“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 20 Aprile 2013 02:00

"Barcelona": dall'occhio di Germano Lombardi all'accecamento contemporaneo

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Leggere Barcelona (Il Canneto, 2012) di Germano Lombardi oggi, a cinquant’anni di distanza dall’anno di pubblicazione (Feltrinelli, 1963) e dalla nascita del Gruppo ’63, è una di quelle esperienze nelle quali si sperimenta lo scarto tra due epoche: quella dell’avanguardismo che ha trovato i suoi massimi esponenti in Umberto Eco, Alberto Arbasino, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Giorgio Manganelli, eccetera eccetera, e quella attuale, amorfa e indefinibile, senza gruppi o scuole di rilievo, senza grandi scrittori che possano reggere il confronto (grandi sono i sopravvissuti, Eco e Raffaele La Capria ad esempio, da tenere d’occhio ce ne sono diversi, ultimi in ordine di pubblicazione Davide Orecchio e Giovanni Cocco). Chi è giovane o poco giovane oggi, vivendo una fase storico-sociale e soprattutto una percezione del tempo e dello spazio differente, dalla lettura di Barcelona può uscirne sgomento.


“Ora l’ombra della trave – la trave che sostiene l’angolo sud-ovest del tetto – divide in due parti uguali l’angolo corrispondente della terrazza. Questa terrazza è un largo ballatoio coperto che circonda la casa da tre lati. Come la larghezza della parte mediana e delle branche laterali è la stessa, il tratto d’ombra proiettato dalla trave cade giusto contro lo spigolo della casa; ma si ferma lì, perché il sole, ancora troppo alto nel cielo, non illumina che i mattoni della terrazza: le pareti – di legno – della casa sono ancora riparate dal tetto (che è comune alla casa propriamente detta e alla terrazza). Così, in questo momento, l’ombra del tetto coincide esattamente, al suo estremo, con la linea ad angolo retto che il piano della terrazza forma con i due piani verticali della facciata e della parete ovest”.
È l’incipit di La gelosia (1957) di Alain Robbe Grillet, ma evidenti sono le assonanze con quello di Barcelona:
“Il battente si aprì sul marciapiede di asfalto. Si vedeva una casa grigia alta cinque piani, c’era una finestra aperta e nel vano c’era una donna. Si vedeva il suo busto, la testa, una mano stretta allo stipite, i capelli crespi e gli occhi, le pupille nere e fisse, la pelle pallida del viso.
C’era una luce riflessa e tutto era opaco: i pali e i fili, le macchine in parcheggio, in bilico fra il bordo sopraelevato del marciapiede e la strada, e spento l’impianto al neon, proprio di fronte a lui, con scritte rosse e azzurre, accanto all’insegna gialla di un caffè. Si vedeva la vetrata e il battente di metallo e i basamenti di ferro smaltato; un solo lumino acceso in alto, sul soffitto, una piccola lampada, i tavoli e le seggiole accatastate”.
Robbe-Grillet, tra i massimi esponenti della école du regard (Giulio Ferroni rimarca “la tendenza di questi testi a una descrizione minuta e ossessiva degli oggetti e della realtà esterna: la presenza umana è ridotta alla funzione dell’occhio, a uno sguardo passivo che intende avvicinarsi a quello della fotografia o della macchina da presa”), ha un approccio stilistico di tipo fenomenologico che bandisce qualsiasi cenno di psicologismo o altro.
Lombardi, appartenente al Gruppo ’63, estremizza anch’egli la vista ma, come già è stato fatto notare (tra gli ultimi Andrea Cortellessa: http://www.alfabeta2.it/2013/03/17/4168/), va oltre l’ortodossia teorica del suo coetaneo francese. C’è qualcosa di sfumato, di onirico o visionario, – non a caso Cortellessa lo accosta a Malcolm Lawry, il cui Sotto il vulcano fu pubblicato dalla Feltrinelli proprio in quegli anni – che tiene distante lo scrittore imperiese, uno dei pochi italiani di respiro internazionale, dall’universo del noveau roman.
Leggere Barcelona induce un senso di spaesamento. La trama è semplice: si racconta un viaggio di un killer che deve assassinare un generale di Francisco Franco. Ma in questo viaggio ci si perde, di continuo, tra stanze d’albergo, vagoni del treno e, per ultimo, nel mezzo di una tempesta. È il mondo reale a traballare, ed esplicative in tal senso sono le parole di Walter Pedullà tratte da un articolo del 1965 dedicato a L’occhio di Heinrich (Feltrinelli, 1965): Pedullà accenna a una dimensione frantumata e incoerente resa da “una narrazione 'ubriaca', caratterizzata da salti, da vuoti o da spezzoni di senso oscuro”.
L’occhio di Germano Lombardi, citando il titolo di un numero monografico della rivista Resine (125-126, XXXI, 2010), può apparire tuttavia inattuale per un lettore contemporaneo la cui percezione visiva, riflessa su molteplici canali video, è dis-tratta dal mondo reale ed è inghiottita da quello virtuale. Questo mutamento di percezione è al centro di un’opera di Paul Virilio, dal titolo emblematico L’arte dell’accecamento, in cui si dice che “dall’oggettività de visu e in situ nello spazio reale siamo passati repentinamente alla teleobiettività del tempo reale di un’accelerazione in cui gli spazi di percezione, lo spazio ottico e lo spazio aptico del palpabile, subiscono uno sconvolgimento, una catastrofe topologica o, più precisamente, TOPOSCOPICA” (p. 20).

 

 

 

Germano Lombardi
Barcelona (1963)
Il Canneto, Genova, 2012
pp. 149

 

Alain Robbe-Grillet
La gelosia (1957)
traduzione, prefazione e commento "poliziesco" di Franco Lucentini
Einaudi, Torino, 1998
pp. 141

 

Giulio Ferroni
Storia della letteratura italiana. Il Novecento
Einaudi, Torino, 1991
pp. 803

 

Paul Virilio
L’arte dell’accecamento (2005)
traduzione di Rosella Prezzo
Raffaello Cortina, Milano, 2007
pp. 88

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