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Mercoledì, 23 Gennaio 2019 00:00

Marina Abramović, l’arte di essere presenti a se stessi

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Un muro bianco e una porta delimitata da ostacoli: si entra attraverso un piccolo spazio cinto da due corpi nudi, un uomo e una donna, che fanno da stipiti, disposti l’uno di fronte all’altro. Imponderabilia, ovvero senza possibilità di ponderare le proprie reazioni o la decisione da prendere, è il momento iniziale in cui il visitatore si imbatte ed è chiamato a non essere spettatore passivo ma protagonista attivo e volitivo della performance.

Era il 1977 quando tale performance fu proposta per la prima volta dall’artista Marina Abramović e dal performer, allora compagno, Ulay. In quell’occasione la performance che sarebbe dovuta durare tre ore, venne interrotta a metà da due giovani agenti di polizia che la ritennero oscena e dunque passibile di censura. Altri tempi e altra storia quella appena riportata; oggi la nudità non genera più reazioni di questo tipo sebbene il passaggio stretto tra due corpi, con la scelta obbligatoria di girarsi a favore dell’uno o dell’altro, racconti ancora molto di chi ne è protagonista, delle proprie inibizioni, dei propri limiti e/o delle proprie libertà.
Si apre così, a Palazzo Strozzi a Firenze, la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’artista serba Marina Abramović (1946), che – partita lo scorso 21 settembre − ha chiuso i battenti domenica 20 gennaio, giungendo (stando ad un bilancio aggiornato al 7 gennaio scorso) a oltre centoquarantacinquemila visitatori. Un risultato immenso e meritato per un’artista che oltre quarant’anni fa ha rivoluzionato il modo di concepire l’arte, ha ribaltato le coordinate classiche e le comfort zone di artisti e spettatori, ha sfidato se stessa, il proprio corpo, ma soprattutto la propria mente in maniera immediata e (in)cosciente. Ancora oggi i suoi lavori raccontano una realtà diversa e aprono nuovi scenari, costringono a valutare prospettive differenti.
In mostra ci sono state oltre cento opere dagli anni Sessanta ai Duemila: video, fotografie, dipinti, oggetti, momenti interattivi in cui i visitatori sono stati protagonisti, installazioni e lavori di re-performance. Quest’ultima è una pratica a cui la Abramović si è dedicata a partire dal 2005, un metodo per preservare la performance (arte di per sé effimera), e di darle nuova vita attraverso artisti appositamente selezionati e formati.
Varie sono state dunque le performance esposte: Art Must Be Beautiful/Artist Must Be Beautiful (1975), The Freeing Series (MemoryVoiceBody, 1975), Cleaning the Mirror (1995), The House with the Ocean View (2012), la serie Rhythm (1973-1975), Imponderabilia (1977), The Lovers (1988), Balkan Baroque (1997), The Hero (2001), The Artist Is Present (2010).
Al di là del racconto e della descrizione seriale di tali atti performativi, ci sono aspetti ben più importanti da sottolineare: si evince da parte della Abramović un rigore matematico nell’esecuzione. Ogni performance è, infatti, un esperimento scientifico a tutti gli effetti, possiede una legenda a cui fare riferimento per comprendere il metodo di lavoro utilizzato, gli attrezzi/oggetti usati, gli obiettivi pre-performance, gli esiti post-performance, come è ben indicato dalle didascalia ai lavori realizzati dall’ottima curatela di Palazzo Strozzi. Nulla è lasciato al caso: ogni atto è dunque sempre il risultato di una reazione “chimica” tra l’artista, lo spazio, il tempo (presente, soprattutto, ma anche passato) e il pubblico che diventano un corpo solo, una sfida con se stessi, una lotta combattuta con le armi della pazienza e dell’attesa. Sono forse queste  le doti più impressionanti dell’artista serba: è la sua capacità di aspettare i tempi, di non lasciarsi macerare dai minuti che diventano ore o giorni, di non cedere anche quando l’esito delle proprie sperimentazioni è logorante e senza fine.
Per comprendere tali ultime asserzioni, si riporta il resoconto di una performance in cui una sera del 1974, al Centro Studentesco della capitale jugoslava, la Abramović costruì una stella con trucioli di legno imbevuti di benzina a cui poco dopo diede fuoco. Conseguentemente l’artista tagliò i propri capelli e poi le unghie e provvide a gettare il tutto tra le cinque punte ardenti. A quel punto valicò le fiamme e si sdraiò al centro del pentacolo infuocato. “La stella era il simbolo del comunismo – ha dichiarato Abramović – la forza repressiva sotto cui ero cresciuta e da cui cercavo di sfuggire. Ma era anche molte altre cose: il pentacolo, un simbolo sacro e misterioso di antichi culti e religioni, una forma insomma dall’enorme potere simbolico”. In quella occasione l’artista mise a dura prova la sua vita dal momento che l’inalazione dell’ossido di carbonio le provocò ben presto uno svenimento. Nessuno degli astanti si rese conto di quello che stava accadendo e Marina avrebbe potuto morire se non fosse che un medico in sala, osservando la sua reazione all’esecuzione, si rese conto che qualcosa non andava bene e la trasse in salvo. Una fiamma, infatti, stava per lambirle una gamba. In seguito a questo episodio, la Abramović dichiarò di essere molto in collera con se stessa per il fatto di essere svenuta e decise di realizzare successivamente due performance che prevedevano uno svenimento.
Non si può dire ad oggi, dopo più di quarant’anni dall’inizio dei suoi lavori, se la Abramović sia stata più folle o incosciente. Non era di certo sola: a partire dagli anni Sessanta (ma già sul finire dei Cinquanta) l’arte performativa cominciava a diffondersi: vi era il bisogno di spezzare i canoni non solo estetici, ma prima di tutto morali e concettuali dell’arte. Gli artisti sentivano l’esigenza di distruggere ogni cosa per poi ricrearla. Soprattutto si sentivano in dovere di smuovere le menti umane: la storia era cambiata, due guerre mondiali avevano modificato ogni cosa per sempre, non si poteva più continuare a dipingere quadri alla Caravaggio o anche solo tele alla Picasso. L’arte era in subbuglio, l’urgenza era quella di denunciare e di smuovere il pensiero comune, creare una coscienza critica della realtà.
“Mi ero convinta che l’arte dovesse essere disturbante, dovesse porre domande, dovesse predire il futuro” ha dichiarato dopo aver fatto la performance Art Must Be Beautiful (1975) spazzolandosi furiosamente i capelli e ripetendo continuamente: “Art must be beautiful, art must be beautiful, art must be beautiful”. 
Si chiude questa full immersion nell’arte rivoluzionaria di Marina Abramović, citando la performance The Lovers, probabilmente la sua opera più dolorosa, quella che in realtà non ha previsto né schiaffi, né violenza, né  fiamme, né coltelli. The Lovers segnò la fine della relazione d’amore e lavorativa tra la Abramović e Ulay, e previde che i due sarebbero partiti insieme per la Cina per percorrere la Muraglia Cinese in solitario, dai due estremi opposti: lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo. Una camminata di 2500 chilometri, che si sarebbe conclusa al centro del percorso, e che avrebbe segnato con un abbraccio il loro addio. Ancora una volta la Abramović sfidava se stessa, macinava chilometri nell’epoca in cui non esistevano storie Instragram o dirette Facebook. Camminava e soffriva. Si giunge così ad un punto importante nella comprensione dell’artista: lei che aveva sfidato tutte le regole del suo corpo e della sua mente, che aveva gettato in faccia al mondo la fragilità, i limiti e i pregiudizi dell’umana specie, si mostrava debole e per la prima volta realmente dolorante.
Anche questa volta The Artist Is Present, ma forse oltre che l’artista, era la donna Marina realmente presente a se stessa: realmente svuotata, realmente nuda, realmente viva agli occhi del mondo.


“Ci sono tre cose veramente dure: l’acciaio, il diamante e conoscere se stessi”.
(Benjamin Franklin)

 

 





Marina Abramović
The Cleaner
Organizzata da Palazzo Strozzi
A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze Lena Essling, Moderna Museet, Stockholm
Con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, Humlebaek, Susanne Kleine, Bundeskunstahalle, Bonn
Palazzo Strozzi 
Firenze, dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

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