“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Martedì, 27 Marzo 2018 00:00

I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo

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È sempre interessante approfondire il rapporto fra l’arte napoletana e quella francese a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento. È interessante, specificamente, anche nella misura in cui l’arte italiana ha saputo dare non soltanto un contributo concreto alla nascita ed allo sviluppo della pittura e della scultura moderna in Europa già da prima della metà del diciannovesimo secolo, con un verismo ed una visione plastica e luministica propria e perspicace che restituiva l’attualità spiccando il volo da sicure ed insostituibili fondamenta, ma nel modo in cui ha saputo continuare ad elargire un apporto costante e differente attraverso il fermento creativo degli studi e degli esperimenti en plein air partenopei, viaggiando nel pre e nel pieno impressionismo, partecipando con una voce affine ma distinta, di forte identità, a quel nuovo sguardo sul mondo che di sicuro avevano vividamente coadiuvato.

Non c’è sudditanza nel rapporto qui preso in esame, quello fra la parte napoletana e la parigina, semmai uno sbocco aperto e disteso di alcune originali istanze mediterranee sulle rive della Senna e poi viceversa, e la capacità da parte di quegli amici d’arte in Francia di proseguire lungo una propria strada, accentratrice e convincente, con un’interazione preziosa fra le due, che ha portato ad un arricchimento vicendevole piuttosto ben evocato nella passerella fra le numerose opere ivi esposte.
Da Giuseppe Palizzi a Cammarano, da Gemito a Mancini, Netti e De Nittis, sul quale si concentra con particolare enfasi l’attenzione, il percorso espositivo impeccabilmente illuminato e l’aggraziata grandiosità del Palazzo Zevallos Stigliano esaltano una bellezza di forma artistica legata indissolubilmente alla pregnanza significativa delle suggestioni, dei ragionamenti e delle impressioni rapide ma rivelative che ne stanno alla base.
È il caso della frescura reale e al contempo totalmente reiventata dentro cui l’ormai già mentore Palizzi si autoritrae nel bosco di Fontainebleau (1870 circa), con l’assenza del colore a puntellare il controluce protagonista intorno alle sue gambe attraverso il biancore della tela, o quello in studio di Mancini, la cui datazione è ipotizzata intorno al 1880. Presente fra le stupefacenti opere di quest’ultimo, le quali affrontano il dramma della miseria con la poetica leggiadria dei piccoli soggetti sventurati, poveri quanto dignitosamente tenaci e pieni di vivacità, in un contesto vero tramite una pennellata vibrante e singolare. Nella riproduzione di sé stesso la visione è così penetrante da avere un impatto al di fuori del tempo, attestandosi come un’immagine sempre potenzialmente contemporanea, in un tratto raffinato ma immediato, appena palpitante e perentorio come se la sua presenza fosse ancora tangibile.
Sono solo alcuni degli esempi della grande diversificazione di stile e significanti all’interno di un gruppo di artisti più o meno giovani i cui tempi si sono incrociati in quell’essenziale snodo di fine secolo, e prova di una comune e produttiva audacia.
La sintesi perfetta fra la stasi solenne ed idealizzata dell’antico e il movimento interiore e sfaccettato iscritto nella quotidianità della vita moderna che sta nell’opera di Gemito, in mostra anche con i pregevoli ritratti in terracotta o bronzo, (tra i quali quello di Francesco Paolo Michetti, del ’74 o di Giuseppe Verdi, del ‘72) esemplificata nel suo apice dal Pescatoriello (‘76), e la trepidante vena di solennità popolare di Michetti, con, fra gli altri, il suo favolistico e vagamente esotico La raccolta delle zucche (‘73), sono, ancora, tra i diversi aspetti di questa febbrile ed impetuosa creatività. Poi gli esemplari del “pugliese di nascita ma napoletano per vocazione e cultura” De Nittis, il suo Alle corse di Auteil (‘83), la serie delle piccole e notevolissime “istantanee” colte alle pendici del Vesuvio poco prima dell’eruzione del ’72,  il Pranzo a Posillipo (‘79), potente scorcio di peculiare atmosfera che il pannello esplicativo tiene a definire, a ragione, all’altezza di quelli dell’amico Manet, i suoi soffici pastelli con il loro sofisticato e delicato temperamento luministico; tutto è volto ad afferrare quei valori transeunti della luce, e di conseguenza del colore, in un’attitudine estroversa che rende il fare artistico indissolubilmente legato all’emozione di ogni più semplice o eclatante esperienza all’aria aperta, di ogni attimo passeggero ma imprescindibile nell’economia di un’intera esistenza, forse propriamente coincidente con essa, come impronta immortale di quello sfuggente flusso.
Tale ingente quantitativo di tesori non avrebbe potuto essere creato a quel modo, a suo tempo, senza quella fortunata, anzi per la precisione puntuale, volontà di confronto continuo, e condivisione volta ad approfondire sempre più i termini di una ricerca che gli artisti maggiormente vocati e pronti sapevano di dover rivolgere verso quel mondo che intorno a loro si andava conformando come moderno, sensazionalistico, complesso, intrigantemente inafferrabile. La vicinanza e la solidarietà fra gli artisti italiani e francesi, con tutti i limiti e le distinzioni del caso, i contatti e gli spostamenti di personalità tra una regione e l’altra d’Italia (anche Michetti si recò a Napoli come Giuseppe Palizzi, il quale aveva studiato alla Reale Accademia di Belle Arti e vissuto in città diversi anni), il loro fare da traino per gli altri colleghi connazionali una volta trasferitisi all’estero, come accadde con De Nittis, nel quale celebre salotto parigino, frequentato assiduamente da personaggi come Manet, Degas, i de Goncourt, Oscar Wilde, fu spesso ospite anche Antonio Mancini, la generale predisposizione al dialogo, la compartecipazione ad impulsi e fonti d’ispirazione diffuse, e di scoperte, sono stati fecondi e fondamentali in tal senso. Come, del resto, quel tipo di stimoli, l’apertura alla comunicazione e lo scambio di vedute sono sempre state necessarie per la crescita, il cambiamento, la trasformazione e l’evoluzione in qualsiasi ambito sociale, creativo, umano.  

 


 

Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo
A cura di Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca
Gallerie d'Italia − Palazzo Zevallos Stigliano
Napoli, dal 6 dicembre 2017 all’8 aprile 2018

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