“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 30 Gennaio 2020 00:00

L’arte erudita di Andrea Mantegna a Palazzo Madama

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Il mondo di Andrea Mantegna non è facile da penetrare, al pari e spesso in maggiore misura rispetto a quello degli altri principali attori sulla scena artistica e culturale del suo tempo. Così come non semplice risulta la presentazione della sua figura di artista, centrale nella rete dei rapporti con potenti mecenati, letterati e colleghi, e ad un tempo indipendente, come elemento del tutto singolare in relazione a questo nutrito insieme di invenzioni, idee comuni e differenti personalità.

Sul filo di un Rinascimento che aveva ancora altro da sperimentare, fino al culmine della propria risoluzione e della massima estensione creativa, il giovane Andrea riesce a inserirsi in un contesto elitario, a intessere indissolubili legami con i maggiori intellettuali e committenti, grazie alle non comuni doti artistiche, e a una forte capacità di autopromozione, scandita da un piglio moderno e particolare.
È in queste abilità che ritroviamo la chiave di un accesso privilegiato al mondo delle importanti commissioni artistiche, e la strada che conduce a una promettente carriera. E proprio su queste premesse è giocata la mostra nella Sale Monumentali di Palazzo Madama, che fonda su di una visione ad ampio spettro la trasmissione della conoscenza, per macrosezioni, della vicenda professionale e personale del Mantegna, e dell’intreccio tra le due, in special modo per quanto riguarda la correlazione fra lo sviluppo di concetti artistici tout court e la visione filosofico-umanistica della classicità. Ci si muove dunque nel mezzo, tra ambiti differenti, girando intorno a progettazione architettonica, colti scambi epistolari e varie tracce di un dialogo costantemente aperto con i maggiori esponenti della pittura di quei lontani anni. Intervengono lungo il percorso numerose opere di sicuro effetto, quale l’imponente Protome di cavallo di Donatello, dal Museo Archeologico di Napoli (Testa Carafa, 1456) a evocare la forza dello sguardo gettato da Mantegna sui prodigi dell’arte donatelliana, lo splendido Ritratto d’uomo di Antonello da Messina, 1476, e le tele del brillante cognato Giovanni Bellini, con la sua perspicace metabolizzazione dei principi che sottendevano l’opera del celebre parente acquisito.
L’ammirevole presenza del Pollaiolo della Battaglia dei dieci uomini nudi (incisione a bulino, 1465) nella prima sezione imperniata sugli anni a Padova, riveste in modo eclatante e per certi versi inatteso, un ruolo focale nella comprensione di alcuni dei fondamenti alla base della costruzione della forma effettuata dall’indiscusso protagonista di questa rassegna. Si tratta nello specifico di quella concatenazione delle direttive lineari della composizione, ancor più squisitamente grafica nelle opere grafiche, che dagli impetuosi ma solidi, scarni avviluppi dell’antichità, conduce ai vessilli lirici e decadenti di una sfilata di rappresentanza dal rigore fiero ma “ammorbidito” e innovativo, quella dei Trionfi di Cesare, di cui sono in mostra le versioni delle tele II e VIII dall’anonimo copista dei primi del ‘600, con ritocchi, fra altri, di Rubens, sino alla più carnale Zuffa degli dei marini del 1480, a bulino e puntasecca. Allo stesso modo gli interventi al di fuori della produzione mantegnesca negli astratti comparti caratterizzanti questo breve sentiero, assumono anche valore di guida tematica nell’evoluzione dello stile e del pensiero artistico, come condottieri forse talvolta un po’ labili, non nei contenuti di certo pertinenti, ma per via della sensazione di generale dispersività che in alcuni momenti rende un po’ macchinoso il collegamento fra punti nodali e opere esposte.
Così i lavori dello Squarcione, sotto la cui egida Mantegna cominciò il proprio apprendistato, gli esempi da Paolo Uccello, Ercole de’ Roberti, Cosmè Tura, Correggio e di altre grandi mani, attivano questa alternanza, successione e convivenza tra affini ma differenti istanze, come avviene per i pezzi di antica statuaria romana proposti a più riprese, quali rafforzamento o contraltare di queste ultime, o come per i progetti dell’Alberti nella sezione dedicata all’architettura, o le lettere, i bronzetti, le medaglie, i volumi a stampa o quelli miniati, di pregio e riccamente istoriati, i quali rimandano direttamente alle grandi committenze, in special modo soffermandosi su quella della colta Isabella d’Este, con il suo rilevante studiolo.
Il corpus non vastissimo di opere del Mantegna, limitato da ragioni conservative e integrato, in introduzione, dall’agevole presentazione multimediale, disponibile in diverse lingue e articolata all’interno degli spazi della Corte Medievale, supporta anche il fruitore meno avvezzo agli argomenti qui presi in considerazione, lasciando spazio alla volontà di raccontare il percorso di un Maestro operante sulla base di studi approfonditi, e su di una ponderazione attenta, che si avvale di un’ordinata ma fervida immaginazione, non soltanto nella scansione degli spazi e nella disposizione delle figure ma, ben prima di esse, nella facoltà di pura invenzione, immediatamente sospinta dalle affidabili fondamenta della competenza tecnica e analitica.
Pur non tradendo la scelta di un rigore formale statuario e memore dell’antico, questa visione lunga poco più di settant’anni di vita, abbraccia una prospettiva e un taglio compositivo via via sempre più funzionale all’espressione di atmosfere e stati d’animo, di lì a poco ulteriormente indagati e messi a fuoco da artisti più giovani, ormai catapultati e in parte già addentro alla piena maturità e alla finale trasfigurazione di un’intera epoca d’arte. Inoltre, quali portavoce illustri della produzione più celebrata, si presentano qui all’appello anche la Sacra Famiglia con San Giovannino dalla National Gallery (1500 ca.), la grande tela della Pala Trivulzio dal Castello Sforzesco (1497) e l’Ecce homo dipinto fra il 1500 e il 1502, con la composta ma dolente accettazione del destino nel volto di quel Cristo torturato e sofferente, e con l’alta, delicata emersione della sua figura “ribaltata” su di un concreto primissimo piano, seppur già appartenente a un altro mondo, e coronata da un’aureola di sfumata luce. Un’immagine doppiamente nobilitata dal contrasto con il nitore del grottesco viso della vecchia accanto a lui, alla destra dello spettatore, sormontato dal gradevolissimo panneggio di caldo tono giallo del copricapo, e deturpato da un’irrimediabile bruttezza interiore.
Se però i tasselli necessariamente mancanti del ciclo della gloriosa Camera Picta a Mantova, e della Cappella Ovetari, di cui è presente un affresco staccato, possono essere sottolineati solo in presentazione quali tappe imprescindibili dell’arte del Mantegna, fino ad arrivare a ciò che è all’unanimità considerato il suo testamento spirituale, ovvero il Compianto sul Cristo morto, anche in questa mostra, come spesso accade nelle esposizioni di grandi opere, la presenza di dipinti e incisioni che per via delle ridotte dimensioni si avvicinano a studi, si manifesta con maggiore evidenza quale rivelazione del germe originario e più fecondo di un’avventura artistica di rilievo. In questi intimi esempi si apre il luminoso scorcio sul futuro di quel seme, raccolto, omaggiato e progredito nelle epoche successive, in modo sottile ma vivido. Fra questi interessanti accostamenti spicca l’affiancamento della Madonna dell’Umiltà di Mantegna (1490, bulino e puntasecca) alla Madonna con il Bambino, il gatto e il serpente di Rembrandt del 1654, e si fa notare la piccola tempera Donna vestita all’antica e vecchio in panni orientali (Sibilla e profeta?) datato al ’95.
Ma, infine, da un nuovo appuntamento con questo saggio artista, già preceduto in passato da altre note iniziative museali in diverse sedi, cosa d’altro possiamo ricavare? Cosa si può aggiungere alla scolastica o approfondita conoscenza della storia artistica legata ad una simile personalità?
L’archeologico trasporto per l’antichità classica in Andrea Mantegna, il quale in tempi non sospetti aveva già capito l’importanza della difesa della proprietà intellettuale dell’opera d’arte, e che assurgeva a figura culturale di spicco attraverso l’autoesaltazione del proprio talento quanto della propria persona, è stato da sempre una scelta basata su di una consapevole passione, una presa di posizione che, al di là di detrattori, ammiratori e revisionisti, ha reso originale quel suo personale apporto alla propria contemporaneità, e lo ha reso anche, si faccia passare il termine, stiloso, pur nella profondità di significato delle sue opere. Un contributo in sintonia con una propria classica, e perciò imperturbabile, linea inventiva, che nei lavori esteticamente più arcaici cela la sua migliore produzione a venire, laddove la sua idea espressiva crea già lo stesso nerbo che andrà a costituire la drammatica monumentalità e la grande statura umana del suo ultimo Cristo.





Andrea Mantegna. Rivivere l’antico, costruire il moderno
a cura di Sandrina Bandera, Howard Burns
consultant curator Vincenzo Farinella
catalogo a cura di Marsilio Editore
Palazzo Madama, Corte Medievale e Piano Nobile
Torino, dal 12 dicembre 2019 al 4 maggio 2020

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