“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Lunedì, 14 Settembre 2020 00:00

La città spontanea. L’urbanistica di Jane Jacobs

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L’ordine urbanistico progettato dai pianificatori delle città non dovrebbe mai sostituirsi a quell’ordine sociale fatto di piccole e inaspettate attività umane alla base della vitalità della città che è possibile cogliere soltanto attraversandola camminando. Non è ragionando “dall’alto” che vanno pensate e modificate le città ma immergendosi tra la gente che le vive a livello del suolo.

Sono queste le convinzioni che Jane Jacobs (Jane Isabel Butznerha), una volta giunta a New York dalla città di Scranton in Pennsylvania, ove è nata nel 1916, matura interessandosi della vita reale della città e dell’economia urbana. Convinzioni che la portano a pubblicare nel 1961 Death and Life of Great American Cities (tradotto e pubblicato in italiano nel 1969 da Einaudi), saggio destinato a incidere profondamente sul dibattito urbanistico dei decenni successivi.
In tale opera l’autrice prende di mira i metodi di pianificazione e di ristrutturazione urbanistica dell’epoca proponendo in alternativa di ragionare sulla città passeggiando lungo le sue vie, i suoi parchi e tra le attività commerciali che si incontrano nei quartieri, osservando la vita sociale ed economica che vi si incontra al fine di sviluppare un’educazione urbana e un tipo di intervento progettuale incentrati sulle esigenze reali della comunità.
Per chi voglia avvicinarsi al pensiero di Jane Jacobs si segnala l’arrivo nelle librerie del volume Città e libertà (Elèuthera, 2020), testo che raccoglie una serie di scritti della studiosa utili a comprendere lo spirito polemico con cui si è scagliata tutta la vita contro quegli approcci urbanistici che, guardando alle città “dall’alto” (in tutti i sensi), finiscono per rimodellarle togliendo protagonismo ai sui abitanti.
Sospettata di simpatie comuniste a causa delle sue prese di posizione poco concilianti con la cultura dominante e per essersi opposta alle trasformazioni urbanistiche newyorkesi degli anni Cinquanta, alle proteste contro i processi di pianificazione urbana e di gentrificazione, aggiunge, nel 1968, decise prese di posizione contro la guerra del Vietnam, a causa delle quali viene più volte arrestata nel corso di manifestazioni. L’inconciliabilità tra le sue convinzioni e la politica statunitense porteranno Jane Jacobs a trasferirsi con la famiglia a Toronto.
La studiosa contesta l’idea che vede nella programmazione urbanistica “la soluzione” dei problemi delle metropoli, vedendo in essa una prospettiva intellettualistica disinteressata al funzionamento delle città nella vita reale. A interessare la Jacobs è il comportamento sociale degli abitanti delle metropoli e ciò la porta a rovesciare i tradizionali principi urbanistici contrapponendo all’ortodossia della disciplina e all’ideologia avulsa dai fatti dei pianificatori, i dati eterodossi di una misura umana ricavabili dalle comunità. Per pianificare il centro cittadino, sostiene Jacobs, occorre guardare come questo viene vissuto dalla gente. “Non c’è alcuna logica che possa essere imposta dall’alto alla città, è la gente a generarla, ed è a essa, non agli edifici, che dobbiamo adattare i nostri piani. Ciò non significa accettare lo stato di cose presente; il centro della città ha davvero bisogno di essere ristrutturato, perché è sporco, congestionato. Ma ci sono anche cose che funzionano e con la sola, vecchia osservazione possiamo scoprire quali esse siano e cosa piaccia alla gente”.
Negli scritti presenti in Città e libertà l’autrice, oltre a palesare il suo dissenso nei confronti della Ville Radieuse di Le Corbusier e della Carta d’Atene, non manca di criticare la Garden City di Ebenezer Howard e l’estetica del movimento City Beautiful. In tutte queste, pur differenti, visioni urbane, Jacobs rintraccia il medesimo principio della “segregazione funzionale”.
In particolare è il concetto di “ordine” che  differenzia la studiosa da Le Corbusier. Come scrive nell’introduzione Michela Barzi, curatrice del volume, nella statunitense questo “era una manifestazione pratica della spontanea capacità di auto-organizzarsi della città e non l’ordinata disposizione geometrica della pianificazione, la cui utilità era la pura soddisfazione di esigenze visive”. A tutto ciò Jacobs contrappone la valorizzazione dell’ordine intrinseco sotteso al caos apparente della vita metropolitana: se gli approcci convenzionali dell’urbanistica tendono a volere mettere ordine a quel caos, la studiosa individua invece proprio in questa “città spontanea” la matrice della libertà individuale.
Tra i temi principali toccati dagli scritti proposti da questa antologia, Barzi indica “la complessità, la varietà, la diversità e la loro sintesi, ovvero ciò che lei definiva l’urbanità, l’ordine che apparentemente si manifesta come caos, la responsabilità della città nella formazione dei suoi abitanti e dei cittadini verso il luogo che abitano, la libertà contro la segregazione sociale, razziale e di genere. Gli argomenti che Jacobs portava a sostegno di ciò che potrebbe essere definita una fenomenologia urbana erano i frutto di un’esperienza della città che, come ha sottolineato Scott, di volta in volta veniva fatta con gli occhi”. E proprio James C. Scott, in un suo scritto pubblicato in appendice – ove è presente anche un contributo di Peter L. Laurence – sottolinea come secondo la statunitense “gli urbanisti non possono creare una comunità che funzioni, mentre una comunità funzionante può, nei suoi limiti, migliorare la propria condizione. Poiché la logica dell’urbanistica è del tutto irragionevole, Jacobs spiega come, in un contesto democratico, un quartiere ragionevolmente forte possa battersi per creare e mantenere buone scuole, utili parchi, servizi urbani vitali e abitazioni decenti”.
Nel frattempo i processi di speculazione urbanistica e gentrificaizone, rafforzati dalle politiche neoliberiste, hanno ulteriormente stravolto la vita di comunità rendendo sempre più problematica la vita nelle metropoli. I risultati delle pianificazioni dall’alto, indipendentemente dalle buone o cattive intenzioni con cui vengono intraprese, sono sotto agli occhi di tutti. Non ci sono scorciatoie, direbbe Jacobs oggi. Ancora una volta non si può che partire da quel che resta della vita comunitaria dei quartieri valorizzando il protagonismo della gente che li vive.





Jane Jacobs
Città e libertà
(a cura di Michela Barzi)
Elèuthera Editrice, Milano, 2020
pp. 176

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