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Martedì, 14 Luglio 2020 00:00

Lo stato dell'arte. Il lavoro reputazionale

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Vincenzo Estremo, docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e collaboratore di importanti istituzioni museali europee, si dice convinto che oggi l’arte e il lavoro siano due ambiti che si sovrappongono più di quanto si possa credere: è attorno a tale convincimento che ruota il suo recente volume Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico (Milieu Edizioni 2020).

Estremo prende atto di come se da una parte il mondo dell’arte contemporanea non manca, attraverso opere di denuncia e di sostegno, di adoperarsi per i più deboli, dall’altra fatica incredibilmente ad affrontare la situazione di precarietà in cui esso stesso si trova a vivere e a individuare pratiche di lotta adeguate alla situazione. “L’inefficienza dell’arte contemporanea di operare in questo senso e la sua capacità parallela di leggere le necessità e i bisogni della società contemporanea, diventano i punti di partenza di questa indagine. Uno studio che nell’affrontare il malessere delle forme di socialità e del lavoro, guarda in maniera più allargata alla crisi della vita digitale, alla proliferazione dei media quali vettori di una conoscenza quantitativa e al ventre debole dell’oramai onnipresente edonismo emotivo e ideologico della politica”.
Non si tratta di un volume a difesa del lavoro dell’arte o di mera denuncia dello sfruttamento e della precarietà che toccano tale ambito; ciò che interessa a Estremo è guardare “a come le entità instabili dell’arte anticipino tendenze di sfruttamento e autosfruttamento”. Secondo l’autore “l’arte incarna in maniera quasi paradigmatica le complessità del mondo del lavoro e dei desideri della vita contemporanea in cui le contraddizioni si inaspriscono tra quanto viene mostrato e quanto soggiace alla sua realizzazione”.
Sappiamo quanto i catering gourmet annaffiati da bollicine di qualità dei vernissage, o le pompose sfilate in abito da sera lungo i red carpet, nascondano quanti/e rendono possibile le mostre e gli spettacoli, spesso si tratta di lavoratrici e lavoratori sottopagati, quando non concedenti i loro servizi a titolo gratuito nella speranza di “restare nel giro” in modo da raccogliere, prima o poi, qualche briciola avanzata. Se da una parte l’arte e lo spettacolo hanno saputo mostrare l’atomizzazione e l’alienazione del nuovo mondo del lavoro, dall’altro non sono stati capaci di far fronte alle proprie problematiche quando non hanno finito col rendersi complici dello sfruttamento proprio e altrui. 
“Il libro [...] guarda alla produttività e al mondo del lavoro, la descrive e prova a indagarne gli anfratti meno noti, lo fa appoggiandosi a nuovi vettori di denuncia, a quell’arte che ha smesso di rappresentare e che spesso descrive o evoca le complessità di una contemporaneità in cui è sempre più difficile orientarsi. Parte dal lavoro e ne mostra la lenta e inesorabile scomparsa, guarda all’assenza e si chiede cosa ci sarà dopo il lavoro nelle vite di milioni di persone indaffarate a far nulla. [...] Parte indagando le relazioni multiple e sfaccettate tra il lavoro e il 'lavoro d’arte' un’espressione [che] mai come in questa circostanza vive una discrepanza problematica tra definizione e azione. I lavori d’arte [...] presi in considerazione sono quindi delle azioni critiche, oggetti espositivi prima che oggetti artistici, che vivono nella necessità di lavorare ai margini di una costruzione politica dello spettatore. Oggetti e soggetti che riflettono sulla condizione del lavoro contemporaneo, auto-riflettendo sulle condizioni dei lavoratori e del lavoro artistico e che nella logica della teoria critica sono sia forma eidetica che agenda politica da realizzare”.
Teoria del lavoro reputazionale affronta, attraverso la prospettiva dell’arte, questioni concernenti la società digitalizzate, le nuove temporalità del lavoro, le peculiarità dei sistemi produttivi e il loro legame con il lavoro culturale e artistico. Dalla disanima delle temporalità, il volume passa all’analisi dei media, “alla loro condizione effimera e alla trasposizione di questa condizione nell’ambito del lavoro”, dunque indaga gli statuti attuali dell’immagine digitale facendo riferimento alle riflessioni sulla società di artisti contemporanei che operano sul/nel web per poi occuparsi della crisi dei movimenti di protesta. Estremo si concentra sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti “quali dispositivi in grado di plasmare forme di pensiero persuadenti e finalizzati all’autosfruttamento inappellabile”, mentre la parte finale del volume è dedicata alla definizione di nuove e alternative condizione di vita.
Il libro vuole “portare in primo piano le contorte logiche di compensazione esistenti nell’altresì piano e ipoteticamente trasparente mondo della mediaticità contemporanea. Una scrittura che ha la presunzione di aprire un dibattito sulla possibilità di fare art writing senza necessariamente fare critica delle forme, leggendo l’arte come fosse una teoria critica e la teoria critica come fosse arte”.
Nel volume l’autore si sofferma su un’esperienza di attivismo artistico ormai dimenticata – probabilmente sconosciuta alle generazioni più giovani – , quella della newyorchese Art Workers Coalition (AWC): un gruppo di artisti, critici, filmaker, scrittori che, a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, ha mosso una critica radicale al sistema dell’arte contemporanea. La critica portata avanti dal gruppo, sostiene Estremo, mostra ancora oggi elementi di attualità, seppure necessiti di essere collocata “in un contesto in cui a essere cambiata non è solo la questione economica, ma anche e soprattutto l’azione e l’attività degli stessi lavoratori dell’arte. [...]. Negli ultimi decenni, l’evoluzione del capitalismo ha avuto proprio nell’artista un modello e un alleato. In una continua e costante opera di colonizzazione dei linguaggi, il capitalismo sta avocando a sé la nozione di artisticità – di creatività in genere – per incrementare i propri fattori di crescita. L’arte è come legata a doppia mandata alla speculazione post-fordista. [...]. L’occupazione neoliberista della creatività concepisce questo settore come qualcosa di esistente solo se immesso in un processo di generazione di profitto”.
Lo studioso sottolinea come nel periodo attuale si ricorra all’attitudine artistica come a una “promessa emancipatoria per chiunque abbia voglia ed energia di esprimere il proprio potenziale interiore. Questa lezione 'artistica' fatta di destabilizzazione ed esclusività è alla base del capitalismo contemporaneo e della sua transizione da un sistema rigido e gerarchico a un reticolo flessibile di progetti fondati sull’iniziativa, l’autonomia e il coinvolgimento totale di chi lavora. La ‘critica artistica’ come Ève Chiapello e Luc Boltanski definiscono l’insieme delle strategie estetiche e di controcultura di tipo antigerarchico, sono state impiegate e talvolta impegnate, nella transizione al capitalismo deregolamentato che conosciamo. Ne scaturisce un’idea di arte contemporanea fatta di figure professionali che incentivano e promuovono modelli di flessibilità e intermittenza del lavoro, divenendo attori di [...] un nuovo capitalismo estetico. Un lavoro intellettuale virtuosistico libero dalla produzione di oggetti, che mediante novità linguistiche fornisce al capitalismo delle soluzioni per superare la profonda crisi produttiva postbellica, proponendo una libertà (liberalismo) professionale individualista ed egoista. Un’azione di screditamento del messaggio sovversivo dell’arte che Chantal Mouffe ha letto come una forma di assorbimento, appropriazione e neutralizzazione nel sistema di quelle domande che in precedenza avevano osato sfidarlo”.
Insomma, sostiene senza giri di parole l’autore, l’azione dell’arte può essere lesiva nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici e non di rado “la fascinazione per una non meglio precisata vita artistica riduce a nulla e svilisce, le forme di organizzazione, di consapevolezza, di solidarietà e di difesa dello stato stesso di lavoratore”.
Un libro duro, per certi versi, che induce a riflettere, e parecchio, non solo coloro che lavorano – pagati, malpagati o senza percepire compenso – in ambito artistico ma anche chi fatica in altri ambiti. “La rivoluzione informatica ha segnato in maniera evidente la vita contemporanea, conducendo l’umanità verso un radicale ripensamento del concetto di lavoro. I soggetti, per la prima volta nella storia, diventano a loro volta prodotto finito e valore aggiunto del ciclo produttivo. Un processo in cui il lavoro ha subito una riconversione da professionale a reputazionale.” Insomma, più che nell’era della “fine del lavoro”, ci si avvia “verso una trasformazione virtuosa e artistica del lavoro stesso. Il sistema dell’arte contemporanea diventa il campo di ricerca all’interno del quale prende corpo un’analisi che mostra il modo in cui le emozioni di quello stesso sistema, contribuiscono allo sviluppo del tardo capitalismo”.





Vincenzo Estremo
Teoria del lavoro reputazionale. Saggio sul capitalismo artistico
Milieu Edizioni, Milano 2020
pp. 176

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