“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Venerdì, 01 Giugno 2018 00:00

La fotografia di Sander oltre la pretesa archivistica

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Come sostiene Paolo Spinicci nella Premessa al volume di Barbara Fässler, August Sander. Fotografia, archivio e conoscenza (Postmedia Books, 2014), sin dalla sua comparsa la fotografia racchiude in sé promesse e compiti che non può totalmente mantenere. L’idea di poter restituire la realtà nella sua esattezza, isolandola dalle relazioni, dalle circostanze e dalla volatilità del suo manifestarsi, rientra in una finalità di ordine conoscitivo. La fotografia sembra promettere la possibilità di eliminare gli aspetti accidentali ed effimeri dell’esperienza immortalata. “Le fotografie sembravano dunque proporsi come strumenti di conoscenza, ma soprattutto sembravano promettere la realizzabilità di un progetto di cui, e proprio a patire dal XIX sec., si sentiva vivo il bisogno e che si cercava anche per altre vie di realizzare: il progetto di un Grande Inventario ragionato del mondo, di una raccolta ordinata ed esaustiva del molteplice negli spazi di un grande palazzo – il museo”.

Non è un caso se il secolo in cui compare la fotografia è anche il secolo del museo. La fotografia, con la sua possibilità di reduplicare in immagine gli eventi e i luoghi colti nella loro singolarità ed in tutti i loro dettagli, sembra in grado di realizzare questo Grande Archivio.
Barbara Fässler confronta il processo fotografico con quello conoscitivo a partire dalla loro comune tendenza ad estrapolare frammenti dal mondo dell’esperienza per poi sottoporli a una particolare analisi. Il mito dell’obiettività, che accomuna tanto la storia della fotografia quanto quello della scienza, inizia a crollare nella storia della teoria della conoscenza a partire dal Seicento con gli empiristi inglesi, poi attraverso Kant che nel secolo successivo sposta l’attenzione dall’oggetto empirico al soggetto percipiente e poi, ancora, in piena epopea della relatività quando si palesa l’influenza esercitata dal soggetto sul risultato scientifico. Ad inizio Novecento la fenomenologia husserliana riprende la questione della correttezza nella conoscenza mettendo tra parentesi il sapere presunto “classificandolo come preconcetto e considerandolo un ostacolo alla vera conoscenza basata su un fondamento sicuro e indubitabile”. Il relativismo soggettivo finisce per accomunare fotografia e conoscenza a proposito dell’ordinamento degli oggetti ricavati dal mondo empirico secondo categorie ed archiviazione dei saperi. In epoca contemporanea conoscenza, archivio e fotografia hanno così dovuto fare i conti con la questione della presunta obiettività ed è a partire da tali premesse che la studiosa giunge ad analizzare la grande opera di August Sander, Menschen des 20. Jahrhunderts, indagando il ruolo e le possibilità della fotografia nella comprensione e nella conoscenza del mutante mondo vivente.
“August Sander cerca di rilevare i tipi che caratterizzano la società a lui contemporanea, e per ottenere ciò rea delle categorie precise. Idealmente, le migliaia di ritratti non ci dovrebbero parlare di un determinato individuo […], ma raffigurare un’entità universale”. L’ingenuità del progetto di Sander risulta oggi evidente ma attorno a tale opera è possibile chiedersi cosa sia un ritratto e quale sia la sua verità, quale possa essere il senso di lettura individuale/universale di esso. Sander, instaurando delle categorie, “anziché rappresentare una persona nella sua unicità, specificità e irripetibilità, cerca di avvicinarsi – sempre utilizzando il ritratto di una persona concreta – a una nozione astratta, cioè a un genere sociale, e così facendo, si sposta verso un significato ben diverso. Il contadino diventa rappresentante di tutta la classe dei contadini, l’individuo sta per un tipo e sparisce in quanto singolo con un nome, cognome e una sua particolare storia personale”.
La fotografia si presta alla raccolta di frammenti del mondo dell’esperienza, dunque alla creazione di un immenso inventario. L’archivio, sappiamo, svolge un ruolo importante nella costruzione dei saperi in quanto attraverso le sue categorie contribuisce alla costruzione del reale. “Fotografia, conoscenza e archivio si trovano nella morsa di un meccanismo paradossale molto simile: da un lato lavorano con i materiali empirici trovati nel nostro mondo della vita, e dall’altro l’altro contribuiscono tramite la loro attività a costruire questo stesso mondo o meglio il modo con cui noi lo percepiamo e lo pensiamo”. Prendendo commiato dal positivismo, non possiamo che vedere nella conoscenza un processo in continua costruzione e distruzione ed ogni fotografia raffigura soltanto un punto di vista tra i tanti.
Fässler ritiene che dopotutto il progetto di Sander di catalogare per tipi la società del suo tempo può essere visto come un tentativo gnoseologico di fissare un’immagine della sua epoca per l’archivio dell’umanità e tale progetto non è potuto che essere una costruzione artificiale determinata dal punto di vista del fotografo tendente a negare l’individualità. Ciò che secondo l’autrice del volume “salva il lavoro di August Sander” sarebbe “la bellezza formale dei suoi ritratti, le loro sfumature differenziate, che indirizzano – contraddicendo la sua stessa costruzione categoriale – la fruizione verso la ricchezza e la conseguente bellezza dell’individuo”. Dunque, per certi versi la qualità estetica delle fotografie riscatterebbe l’ossessione archivistica per categorie impersonali: “ciò che August Sander, nonostante applichi dei termini rigidi e semplici alle sue immagini morbide e ricche, ci fa vedere davvero sono delle fotografie bellissime, delle composizioni articolatissime con sfumature ricchissime”.
Contrariamente alle sue intenzioni, Sander non raffigura un rigido stato di cose ma mette in scena con le sue foto e con le sue didascalie una finzione che parte dal mondo empirico che egli osserva e fotografa raccontandoci il suo personale romanzo di vita. “Sander, nonostante pretenda di esibire dei valori universali, ci mostra in verità degli individui una differenziazione formale favolosa. Le immagini di August Sander, non solo sono più ricche delle sue categorie, ma, oserei dire, ci fanno vedere molto di più il mondo, di ciò che possono esprimere i termini che vengono loro affiancati”.

 


 

Barbara Fässler
August Sander. Fotografia, archivio e conoscenza
Milano, Postmedia Books, 2014
pp. 110

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