per me. Voglio dire, non è un soggetto, è pura paura, terrore. È l’incubo che mi fa svegliare di colpo. Ho anche paura di dover tornare a un lavoro regolare, tornare a un mondo dove a nessuna parte di te è permesso di essere viva e sei intrappolato in un processo in cui impieghi tutte le tue energie per produrre qualcosa che per te non significa nulla. Non potrei fare niente di diverso da quello che faccio, e ogni giorno mi impegno per far sì che domani sia ancora così. Non è esatto parlare di odio, ma è un sentimento altrettanto viscerale, una voce nella testa che mi dice: stai perdendo il tuo tempo sulla terra a fare qualcosa che non ti piace e che non ti rende migliore. Ecco, credo che questo pensiero non dovrebbe farlo nessuno, mai. Ognuno dovrebbe applicare tutte le proprie energie a capire il senso della sua esistenza sulla terra, e perseguire quell’obiettivo senza incertezze e senza paura di fallire. La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza, e nello sforzarsi di volervi accedere quando le condizioni di partenza non lo permettano. Tutte le scelte che ho fatto sono volte a ricercare quell’accesso”.


(Maurizio Cattelan, Interviste da Riga n. 39, editore Quodlibet − a cura di Elio Grazioli e Bianca Trevisan)


Maurizio Cattelan, la serietà prima di tutto? Sì, perché Maurizio Cattelan è una persona seria, serissima. Non si direbbe visto l’immagine pubblica che se ne è fatta, il gioco al rilancio e allo sberleffo, il dito alzato in segno di spregio, gli innumerevoli selfie in cui si compiace di comparire non negandosi a nessuno sempre con quell’aria irridente al mondo intero. No, signori cari, questa è l’immagine, il personaggio dietro cui si nasconde un uomo che nella sua arte ha sempre cercato di esorcizzare il fantasma della morte e della miseria umana sotto il cielo. Un uomo complesso, nevrotico, timidissimo, che per conoscerlo davvero, se poi davvero è possibile conoscerlo ritenendosi inconosciuto perfino a se stesso, devi prima superare una diffidenza innata che mette paletti e impedimenti a ogni sorta di vero incontro con l’altro. L’altro che resta da studiare bene prima di aprire bocca e dire e ridire sempre le stesse cose, storia vera e inventata confuse in un solo racconto et voilà ecco il Cattelan che ti aspetti in vetrina, esattamente quello che supponevi e peccato che lui non sia proprio esattamente così.
Cattelan ovvero l’arte di scomparire prima di tutto nell’esserci, come in quella banana attaccata con il nastro adesivo al muro, tre copie in tutto vendute al risibile prezzo di 125.000 dollari l’una, solo per vederle poi marcire in tre giorni e riattaccarne una nuova da capo con lo scotch, e che sia quello compreso nel pacchetto d’acquisto altrimenti con qualsiasi altra marca quest’opera d’arte privata di quel componente essenziale non sarebbe più la sua. La banana degli infiniti meme con cui è stato invaso il mondo del web. La banana delle infinite critiche, spiegazioni, disquisizioni intellettuali, tavole rotonde e dibattiti tutti a cercare di capire cosa volesse significare quando in realtà il significato semplicemente non c’era e quel poco che se ne poteva dire era troppo elementare da poterlo accettare. Una banana è una banana è una banana, esattamente come per Gertrude Stein una rosa è una rosa è una rosa. Come nella favola in cui il re nudo viene applaudito dai suoi sudditi e solo un bambino ha il coraggio di dire a voce alta la verità: “È nudo!”. Tutto qui. Il significato a tanta banana gliel’ha poi dato il gesto stesso di chi l’ha comprata ad ogni costo, certificando di fatto che forma e sostanza non sempre coincidono e che l’Arte in senso stretto è morta da tempo lasciando il posto alla spettacolarizzazione dell’Arte stessa in cui si vende al rialzo il proprio nome appiccicato a qualsiasi cosa. E tanto è. Dobbiamo accusare Cattelan di mistificazione? Dobbiamo farne il responsabile della stupidità del mercato? No di certo. Se accettiamo di galleggiare in un vuoto di senso e in un senso di vuoto non è sua la colpa. Suo delitto è stato, semmai, sbatterci sotto il naso quel vuoto di cui siamo parte, arrivare addirittura a vendercelo a un prezzo altissimo e, state pur certi, non ne ha riso né se n’è fatto una ragione. Provate a immaginare se, paradossalmente, fosse avvenuto il contrario: la banana è lì, appiccicata al muro, nello spazio riservato alla Galleria Perrotin nella importantissima mondialissima mostra dell’Art Basel Miami Beach dove solo chi conta è presente, la banana è lì e nessuno si ferma a guardarla, nessuno chiede, nessuno compra, nessuno ci si fa un selfie ad immortalare l'evento. Allora sì che il cerchio si sarebbe chiuso e a nostra insaputa, certamente, Cattelan sarebbe stato felice. Felice di un fallimento che in questo caso per lui, uomo che del fallimento ha fatto una filosofia di vita definendosi da solo un fallito, sarebbe stata una vittoria. Perché, vedete, la banana ha riportato tutto al punto di partenza. A quel “Torno subito” appiccicato alla porta della Galleria Neon di Bologna e dietro quella porta c’era una stanza completamente vuota. Era il 1989 e un Cattelan che si muoveva da poco senza ancora sapere come muoversi in quel mondo/mercato dell’arte che tanto lo affascinava si trovò invitato a esporre dentro quello spazio. Ma che cosa? Quali opere avrebbe dovuto mettere? Fu tale la paura, l’insicurezza, l’indecisione che prese alla fine quel cartello l’attaccò alla porta e se ne andò. Adesso dicono fu una intuizione. No, signori miei, fu una fuga bella e buona ma i critici, il pubblico, la stampa, la considerò e acclamò come un’opera d'arte. Quel giorno nacque Maurizio Cattelan.
E non a caso Be Right Back è anche il titolo del docufilm che sulla sua vita è stato girato. Per dire cosa? niente di più di quel che già si sapeva. Fra le tante testimonianze, dalla sorella Giada all’ex direttrice del Guggenheim Nancy Spector, compare anche lui in tutta la sua assenza/essenza interpretato dal solito Massimiliano Gioni che, ancora una volta, ne fa le veci. Già, Massimiliano Gioni. Tutta una storia di aforismi e frasi prese dai Simpson's a mo' di risposta alle interviste. Il divertimento, la risata, lo sberleffo, e a volte, quando meno te lo aspetti, una verità sacrosanta di quelle nude e crude che ti lasciano a bocca aperta. Accidenti! Perché io non c’avevo pensato? Si sono divertiti, ci hanno fatto divertire, per anni interi così. Eppure non sarebbe difficile capire Maurizio Cattelan: è tutto lì, sotto i nostri occhi. Basta cambiare un accento. Da Cattelan a Cattelàn e il gioco è fatto. È a Cattelàn che bisogna arrivare per comprendere il suo senso del tragico lasciandosi alle spalle la figura del giullare che è di Cattelan ma che non riguarda il senso più profondo delle sue opere.
Una delle prime, non per niente, si intitola Lessico famigliare e ce lo mostra, giovane, in una foto incorniciata, con le mani giunte a forma di cuore sul cuore e lo sguardo malinconico. Non guardate le foto in cui oggi appare in posa, gli occhi che ridono, guardate quelle scattate all’improvviso a sua insaputa: l’espressione malinconica è rimasta esattamente quella perché da quella malinconia non è mai uscito. Un’infanzia da dimenticare? Certamente un’infanzia mai dimenticata. Una famiglia umile, cattolica, conservatrice, un padre presente ma in una certa misura anaffettivo, una madre quasi sempre malata, due sorelle nello spazio angusto di una cameretta da dividere in tre con il suo letto appoggiato al fondo degli altri due, Famiglia Cristiana unico giornale che si leggeva in casa, il bagno una volta a settimana nella tinozza dove si lavavano pure i panni, le domeniche chierichetto a messa e poi all’oratorio, a scuola un fallimento continuo, punizioni a non finire e tutto intorno Padova e Sant’Antonio. Non ha molto da spartire con il Cattelan vestito Gucci che ci sorride ora dalle pagine di certi giornali patinati, giusto? Ma è quello il Cattelàn a cui dovreste pensare guardando le sue opere.
Chi è in fondo Bidibidobidiboo, lo scoiattolino con la testa riversa su un piccolo tavolo da cucina e sul pavimento la pistola con cui si è appena sparato? Chi è quell’Asino tra i dottori che troneggiava all’ingresso dell’Università di Trento in occasione della laurea ad honorem in sociologia che quel prestigioso ateneo gli ha conferito? Da quella facoltà dell’insuccesso che avrebbe voluto fondare a un successo di così grandi proporzioni da non riuscire ancora a capacitarsene davvero lui per primo. In fondo l’unica cosa che desiderasse veramente andandosene da casa era non essere schiavo di un lavoro che gli uccidesse l’anima. Cattelan il dolore l’ha toccato con mano. Prima da infermiere, poi da addetto all’obitorio. Dalle corsie di un ospedale dove il lamento si mischia all’aria ogni momento, al silenzio di corpi morti da rendere esteticamente presentabili nell’ultima rappresentazione teatrale di quel che resta di una vita. Quel che gli è passato per la testa, quel che lo ha arricchito interiormente di quelle esperienze che segnano un limite invalicabile fra quel che si è e quel che appare, la malattia e la morte punti estremi che ci disvelano e ci limitano e tolgono ogni forza a qualsiasi possibile umano vagheggiare, l’opera di Cattelan ne è intrisa fino a ritrarsi in We dove appare da morto steso in un letto in una doppia versione di se stesso.
Il doppio e l’autoritratto sono temi ricorrenti nel suo percorso artistico. Aprono spiragli su un intimo che attraverso l’immagine si fa beffe di una parola, quella parola, che si è incapaci di pronunciare. Un Cattelan che non parla molto e che si è ritrovato ad essere, a torto o ragione, molto parlato. Un Cattelan potrebbe dirsi lacaniano, che lascia agli altri la libertà di parlargli addosso come se fosse lui a farlo; sorprende a questo punto non si sia ancora mai immaginato sul divano di uno psicoanalista che da una seggiola lo osserva con il suo stesso volto. Bisogna fare di sé dei capolavori, diceva Carmelo Bene, che questa affermazione la conoscesse o meno non ci è dato sapere ma certo è che, da questo punto di vista, Cattelan non ha fallito. Eccolo lì in uno dei suoi autoritratti fotografici buttato sul pavimento a mo’ di cucciolo a zampe all’aria, la lingua da fuori aspetta una carezza. Eccolo di nuovo, pupazzetto Mini-Me circondato da libri sui più grandi maestri d’arte, dal ripiano di una libreria guarda con occhi sbarrati e quasi terrorizzati nel vuoto sottostante mentre sembra chiedersi cosa ci faccio qui. Eccolo ancora moltiplicarsi nelle infinite facce di Spermini appese al muro. E poi sbucare di nuovo da una specie di voragine dal pavimento osservando intorno con espressione stupita magari chiedendosi cosa fare, esco o torno sotto − sono adatto io a stare in questo mondo? Il Cattelan bambino che gira per le sale della Biennale di Venezia sul suo triciclo, il Cattelan Pinocchio di Daddy Daddy affogato o fatto affogare in uno specchio d’acqua risposta non pervenuta di un padre assente, il Cattelan inchiodato al suo banco di scuola, il Cattelan appeso, il Cattelan impiccato... le innumerevoli versioni di Cattelan che sono sempre lo stesso Cattelàn su cui critici e studiosi d’arte continuano a domandarsi cosa voglia dire scomodando questo o quello studioso di rilievo pur di trovarne una spiegazione. Eppure è tutto lì, in un bisogno d’essere piuttosto che apparire, tutto lì in un infinito e mai colmato bisogno di accettazione e amore. Perché a Cattelan si finisce pure per voler bene.
Mostre dedicate Cattelan in giro per il mondo ne sono state fatte a ripercorrerne l’opera e la vita. Amatissimo in America, il Guggenheim lo ha omaggiato di una retrospettiva accuratissima nel 2001 e ha ospitato per anni il suo water d’oro perfettamente funzionante − file dietro la porta per accedere a quel cesso di artista e poter dire di averci fatto almeno la pipì ché i cinque minuti accordati potevano permettere solo quella − lo stesso water rubato poi in una notte di temporale dal Blenheim Palace nel 2019 dove era esposto in prestito e mai più ritrovato. Si parlò di farsa allora, di un coup de théâtre magnificamente orchestrato, ma era tutto vero a dimostrazione del fatto di come poi la vita possa anche essere più grande di qualsiasi fantasia. Esattamente come Cattelan con tutto quel che ha fatto ci ha dimostrato. Beffa e tragedia, comicità e disperazione, quel furto a suo modo è stato un’opera d’arte che si è aggiunto all’arte. Ennesimo sberleffo neanche programmato.
Quest’anno tocca finalmente all’Italia dedicargli una personale: dal 15 luglio al 20 febbraio 2022 andrà così in scena al Pirelli HangarBicocca di Milano Breath Ghosts Blind, un titolo che è già un programma, a ripercorrere trent’anni attraverso vecchie e nuove opere appositamente create per l’occasione. Sarà un evento anche mediatico, potete giurarci, con tanta bella gente, ricchi premi e cotillon e dita puntate al cielo in un fuck you generale. Quello che da Cattelan tutti si aspettano. Arriverà mai un bambino a gridare che il Re è nudo? a guardare con gli occhi dell’infanzia quel che ha fatto e con un sorriso rubargli il triciclo? Sarebbe bello. Sarebbe il compimento dell’opera di una vita. E chissà che quel giorno non ci appaia finalmente anche quel Cattelan sdraiato su un divano e seduto su una seggiola a psicoanalizzare se stesso. Per l’ennesima volta spiazzando tutti.




Foto a corredo:
− Copertina, foto di An Rong Xu
Autoritratto senza titolo
Comedian
Torno subito, foto di Fausto Fabbri
Bidibidobidiboo
Mini-Me, foto di Attilio Maranzano
America

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