“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Giovedì, 18 Ottobre 2018 00:00

Riflessioni sul “nuovo” e sull'espressionismo astratto

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Senza il passato non si crea il futuro. Se l’eredità del passato è ingombrante forse bisognerà infrangerla allo scopo di approdare al nuovo, ma per provocare la rottura si avrà bisogno che quel passato esista appieno, che sia percepito come reale, consistente, già lontano e insieme ancora vicino.

E quale passato è più intenso di quello che comprende due conflitti mondiali, l’intervallo gravido di timori e speranze che fra essi si è vissuto, e la fase appena successiva? E quanto ha inciso quella storia della prima metà del Novecento sullo spostamento dell’asse culturale dall’Europa al nuovo continente? Parliamo di una terra, quella americana, e in particolare di una città, New York, che possedeva un’identità potenzialmente in eterno divenire quando, dopo la guerra, i Paesi d’Europa erano impegnati a raccogliere i cocci di quella che apparteneva loro, per assemblarli ancora una volta. La mostra si propone di far rivivere alcuni fra i migliori esempi di ciò che l’arte è riuscita a produrre in quel sospeso e sfavillante clima americano.
E come sempre l’accento è posto sulla diversità che contraddistingue l’espressione di quei protagonisti, tutt’altro che scontati ambasciatori di un confortante ed univoco senso di progresso e creatività, bensì sensibili ricettori sia della tensione verso la vita che di quell’angoscia nata dalla necessità (e probabilmente dalla presa di coscienza delle responsabilità) di dover riempire il vuoto e costruire un mondo nuovo, nello stesso momento in cui si era circondati dalle contraddizioni della realtà e del complesso ed imprevedibile andamento della società contemporanea. Al principio del percorso espositivo il lavoro senza titolo di Lee Krasner (del 1947) mostra l’accurato interesse nella metabolizzazione dell’estetica del marito Jackson Pollock, lasciando però che il valore del minuzioso segno sia prominente, entro una fittissima addensazione, quasi pulviscolare. Intorno a questa tela l’Ink On Paper del ’50, i fuochi d’artificio e l’altro minimale ed armonioso piccolo inchiostro di Pollock, sono un preludio elegante ed essenziale ai suoi grandiosi tre metri del Number 27, portati ad un livello estatico di equilibrio, in cui il dripping ha reso possibile tale aggregazione di tinte che senza essere accostate o sovrapposte in modo usuale sanno coesistere e al contempo viaggiare indipendentemente le une dalle altre, all’interno di un’organica e radiosa composizione.
Bisogna considerare che se il nutrito bagaglio delle avanguardie europee della prima metà del secolo è entrato tenacemente nel nuovo continente attraverso l’emigrazione dei propri rappresentanti, durante il consolidamento dei regimi totalitari, la nuova generazione di artisti americani (gli “Irascibili”), forte della linea diversificata, ma programmatica, di opposizione al tradizionalismo dei curatori e direttori museali, ha saputo trarre da quelle tendenze la linfa vitale di un cambiamento. Un mutamento avvenuto tramite l’innovazione dell’approccio alla superficie ed alla materia supporto della creazione artistica, risolvendo le attuali esigenze espressive in quella che è stata definita in modo generico, ma significativo, Action painting.
Ecco che nella celebre La porta sul fiume (1960) dell’olandese Willem de Kooning, presente in mostra, la stesura del colore è tutto, non in quanto cromia, ma come auto-generarsi di una visione inacidita nel tempo, laddove il tempo non entra minimamente nel quadro, ed essa appare come sospesa in un altrove pur senza avere né spazio né reale consistenza formale. Permane il ricordo di linee riconducibili a forme, ma nonostante questo non vi è una ferma struttura. Nella liquidità di un vuoto che solo grazie a poche ampie pennellate è presenza, l’astrazione a cui è approdato il sentimento un tempo sorto dagli espressionisti ha lasciato spazio a quella che in tali lavori è pura, pressante e attraente impronta di esistenza.
Ed è passando per preziose immagini quali The Magnificent (‘51) di Richard Pousette-Dart, contemporanea versione del gusto barocco, la piccola scultura di Smith, la perentoria Svezia della Hartigan, i Frozen Sounds di Gottlieb, Tomlin, un caldo quadro di Gorky e l’ovattato surrealismo della spiaggia di Baziotes, che ci si imbatte in Kline. Di fronte a noi il suo immenso Mahoning si rivela qualche metro più in là sulla parete di un cupo verde, nella stanza a lui dedicata. Perfettamente disvelato nel buio, esso si staglia potente e intimo, glaciale e vivido. E dall’interno del suo avviluppo scaglia una luce eterea e spessa, screziata di nero che è ben altro dal nero, cosa che vale anche per le adulterate opalescenze di quel bianco.
L’esposizione si conclude con due Rothko che, come è loro costume, ammutoliscono evocando un incantesimo al quale non si sfugge. Risvolti introspettivi, aneliti di spiritualità e di globalità, non sono qui tendenze confuse in un variopinto calderone di idee, ma percorsi fortemente caratterizzati che si incontrano o talvolta ignorano, che si curvano ed accompagnano lungo parallele o divergenti direzioni. Il ritmo della loro crescita scandisce l’aggregarsi dei tasselli in un ampio riquadro fatto di schizzi, contorni netti o larghe campiture le quali seguono questo libero tracciato di multiformi sentieri, come avviene per le liquide grafie-non grafie delle superfici di Pollock. Infine il passato si recupererà e rinascerà nel nuovo come qualcosa di costante, che è sempre esistito; qualcosa di riconoscibile, eppure completamente diverso. 

 

 


Pollock e la Scuola di New York
Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano
Con il patrocinio della Regione Lazio e dell’Assessorato alla crescita culturale di Roma Capitale, Gruppo Arthemisia in collaborazione con The Witney Museum of America Art di New York
A cura di David Breslin, Carrie Springer con Luca Beatrice
Complesso del Vittoriano − Ala Brasini
Roma, dal 10 ottobre 2018 al 24 febbraio 2019

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