“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Lunedì, 08 Gennaio 2018 00:00

“Genesi”: Sebastião Salgado al PAN

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Sulla pinna della balena franca australe scorre quella luce opaca che si stempera nell’ombra, fa ritorno all’occhio e si rimpasta in una composizione resa possibile da un sguardo affascinato, e da un obbiettivo fotografico che per osmosi diviene capiente e saggio. Il lunghissimo viaggio di Sebastião Salgado intorno al mondo, durato otto anni, ha lo scopo di rendere onore al pianeta, intendendo per pianeta tutti coloro che vivono, dalla Durvillea Antarctica, pianta acquatica nell’arcipelago delle Falkland, all’isolotto a forma di fungo coronato dal baobab, dalla presenza meravigliosa dei “perfomers” delle tribù della Papua Nuova Guinea, segnata da una resa luministica che è contemporanea e ad un tempo antica, allo stuolo di pinguini illusoriamente sormontati da un soffitto di pietra scura, in realtà avvallamento della terra che corre in scorcio verso un lontano orizzonte in Antartide, o ancora dalle ospitali capanne in legno dei Korowai dell’Indonesia, costruite sugli alberi, ad altezze che talvolta superano i venti metri, alle valli immense e più profonde di quanto il nostro occhio possa arrivare a misurare con precisione.

Luoghi che respirano, come parte integrante degli esseri che si muovono e compiono la propria esistenza, terre che di primo acchito sembrano immote, che infondono vita e che sono tutto, poiché senza la loro esistenza nulla può più avere ragione d’essere. L’immagine è spettacolare ma non ruffiana; si riesce a creare un punto d’osservazione che raccolga il più abbacinante splendore del luogo e insieme, quando esso è abitato, della sua gente, il “selvaggio”, la donna e l’uomo benedetti dalla preservazione dello stato primordiale della natura fisica e della natura umana, da una vita rimasta integra come era in origine, perfettamente allineata al ritmo dell’habitat in cui si sviluppa, ed alla sua purezza. Gli scatti mostrano come le donne e gli uomini che vivono in questi gruppi lontani dalla nostra tipologia di progresso continuino ad avere ai nostri occhi quei lineamenti, quelle fattezze che rimandano alla mente un concetto astratto ed idealizzato di perfezione, sia che questi sembrino davvero impeccabili come nei profili mirabili di donne, scolpiti in quel loro incarnato compatto, liscio quanto una pietra scura e levigata, sia che si tratti di volti incisi dalla vecchiaia, o di corpi plasmati dalla fatica e dal tempo.
La dignità, la fierezza, la consapevolezza del valore dei propri gesti quotidiani, infondono nelle forme e nelle espressioni di questi popoli una bellezza superiore che non ha bisogno di canoni da rispettare, e che proviene dalla pienezza di quella vita. Come nell’arte non esiste il brutto ed in tutto può essere scoperta tale bellezza, così nei soggetti ritratti da Salgado la natura non ha mai infuso il turpe ed il volgare, e non ha mai fatto mancare quell’armonia che pure possiamo intercettare presso di noi, ma che non è sempre scontato trovare, quando invece in quei volti ed in quelle terre essa persiste ovunque, quale regola mai infranta. Il fotografo cerca di proteggere la realtà del mondo a noi più remoto ed inaccessibile attraverso la sua documentazione, sperando che dinanzi a scene di questo genere non si sia più in grado di nuocere alle terre del nostro pianeta ed alle sue popolazioni più fragili e vere, lottando perché tutto ciò possa continuare ad esistere, nel modo che più è a lui consono, e per questo efficace.
Se lo straordinario risultato visivo, per certi versi immaginifico, appare tanto sublime da farci quasi pensare ad una finzione, il suo incredibile aspetto emerge invece quale prova puntuale di una realtà vastissima che è per noi, mediante la vista, fonte di stupore e beatitudine, e che pur potendo essere percepita e compresa resta magicamente insondabile, quanto le enormi distese di terra o ghiaccio ed i pensieri delle popolazioni indigene sparse nelle zone torride come in quelle glaciali, ad est e ad ovest, a nord e a sud del globo.
Il dato qui mostrato è semplice, apparteniamo a questa dimensione apparentemente lontana tanto quanto essa appartiene a noi, per cui la curiosità, l’interesse verso ciò che non conosciamo e che ci circonda è una sorgente di benessere per il nostro pianeta, e di conseguenza per noi stessi. Nonostante abbiamo, ora, la possibilità di trovare così facilmente e velocemente informazioni generiche o fugaci scatti a rappresentare, e catalogare, i diversi posti e le culture umane ancestrali le quali sopravvivono grazie al proprio isolamento, le fotografie di un uomo vissuto per tanto tempo alle Galapagos, per ammirare ed immortalare le tartarughe giganti, o in mezzo alla tribù Himba, Yali ed a tante altre, al fine di poter carpire uno stralcio autentico del loro comportamento e della loro attitudine e restituirli al mondo per quello che essi sono, ma anche per come a lui appaiono, non possono in alcun modo essere sostituite. Esse costituiscono per questo un’opera di grande rilievo, un documento umano ed estetico innanzitutto, che pure, e perciò, reca con sé un intento documentaristico ed un testimonianza indirizzata verso la difesa di tutte le comunità che vivono ben al di fuori del nostro omologato circuito socio-economico, di tutti quelli che sono i loro luoghi e dei luoghi di nessuno, dunque di tutti.





 

Genesi
Mostra fotografica di Sebastiȃo Salgado
a cura di Lélia Wanick Salgado
PAN – Palazzo delle Arti di Napoli
Napoli, dal 18 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018

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