“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Martedì, 16 Marzo 2021 00:00

Malessere e potenzialità curative dei luoghi

Scritto da 

Le sofferenze imposte dalla pandemia da Covid-19 sembrano aver indotto molti ad una riflessione più generale circa lo stato di malessere diffuso che attraversa il mondo contemporaneo, malessere che si manifesta oltre che sotto forma di dolore fisico anche come ansia, depressione e apatia legate al senso di insoddisfazione, insicurezza e timore per il futuro. La percezione di tutto questo malessere, acuito dalla pandemia ma certo non interamente da essa derivato, ha fatto emergere il  desidero di migliorare le condizioni di esistenza.

Un ambito che, pur nella consapevolezza dei suoi limiti, può offrire il un contributo tanto alla riflessione sui mali che affliggono la contemporaneità quanto all’individuazione di aiuti e rimedi, è quello artistico. Di ciò si occupa, ad esempio, la studiosa Anna D’Elia che, nel suo recente libro Vederscorrere. L’arte che salva (Meltemi, 2021), individua proprio nell’arte una pratica efficace per contrastare la disattenzione, la superficialità ed i pregiudizi che avvelenano l’attualità. In maniera non dissimile anche Anche Gaia Bindi, lasciando perdere le “lamentele impotenti” con cui spesso il mondo dell’arte si rapporta alla crisi ambientale contemporanea, preferisce esporre nel volume Arte, ambiente, ecologia (Postmedia Books, 2019) alcuni esempi concreti di “pratica artistica ecologista” concretamente alternativa ai modelli economici di sfruttamento egemonici. Un ruolo “curativo” dell’arte è colto, per certi versi, anche da Nicolas Bourriaud che, nella sua ultima uscita editoriale, Inclusioni. Estetica del capitalocene (Postmedia Books 2020), indica l’arte come “un bisogno vitale” e propone un rinnovamento delle categorie tradizionali dell’umanesimo per dar vita a un ecosistema inclusivo e condiviso alternativo all’ideologia occidentale capitalista.
Un altro ambito che può contribuire ad alleviare il malessere contemporaneo è invece al centro delle recenti riflessioni di Paolo Inghilleri, ordinario di Psicologia sociale all’Università di Milano, esposte nel volume I luoghi che curano (Raffaello Cortina Editore, 2021). Dopo aver tratteggiato quelle che l’autore individua come le principali cause psicologiche e sociali del malessere che attraversa la nostra epoca e i “fattori protettivi” di cui è in possesso l’essere umano – capacità empatica di comprendere l’altro, propensione alla collaborazione, predisposizione alla resilienza, innata tendenza al raggiungimento di stati esperienziali positivi ecc. –, Inghilleri affronta nel libro gli effetti terapeutici dei luoghi, degli oggetti e della natura, illustrando come dovrebbero essere i paesaggi, le città o le costruzioni architettoniche affinché contribuiscano a creare situazioni di benessere. Lo fa a partire da alcuni esempi di piccoli santuari italiani, al contempo luoghi di culto, di memoria, di affezione e di identità comunitaria, e di alcuni slum, come quello di Dharavidi a Mumbai o di Mathare a Nairobi, dalle cui reti informali di aiuto reciproco e di mediazione dei conflitti derivano sistemi di sostegno psicologico, sociale e politico da cui le comunità degli agglomerati urbani occidentali avrebbero tanto da imparare.
Dopo aver tratteggiato alcuni percorsi virtuosi che si danno in ambienti e contesti specifici, lo studioso si preoccupa di individuare le caratteristiche dei luoghi e delle relazioni che si instaurano capaci di procurare benessere e far vivere emozioni positive agendo in maniera curativa. A procurare benessere, sostiene Inghilleri, è certamente la piacevolezza ambientale: un ambiente trasmette emozioni positive e piace quando viene compreso velocemente e risulta facile attribuirgli un senso, oltre che rivelarsi esplorabile attivamente per approfondirne la conoscenza. Può trattarsi di una piazza come di uno spazio commerciale o culturale, come un museo, in cui il miscelarsi di “novità” e “coerenza con ciò che già si conosce” produce un senso di piacevolezza che induce a farvi ritorno.
Di particolare interesse risultano poi gli effetti della natura sulla mente e sul corpo degli individui. Numerosi studi dimostrano che l’esposizione ai paesaggi naturali produce effetti positivi come lo sviluppo cognitivo ed emotivo, la salute e la resistenza ai traumi. Diversi approcci teorici hanno spiegato le modalità con cui tali luoghi generano un effetto positivo, tra questi lo studioso si sofferma sulla teoria della rigenerazione dell’attenzione e sulla teoria del recupero dallo stress, che indicano la relazione ambiente-benessere come un “sistema automatico di regolazione”, attraverso il quale gli individui “riguadagnano inconsapevolmente normali livelli di funzionamento cognitivo dopo un periodo di affaticamento mentale”.
Secondo alcuni studi nella specie umana è presente una tendenza innata a “relazionarsi con il mondo naturale e con tutte le forme di vita, e ad amare e a prendersi cura della natura”. Esisterebbe una propensione insita nell’essere umano che lo induce a prestare particolare attenzione alle forme di vita nei cui confronti può ingenerarsi un vero e proprio senso di empatia. Il contatto con l’ambiente naturale vegetale e animale favorirebbe lo svilupparsi di legami affettivi con esso producendo uno stato di benessere psicofisico.
Nell’ultima parte del volume Inghilleri passa in rassegna l’opera di alcuni architetti e urbanisti – come Alejandro Aravena, Stefano Boeri e Renzo Piano – che, con i loro progetti relativi ai grandi come ai piccoli spazi, hanno messo in atto i meccanismi rigenerativi e di cura che i luoghi possono produrre.
L’attività su infrastrutture, spazi pubblici e alloggi dell’architetto cileno Alejandro Aravena, ad esempio, è indirizzata alla promozione del miglioramento delle condizioni sociali degli emarginati. Nei suoi progetti viene prestata attenzione alla piacevolezza ambientale: il luogo viene programmato fornendo una base standard rispecchiante quanto già si conosce lasciando però che su di esso possa intervenire attivamente chi lo abiterà. La compresenza di “conosciuto” e “novità” contribuirà a rendere il luogo emozionalmente piacevole. L’operato di Aravena si lega inoltre al concetto di incremental design: “Un processo che permette lo sviluppo di un quartiere con le sue dinamiche e le sue relazioni, cioè di un bene comune. I cittadini possono così sperimentare la forza benefica, dal punto di vista psicologico, che deriva dal fatto di avere a disposizione una struttura sociale condivisa capace di creare legami, sicurezza, in alcuni casi felicità, grazie a condivisioni, feste comuni, sostegno dal punto di vista psicologico o anche economico in situazioni di necessità. Nasce così quella che abbiamo chiamato cittadinanza psicologica, che comporta accettare attivamente i vincoli della convivenza sociale in cambio di momenti e processi psicologicamente positivi”.
Stefano Boeri è noto ai più soprattutto per la sua idea del Bosco Verticale milanese. Nei manifesti del Vertical ForestING e dell’Urban Forestry l’architetto spiega i principali obiettivi che si propone: “Bosco Verticale è un progetto di sopravvivenza ambientale per la città contemporanea, è una nuova generazione di edifici alti urbani completamente avvolti dalle foglie di alberi e piante, è un dispositivo architettonico che promuove la compresenza di architettura e natura nelle aree urbane e favorisce la creazione di ecosistemi urbani complessi. Bosco Verticale moltiplica il numero di alberi nelle città, innesta in poche centinaia di metri quadri di superficie urbana l’equivalente di migliaia di metri quadri di bosco e sottobosco, [...] è una torre per alberi abitata da umani. L’inclusione della biodiversità all’interno del centro cittadino può costituire un riferimento e uno strumento per la formulazione di politiche urbane volte all’inclusione delle specie vegetali e animali all’interno dell’ambiente urbano umanizzato. [...]. È un progetto di forestazione ad alta densità che aumenta le superfici verdi e permeabili nella città e riduce l’isola di calore urbana. Insieme ai tetti verdi, agli orti urbani, ai giardini verticali, il bv appartiene a una nuova generazione di progetti di rigenerazione ambientale volti a migliorare la qualità e la varietà della vita quotidiana nella città contemporanea”.
Circa Renzo Piano, Inghilleri sottolinea come l’intera sua opera riveli un profondo rapporto con la natura e con il senso dei luoghi. Probabilmente l’opera che maggiormente evidenzia tale relazione è il Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou a Numea, in Nuova Caledonia, realizzato nei primi anni Novanta del Novecento. Il Centro, collocato tra la vegetazione tropicale a stretto contatto con il mare, presenta una decina di strutture curve in legno simili a capanne adibite ciascuna a specifiche funzioni. “Questi gusci, dall’apparenza arcaica, sono articolati in tre villaggi collegati da percorsi pedonali in parte coperti e alternano luoghi di esposizione a spazi verdi che si confondono con le nuove costruzioni: sale conferenza, un centro di ricerca, una biblioteca multimediale, un auditorium, un anfiteatro all’aperto e studi dedicati a danza, pittura, scultura e musica”. Altro importante intervento di Piano riguarda l’edificio della California Academy of Sciences di San Francisco dotato di tetto vegetale composto da piante e di fiori selvatici della California.
Anche nelle opere di Piano, scrive Inghilleri, è possibile individuare “l’attenzione alla storia dei luoghi e ai legami che le persone hanno con essi; la necessità che gli elementi costruiti siano pervasi dalla natura, con tutti gli effetti positivi che ne conseguono dal punto di vista psicologico; i tre livelli emozionali suscitati dagli edifici, cioè le immediate sensazioni viscerali, la buona esperienza proveniente dalla facilità e semplicità d’uso, lo stimolo a pensare ai significati del luogo e della cultura”.
In chiusura di volume lo studioso sottolinea come l’attuale pandemia palesi l’urgenza di una riflessione circa gli effetti benefici della natura sulla mente e sul comportamento degli esseri umani; è ormai inderogabile la necessità di  operare in maniera tale da riappropriarsi degli aspetti positivi tanto degli ambienti naturali quanto, più in generale, dei luoghi che curano, che producono benessere. Con il volume I luoghi che curano Paolo Inghilleri ha inteso delineare alcuni percorsi in tale direzione sottolineando come “occorrano una visione e un modo di agire non ideologici, ma molto concreti e frutto di scelte molto personali. Certo, è importante imparare a consumare meno energia, a differenziare i rifiuti, a selezionare con responsabilità alcuni dei nostri stili di vita. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta, soprattutto, di una consapevolezza e di una serie di azioni che riguardano, in fondo, la nostra libertà. L’amore per la natura e la vicinanza al verde non possono e non devono essere scelte puramente razionali o solo politiche, ma devono partire da qualcosa che è dentro di noi, da un nostro reale desiderio e dai nostri vissuti”.





Paolo Inghilleri
I luoghi che curano
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2021
pp. 164

Lascia un commento

Sostieni


Facebook