“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Mercoledì, 18 Novembre 2020 00:00

L’ecosostenibilità dell’arte secondo Gaia Bindi

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La questione ecologica e ambientale ha fatto capolino all’interno del mondo delle arti visive contemporanee sul finire degli anni Sessanta e se, in qualche modo, resta presente, magari sottotraccia, in tale contesto nei decenni successivi, è tuttavia soprattutto negli ultimi tempi che la questione ecologica è riemersa prepotentemente in ambito artistico in corrispondenza con una sempre più diffusa presa di coscienza circa la crisi ambientale provocata dall’era antropocentrica e in particolare dal cinismo spietato del sistema di sviluppo egemone.

Gaia Bindi, docente presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze, ha dedicato il volume Arte, ambiente, ecologia (Postmedia Books, 2019) proprio al rapporto tra ecologia, ambiente e pratiche artistiche che ha attraversato gli ultimi cinquant’anni, indagandone interpretazioni e approcci, oltre che i proficui intrecci con gli ambiti scientifici e socio-politici.
Di suo, il sistema artistico, oltre a contribuire a uno sviluppo della consapevolezza dell’urgenza del problema ecologico-ambientale, può contribuire, con la sua creatività, a riplasmare il futuro contribuendo a intrecciare scienza, estetica e immaginazione. Scrive Piero Gilardi nella prefazione al volume che il “ruolo delle arti ecologiche è quello di collaborare alla presa di coscienza della maggioranza degli abitanti del pianeta, superando con l’empatia estetica la ‘grande cecità’ che ci attanaglia. Perché arti ecologiche al plurale? Perché il campo delle sperimentazioni degli artisti sulla questione ambientale è divenuto felicemente vasto e variegato”. La pubblicazione Arte, ambiente, ecologia riesce a dar conto della molteplicità delle modalità con cui gli artisti affrontano la questione ecologico-ambientale.
Sin dagli anni Sessanta, nell’ambito di una più generale messa in discussione dei valori imperanti, si sviluppano esperienze artistiche volte a instaurare con la realtà un rapporto più sincero e naturale.
L’arte povera in Italia, il Mono-Ha in Giappone e la Land art, soprattutto negli Stati Uniti, tentano una ricostruzione, per quanto di effimera durata, di una dimensione esistenziale capace di sottrarsi alla mercificazione e ai dettami imposti dal sistema vigente anche al mondo dell’arte.
Se l’esperienza della minimal art, nei suoi processi di riduzione della realtà a strutture geometriche elementari, aveva dato luogo a opere richiedenti un confronto con lo spazio riformulato, negli stessi anni la Land art propone qualcosa di analogo ma su ampia scala, al di fuori degli spazi chiusi e degli scenari urbani e, soprattutto, propone un contatto diretto con il paesaggio naturale.
Artisti come gli statunitensi Michael Heizer, Robert Smithson, Walter De Maria e l’europeo Richard Long abbandonano le città in direzione di grandi spazi naturali ma non per limitarsi a esporvi opere, quanto piuttosto per eseguire interventi che ricorrono a materiali come terra, sassi, sabbia e simili, in spazi naturali su cui intervengono attraverso scavi, cumuli di materiale e via dicendo.
Occorre dire che non tutti gli studiosi concordano nell’accordare alla Land art una sorta di svolta ecologista. Da parte sua Lea Vergine (L’arte in trincea, Skira, 1996), ad esempio, aveva invitato a non leggere nella Land art una sorta di “ritorno alla natura” in reazione all’industrializzazione, ma piuttosto il riemerge del sogno americano di dominare i grandi spazi. Secondo tale interpretazione, nella Land art il rapporto dell’artista nei confronti della natura si risolverebbe in mera volontà di dominio.
Tornando al volume, ad interessare Gaia Bindi non sono quelle che potrebbero essere definite le “lamentele impotenti” del mondo dell’arte nei confronti della crisi ambientale palesatasi in età contemporanea; all’autrice interessa piuttosto raccogliere ed esporre esempi di “pratica artistica ecologista”, se così si può dire. Ecco allora gli esempi di alcuni gruppi artistici che, come scrive Piero Gilardi nella prefazione al volume, si preoccupano di individuare “concrete alternative alla ‘macchina estrattiva’ del sistema della crescita economica illimitata”.
Un capitolo del volume è dedicato proprio all’opera di Piero Gilardi, a partire dai suoi Tappeti-Natura che, a cominciare dalla metà degli anni Sessanta, al pari di altre sue installazioni, scrive Bindi, “creano un corto circuito tra natura e artificio, sfoderando una sorprendente bellezza familiare; uniscono, in un batter di ciglia, nostalgia del passato, crisi del presente, utopia del futuro. Con voluta nonchalance, propongono all’attenzione temi drammatici e controversi, come la crisi idrica il surriscaldamento globale, interpretando soggetti piacevoli come orti domestici (si veda Cavoli e neve, 1984), scorci marini (si guardi Xe Hal, 1987), stralci di vegetazione tropicale (Palmeto con cocchi, 2001). Talvolta il tema rappresentato coinvolge lo spettatore in un rapporto che non è solo visivo ma anche ludico, insieme fisico e sonoro: è il caso di installazioni interattive come Spiaggia Libera (1994) [...] o Palmeto (1995)”.
Nei lavori più recenti di Gilardi, come in Labirintico Antropocene (2018), la componente esperienziale si amplia ulteriormente all’interno di un percorso sensitivo/cognitivo ancora più articolato. L’intento dell’ultima produzione dell’artista, come lui stesso afferma, è quello di “suscitare un empatico reincanto per l’ambiente naturale, offrire conoscenze inedite sui processi di degradazione e sulle conseguenti tecnoscienze della sostenibilità, animare esperienze collettive, come ad esempio le Ecoventions o gli orti urbani comunitari”.
Nel volume viene concesso spazio anche alle opere del ”giardiniere-filosofo” Gilles Clément, teorico della “ecologia umanista” che non si è mai proposto come artista. “Natura o artificio? I giardini di Gilles Clément pongono alcuni interrogativi su cui riflettere per comprendere sia lo specifico del lavoro che l’identità dell’arte ambientale nella sua interazione col paesaggio”. Ciò, scrive Bindi, conduce a chiedersi “se il lavoro del giardiniere possieda sempre un’imprescindibile dimensione artistica oppure se questa scaturisca solo in presenza di particolari condizioni creative”.
Arte, ambiente, ecologia ha sia il merito di presentare numerose esperienze artistiche che, negli ultimi decenni, si stanno rapportando con le questioni ambientali in maniera concreta, che quello di proporre al lettore importanti spunti di riflessione in merito a tali questioni.





Gaia Bindi
Arte, ambiente, ecologia
Postmedia Books, Milano, 2019
pp. 160

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